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di Simona Bonfante per The Front Page

Avviso ai lettori
Prende avvio oggi, su The Front Page, la rubrica settimanale “Il mondo ci guarda”, ovvero l’Italia vista dalla stampa estera
. Non una rassegna stampa didascalica, ma una selezione ragionata dei “pezzi” che più contribuiscono a dare la cifra dell’immagine che del nostro paese si dà sui media stranieri.

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Stasera Bbc Two manda in onda The Berlusconi Show, un’esplorazione nell’oscuro mondo padrinesco del Silvione nazionale. Il documentario è curato da tale Mark Franchetti, reporter italo-oriundo che, con curiosità da antropologo, prova a decriptare il suo ex paese con l’analitico contributo del massimo esperto di criminologia berlusconiana: Marco Travaglio. L’evento mediatico è stato anticipato dall’autore con un intervento sul Times in cui si racconta niente di meno che il “protection deal” stipulato nel 1974 tra Berlusconi e la mafia, attraverso quanto ricostruito dalle messe cantate giudiziarie celebrate a Palermo in memoria di Marcello Dell’Utri.

La notizia del Berlusconi indagato viene ripresa solo qua e là, sulle testate europee: evidentemente le indagini contro il premier non sono più considerate notizia. Il corrispondente del Times piuttosto parla di Fini e del varo di “Generation Italy” come di una mossa contro un “Berlusconi indebolito”. E che sia indebolito, scrive il quotidiano di Rupert Murdoch, lo dimostrano i sondaggi che indicano la popolarità del presidente del Consiglio al 44%, in sensibile calo rispetto al 68% raggiunto nel 2008. A conferma dell’indebolimento, si citano a) la manifestazione di piazza indetta dall’opposizione, e b) la denuncia lanciata alla Corte europea dei Diritti umani da The Open Society Justice Initiative, l’istituto fondato dal finanziere George Soros, secondo cui il controllo di Mr Berlusconi sulla tv italiana sarebbe “anti-democratico”.

Anche il Financial Times si dedica all’Italia, e lo fa esattamente il giorno dopo il vertice a Bruxelles dei ministri economici europei sul salvataggio della Grecia. Il quesito che il quotidiano economico britannico pone ai lettori è il seguente: “Is Italy the real joker in the eurozone pack?” In sostanza, argomenta Mike Dicks, il problema dei paesi dell’eurozona non è, come la crisi greca lascerebbe pensare, il debito, ma la competitività, ovvero la capacità di aggredire il disavanzo agendo sul denominatore – la crescita – attraverso l’aumento delle esportazioni.

Si osserva, al riguardo, che non potendo stampare moneta, ovvero favorire la svalutazione, la differenza tra i paesi nella sostenibilità del debito la fa il costo del lavoro. In Germania, ad esempio, le esportazioni – crisi o non crisi – crescono. Mentre in Grecia no. E guardacaso, si osserva, in Germania il costo del lavoro è del 17% inferiore a quello di Atene. E se si allarga lo sguardo al resto dell’eurozona si potrà osservare che in altri paesi a rischio debito, come Spagna e Italia, il costo del lavoro è persino maggiore. Un lavoratore italiano, si nota, costa il 30% più di un collega tedesco. E questo, ragiona l’autore, ci dice che anche rappezzata la falla greca, nell’euronave se ne potrebbe aprire presto una ancora più grande, quella italiana. E in tal caso, signori, l’euro-economia va a picco.

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