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Li arrestano, li picchiano, muoiono. E il responsabile non c’è.

Bianzino va in archivio. Cucchi boh.

C’è un ministro che non parla, un altro che dice fesserie, un altro ancora che finge indignazione ma non fa nulla per onorare l’istituzione che rappresenta. E poi c’è Rudra, il figlio di Aldo, che ha perso il padre perché glielo ha ammazzato qualcuno con la divisa dello stato. Ed ha perso la madre che non è sopravvissuta all’incubo in cui lo stato medesimo l’ha costretta. E c’è la famiglia di Stefano che non grida vendetta e quasi incredula si vede costretta a chiedere quello che le dovrebbe spettare per default: l’accertamento delle responsabilità.

Rudra è solo. La famiglia di Stefano è sola. Soli ed impotenti, l’uno e gli altri. Al loro posto io darei di matto. Loro no. Non odiano. Non urlano, non fomentano l’insurrezione. Da che mi consta non corre sangue anglosassone nelle loro vene. Sono italiani. Ma chissà perché questa mera constatazione identitaria suona quasi un’offesa attribuita a loro. Perché accidenti se gli italiani, se le istituzioni italiane, se noi cittadini fossimo come loro l’Italia non sarebbe la terra di nessuno che è. La politica tratterebbe queste vicenda come un’onta e si incaponirebbe per restituire almeno un po’ di verità, perché se no che si invoca a fare la questione giustizia? Già, che ci si sbatte così tanto a fare quando ai legislatori basta un tratto di penna per condannare alla privazione della libertà intere categorie – i tossici, i clandestini – come se la libertà di una persona non equivalesse alla sua vita, e dunque la privazione della libertà non equivalesse alla morte.  Una morte non solo metaforica, come è stato per Bianzino e come è stato per Cucchi.

Ci si indigna, ed a ragione, per l’arbitrario colpevole giacobinismo dei magistrati che non si fanno granché scrupolo di chiudere in gabbia degli indagati per costringerli a cantare la verità, vera o presunta conta poco, delle loro colpe. Ma la politica che fa quando è lei stessa che legalizza la tortura di un regime carcerario immondo? I detenuti sono trattati peggio delle bestie negli allevamenti intensivi. Ma mentre per le bestie da macello si definiscono rigorose norme a tutela della loro dignità garantendone anche il pedissequo rispetto, per i detenuti no. Le leggi sui limiti di accoglienza delle carceri ci sono. Ci sono anche le norme sulle attività rieducative che, sole, danno un senso alla detenzione diverso dal supplizio fine a sé stesso. Ma quelle leggi dello stato, lo stato non le rispetta. Lo stato è criminale, ma non finisce in galera. Lui, lo stato, si auto-immunizza. Si auto-assolve senza processo. Archivia, appunto.

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