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di Kuliscioff per The Front Page

Clegg rischia di superare il Labour, per voti ma non per seggi. I Tory rischiano di avere la maggioranza relativa, ma di non poter governare da soli. I LibDem non rischiano nulla: comunque andrà, loro al governo ci andranno, in coalizione con gli uni o con gli altri. E se sarà il blu dei conservatori o il rosso dei laburisti la scelta cromatica che Clegg impartirà alla coalizione, comunque sia la linea di governo è già tracciata: sarà fatta la legge elettorale proporzionale.

Nel week-end Cameron ha “aperto” al confronto, così confermando la effettiva eventualità di un bicolore lib-con. Contrari alla riforma, i Tory si dicono tuttavia disponibili a non respingere pregiudizialmente le istanze di Clegg. Istanze che queste elezioni rendono particolarmente popolari persino tra gli agnostici delle fedi costituzionali. Perché il problema che si è fatto centrale in questa epocale campagna elettorale è il forte squilibrio che, con l’attuale sistema elettorale maggioritario uninominale, se anche i LibDem risultassero il secondo partito dopo i Tory, otterrebbero comunque meno seggi del Labour.

È così da sempre. Ma mai il gap è apparso così macroscopicamente ingiusto come questa volta. Tant’è che il tema del dibattito politico è adesso diventato la legge elettorale, il must della battaglia libdem. Come il federalismo per la Lega, la riforma in senso proporzionale è la “irrinunciabile pre-condizione” di qualsiasi accordo, per conseguire la quale Clegg è disposto ad allearsi con chiunque.

Ed infatti il leader libdem, non senza rischiare ma consapevole di giocarsi la partita della vita, ha già avvisato i rivali. Al Labour ha mandato a dire che, qualora arrivasse terzo, la superiorità numerica dei suoi parlamentari non gli darebbe comunque legittimità politica a formare un governo. Ovvero: il premier non sarà Brown (assai poco entusiasta di pensionare il vecchio caro First Pass the Post). Ai Tory, che secondo le attuali intenzioni di voto si classificano primo partito, Clegg ha teso una mano: se dite sì alla riforma, il governo si può fare insieme (con Cameron premier).

Il fatto è che il proporzionale non lo vogliono né i Tory né il Labour. O meglio, nel Labour qualcuno che ne auspica l’introduzione c’è: è l’attuale ministro dell’Interno, Alan Johnson, non proprio un browniano, che ha dato una sorta di avallo pubblico alla strategia di Clegg, ovvero: un governo lib-lab, senza l’attuale primo ministro, e che ponga la riforma in cima alla sua agenda. Peter Mandelson, che in questa fase lavora per Brown, non ha certo gradito la fuga in avanti del collega, che all’esterno è suonata un po’ come se Brown fosse ormai praticamente fuori gioco. E se questa percezione dilagasse nell’opinione pubblica, più di quanto non faccia già, il rischio sarebbe quello della profezia che si auto-avvera, ovvero consegnare il Labour alla subalternità ai LibDem. La partita è più aperta che mai. Ma il pallone libdem la porta l’ha già centrata.

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