du Kuliscioff per The Front Page
La cleggmania avanza. Si fa contagiosa, isterica. Solca la Manica e giunge da noi. Da noi però la patologia smette di manifestarsi con le esplosioni di bulimia predittiva che devastano il Regno Unito, per riapparire sotto forma di una “dissenteria comparativa”, che è contagiosa ma non letale.
Mentre lì ci si interroga se sia più posh Nick Clegg che è il nipote-di-una-baronessa, oppure David Cameron che è un etoniano-figlio-di-magistrato; se questo o quello potranno essere designati premier in un potenziale governo di coalizione lib-lab; se Rupert Murdoch cambierà linea, e se si quale prenderà… Ebbene, da noi ci si chiede: ma a quale dei politici di casa nostra somiglierà mai sto fenomeno dello sparigliamento politico che è il leader libdem? Sai mai che il suo terzismo vincente possa far trovare la quadra tripolare pure alle nostrane anime perse nella desolazione maggioritaria? Sai mai, appunto. Perché la risposta è no. E il perché potrà facilmente intuirsi se solo si avrà la pazienza di prendere in mano il manifesto Libdem e di ponderarne – pacatamente – le implicazioni.
Si scoprirebbe che il successo di Nick Clegg non è la tv, non è la comunicazione, non è la storia del suo partito, non sono le idee del suo partito (giuste ma sempre le stesse: meno stato e più libertà civili), e neppure quella bizzarra astrazione che chiamiamo “valori” e che, masticata dalle fauci partitiche, ha smesso semplicemente di significare alcunché.
Ebbene, Nick Clegg sta avendo successo a) perché la sua opzione appare credibile a cospetto delle due alternative maggiori, Labour e Tory, nei confronti delle quali gravano disaffezione e sfiducia, e b) perché è riuscito a dare senso concreto alla sua storia, alle sue idee, costruendoci su un progettino di governo semplice semplice ed a tutti comprensibile. Un progettino che la libertà, la giustizia, le opportunità non le invoca ma le fa “sentire”.
Sarà che Clegg, a quello che dice crede sul serio? E che i progetti di cui racconta li metterebbe in cantiere davvero se arrivasse al governo? E che, se arrivasse al governo, farebbe pure la madre di tutte le riforme, e cioè la rivoluzione costituzionale? (Sottolineo: se Clegg arrivasse al potere, eliminerebbe la House of Lords ed istituirebbe una seconda Camera eletta; introdurrebbe il proporzionale, pensionando “la” legge elettorale – il turno unico di britannico conio, appunto.) Questi stravolgimenti epocali egli, Clegg, li farebbe in una legislatura. Serve altro a capire la differenza tra evocare il change e farlo perpecire?
Ora, tutto questo potrebbe insegnare parecchio agli enfant prodige che in Italia si è deciso di ibernare in attesa, chissà, di tempi migliori. Tempi in cui al potere ci arrivi non perché hai vinto una competizione – foss’anche una gara di bocce – ma perché qualcuno ti designa erede. Tempi in cui lo spazio politico è un’astrazione, un’alchimia geo-referenziale che in realtà non ha alcuna materialità. Tempi in cui, insomma, Fini o D’Alema o Rutelli o Casini hanno un ruolo, condizionano ma come fossero degli Avatar che, dall’aldilà, quotidianamente escursionano su un mondo – quello reale – di cui ignorano, come dire?… la grammatica elementare.
Il fatto è che dubito si scongeleranno mai, i nostri.
Dunque, a chi sta loro vicino io intanto consiglierei di lasciarli nel freezer a trastullarsi con i loro week-end nell’agritursimo dell’uomo comune. E poi consiglierei di riflettere su quanto segue:
1 – Non pensate che vi sia anche la più remota affinità tra la politica britannica e quella di casa nostra. E la più triviale delle ragioni è: lì lo stipendio da parlamentare è da fame e i partiti sono finanziati da privati.
2 – Non attribuite a Fini spazi di manovra assimilabili, per agio, a quelli di Clegg. Questi, davanti a sé, non ha Berlusconi.
3 – Non lasciatevi sedurre dalla tentazione di proiettare Casini (e men che meno Rutelli) sull’onda lunga del terzismo europeo. Qual è il valore aggiunto della terzietà casinista? Non l’istanza confessionale – a soddisfare la quale provvede già la santa alleanza pidiellino-leghista. Non quella riformista, ché chi ha mai capito quali riforme sostanziali vorrebbe mettere in agenda Casini?
4 – Uno spazio da suggerire ad un terzista potenziale, in realtà c’è: quello lasciato scoperto dal Popolo della Libertà, e cioè la libertà. Ma se Berlusconi, dopo averlo sedotto, quello spazio l’ha abbandonato, una ragione c’è: ed è che si prendono 15 voti, quelli dei lettori del Sole 24 Ore. Non uno di più. Il che non vuol dire che la libertà non vende. Vuol dire solo che per venderla bisogna nutrirne la domanda.
5 – Quando si ragiona di (e si ambisce a perseguire il) bene comune, è assolutamente necessario reprimere la tentazione di cercare gli attrezzi nella cassetta delle facoltà normative a disposizione degli eletti. La politica non è lì per realizzare il paradiso in terra, legiferando. È lì per garantire agli umanoidi-elettori l’esercizio più pieno della loro…lo dico?…ebbene, della loro libertà. Ovvero meno Stato, ovunque.
È un discrimine culturale. Non si può stare un po’ di qua e un po’ di là. Se si è per i diritti e le libertà civili si è anche per la parità tra accusa e difesa nel processo, e per la responsabilità (penale?) dei magistrati; si è per dare ai dipendenti di un’azienda in crisi non la cassaintegrazione a vita, ma l’opportunità di farsi essi stessi imprenditori (rilevando asset e rendendoli produttivi, ad esempio); non si è per il “diritto” all’avanzamento di carriera per anzianità nella pubblica amministrazione ma per il riconoscimento del valore e l’affermazione imperativa della produttività come “dovere civile” verso i finanziatori-stakeholder dell’impiego pubblico e cioè i contribuenti. Si è per mandare a casa insegnanti e dirigenti di scuole che mortificano il concetto di istruzione, e si è per la revoca del mandato ad amministratori locali e rappresentati in parlamento che producono spesa improduttiva – cioè, fondamentalmente, servizi pubblici inefficienti e bilanci insensati.
Tutte queste cose Clegg le pensa, le mette nero su bianco nel suo manifesto e, ciononostante, piace. Nonostante i tagli promessi su lavoro pubblico e spesa sociale; nonostante la manovra straordinaria annunciata per aggredire il debito… Perché in Inghilterra quando si dice “debito” la gente comune capisce, capisce che è male, capisce che qualunque sia stata la ragione che lo ha creato è stata una ragione sbagliata e dunque imperdonabile per la classe politica che l’ha perseguita facendone ricadere il costo sui cittadini, ovvero imponendo per via fiscale la limitazione della loro libertà.
Ecco, o voi che siete la “squadra” degli aspiranti Clegg nostrani (amici di Fini, amici centristi, amici dei piddini novisti…), qualcosa voi la proteste fare:
a – Lasciate gli ibernati nel loro comodo freezer
b – Prendetene voi il posto
c – Leggete e informatevi