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di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Il neonato gruppo parlamentare Futuro e Libertà per l’Italia ha fissato nel programma del Pdl la ‘bussola’ rispetto alla quale orientare il sostegno all’azione di governo.
È un impegno vincolante, il programma. Opportuno dunque ripartire da lì.
Anche perché siamo già a metà legislatura ma le “7 missioni per il futuro dell’Italia” risultano ancora ampiamente disattese: sostanziale l’allontanamento dagli obiettivi, arbitrario il sovvertimento delle priorità, incomprensibile la ripartizione dei pesi specifici assunta nel corso della legislatura dalle singole issue.

Prendiamo lo sviluppo economico, la mission number one. Il programma impegnava il Pdl alla “graduale e progressiva diminuzione della pressione fiscale sotto il 40%” e la sempre “graduale e progressiva abolizione dell’IRAP, a partire da quella sul costo del lavoro e sulle perdite”. Si assicurava poi “l’eliminazione di adempimenti burocratici e fiscali superflui e costosi” e si garantiva infine la civilizzazione degli adempimenti Iva, sia in fase di riscossione che di versamento. Lasciamo al lettore valutare i risultati.

Trascuriamo l’impegno, che pur si assumeva nel programma, alla detassazione di straordinari e premi di produttività. La crisi e l’aumento della disoccupazione ne hanno vanificato gli effetti. Un peccato, certo, ma è capitato lo stesso anche a Sarkozy. Nel documento-bussola si rinnovava tuttavia anche l’impegno alla “graduale e progressiva tassazione separata dei redditi da locazione”, impegno questo ancora non onorato, sebbene la crisi qui c’entri davvero poco.

Continuiamo. Sul fronte ‘infrastrutture’, fatto salvo il via libera al Ponte sullo Stretto, risultano ancora chimerici gli altri grandi piani di sviluppo, tra i quali l’estensione della banda larga. Non soddisfacenti neppure i progressi rispetto al piano sulle infrastrutture ambientali – vedi rigassificatori, raccolta differenziata, ecc.

Sul lavoro, le misure straordinarie cui il governo ha scelto di dedicarsi hanno inevitabilmente comportato una distrazione rispetto agli obiettivi perseguiti, tra i quali – si ricorda – “la piena occupazione” da realizzare grazie al completamento della Legge Biagi.
Alla voce ‘liberalizzazioni’, nel programma si prospettava la “liquidazione delle società pubbliche non essenziali” oltre alla liberalizzazione dei servizi – misura, questa, cui va dato atto al governo di avere, seppur parzialmente, cominciato a metter mano (sebbene il freno leghista sia evidente).

Sul capitolo ‘Made in Italy’ non siamo in grado di valutare quanto il recente provvedimento sulle ‘quote latte’ soddisfi l’impegno alla “salvaguardia degli interessi italiani in Europa”, né se i medesimi interessi siano davvero perseguiti dall’impegno assunto nel programma a intervenire “sull’Unione Europea (…) per difendere la nostra produzione, contro la concorrenza asimmetrica che viene dall’Asia.” Come noto, in merito, il Ministro Tremonti ha un’idea precisa. E come noto, quell’idea non risulta conforme ai parametri liberali cui pure il Capo dell’esecutivo non manca occasione di ribadire la propria fedeltà.

Ma andiamo avanti. Sulla riforma della Pubblica Amministrazione si sono fatti i passi avanti più significativamente coerenti rispetto agli obiettivi di programma: la digitalizzazione è in fase di realizzazione, e quanto alla riorganizzazione non si può negare l’approccio strutturalmente riformatore praticato dal Ministero guidato da Renato Brunetta.

Famiglia. Qui il programma parlava di ‘quoziente familiare’ e riduzione del carico fiscale. L’Ici sulla prima casa, come noto, è stata abolita. Il QF non introdotto, ma di questo francamente non ci doliamo granché. Resta uno spot il ‘piano casa’, che secondo il programma avrebbe dovuto permettere a giovani e categorie svantaggiate di avere un tetto di proprietà (!). Pienamente centrato, invece, l’obiettivo di escludere “ogni ipotesi di leggi che permettano o comunque favoriscano pratiche mediche assimilabili all’eutanasia.”
Una locuzione equivoca, questa. Il caso Englaro non prevedeva alcuna pratica medica. Non prevedeva alcuna forma strictu sensu eutanasica. E tuttavia, in un programma liberale quell’equivoco avrebbe dovuto esser risolto diversamente. In fase di redazione del programma, non dopo, in schizofrenica reazione ad un caso concreto.

Quanto alla sicurezza, si annunciava “l’aumento progressivo delle risorse”, così come maggiori risorse, insieme ad una razionalizzazione della loro allocazione, venivano riservate al comparto giustizia. Dalla manovra appena approvata, tuttavia, parrebbe che in merito l’Esecutivo abbia cambiato sostanzialmente idea.

Quanto alle garanzie giuridiche, si parlava – udite udite – della “limitazione dell’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione”. Sembra insomma che qui non sia Berlusconi ad aver compiuto un abuso. I finiani, resisi tardivamente (ma meritoriamente) consapevoli della insidiosità di un simile impegno, hanno ingaggiato una battaglia liberale. L’hanno vinta. Sarebbe stato meglio impegnarsi a suo tempo per una diversa articolazione dell’obiettivo. Ma tant’è!

Sempre in tema di giustizia l’impegno assunto nel programma è per il “completamento della riforma dei codici, la definitiva razionalizzazione delle leggi esistenti e l’attuazione dei principi enunciati dalle sentenze della Corte Costituzionale, non ancora trasposti in atti legislativi”. E poi ancora per “l’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo”, il “rafforzamento della distinzione delle funzioni nella magistratura” e la “riforma della normativa anche costituzionale in tema di responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati”, il “completamento della riforma del Codice di Procedura Civile con snellimento dei tempi di definizione ed incentivi alle procedure extragiudiziali.”
Nel programma insomma si assume l’obiettivo di conseguire una riforma organica della giustizia. Non vi è invece traccia di lodi costituzionali per le alte cariche dello stato né di provvedimenti sul cosiddetto ‘processo breve’.

Non si ha traccia alcuna neppure dell’impegno ad abolire le province (Italo Bocchino ne parla spesso come di un punto programmatico, in realtà è stata solo una promessa verbale del premier). Nel programma si fa semmai riferimento ad un generico patto tra stato ed enti locali per la contrazione della spesa e l’eliminazione dei costi superflui all’interno dei quali prevedere la rimozione delle province inutili. Ma non si fa cenno ai parametri su cui ponderarne la ‘inutilità’.

A proposito di federalismo, invece, si fa esplicita menzione dell’aggettivo “solidale”. Qualunque cosa ciò voglia significare, sarebbe opportuno che il Presidente del Consiglio sciogliesse l’equivoco, nel suo partito e col partito alleato al quale, come noto, le aggettivazioni ridondanti suonano indigeste.

Nessun riferimento, infine, alla attribuzione dei diritti di cittadinanza agli stranieri regolari. Gli stranieri, nel programma, figurano solo in termini negativi, come problema di sicurezza. C’è l’impegno per “l’apertura di nuovi Centri di permanenza temporanea per l’identificazione e l’espulsione dei clandestini”, il “contrasto dell’immigrazione clandestina, attraverso la collaborazione tra governi europei e con i paesi di origine e transito degli immigrati.” Nulla sulla prospettiva di conferire agli immigrati regolari il voto amministrativo o favorire le procedure per l’acquisizione della cittadinanza. Un approccio miseramente poco lungimirante, questo assunto dal Pdl, ma così è scritto nel programma.

Quanto a scuola, università e ricerca, nel programma si rispolverava quel fortunato claim di un’era berlusconiana fa che erano le ‘tre i’. Il buon senso deve aver consigliato di archiviarlo. Interessante invece il riferimento all’attuazione “del disposto dell’articolo 34 della Costituzione: “I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” con riconoscimenti agli insegnanti più preparati e più impegnati”. I tagli orizzontali sulla scuola tuttavia non siamo certi corrispondano all’obiettivo fissato.

Si parla poi nel programma della “libera, graduale e progressiva trasformazione delle Università in Fondazioni associative, aperte ai contributi dei territori, della società civile e delle imprese, garantendo a tutti il diritto allo studio”. La riforma recentemente approvata va senz’altro in questa direzione.
Si è invece lontani dall’inserimento “graduale e progressivo della detassazione degli utili reinvestiti in ricerca ed innovazione tecnologica.”
Ma c’è ancora tempo.
Come c’è tempo per realizzare anche il piano straordinario per il Sud: le infrastrutture, le Leggi Obiettivo per il turismo e l’agroalimentare. Uno degli impegni in programma per il Meridione, in realtà, è stato già realizzato: la Banca del Sud, sebbene dei suoi benefici effetti sembrano essersi accorti in pochi, al Sud.

Sul Piano straordinario di finanza pubblica, giudizio sospeso: i tagli sono stati fatti, ma, quanto alle misure strutturali sulle agenzie di spesa, siamo ancora nell’emisfero della sostanziale irresponsabilità.

Non è tempo di bilancio, si osserverà. Eppure, come questa disamina degli impegni elettorali sembra suggerire, ed alla luce delle divergenze sorte tra i sottoscrittori del patto, una revisione del programma elettorale appare a questo punto quanto mai opportuna. È evidente che delle 7 missioni si è in gran parte smarrita la ratio, un po’ per cause di forza maggiore un po’ per le forzature, non sempre necessarie e talvolta neppure opportune, dei pasdaran di bandiere astrattamente ricondotte ai principî vuoi del ‘garantismo’ vuoi della ‘legalità’.

Ora, a noi pare che tra berlusconiani e finiani non si registri invero alcun dissidio di merito rispetto all’imperativo morale di onorare gli impegni assunti a suo tempo con gli elettori. Ed allora perché non ritornare ai fondamenti di quel documento, valutarne la coerenza con la rotta sin qui effettivamente imboccata dall’esecutivo e ponderarne il rispetto nelle gerarchie di priorità a suo tempo fissate? E perché non valutare con lucidità la pertinenza delle posizioni assunte rispetto a quei temi divenuti ‘sensibili’, come la giustizia e le libertà civili, nei confronti dei quali il programma riservava prescrizioni talora equivoche, e non sempre propriamente conformi ad un’ispirazione liberale?

Fini ha sottoscritto quel programma. Berlusconi ha sottoscritto quel programma. Interesse comune è portarlo a compimento al meglio, correggendo la rotta là dove si verifichi l’oggettiva difficoltà di manovra rispetto all’approdo liberale auspicato e rinunciando magari a fissare nuove mète, là dove risultassero laceranti ai limiti della paralisi per l’azione di governo ed il conseguimento degli impegni assunti con gli elettori. Rammentare le priorità del programma e convenire per un’azione di governo conforme: è questa la questione morale che la maggioranza ha il dovere di onorare.

D’altra parte, fissarsi con intransigenza notarile al rispetto di un documento nei fatti già ‘superato’ dall’incombere di un mutamento epocale nel panorama economico internazionale e dal riemergere di antiche, ed evidentemente mai risolte, criticità civili dalle quali dipende in ultima istanza la stessa tenuta del sistema democratico, non conviene proprio a nessuno: non a Berlusconi, non a Fini e certamente non al paese.

Ad esempio, sulla base di quale presupposto liberale respingere una riflessione, quale quella avanzata dal Presidente Fini, per un nuovo patto di cittadinanza con gli stranieri – lavoratori regolari, consumatori, contributori di welfare e ricchezza generale – che riconosca a loro ed ai loro figli – nati in Italia, educati in Italia, cresciuti ed integrati nel nostro tessuto socio-culturale come i nostri stessi figli – la facoltà di non subordinare la propria appartenenza al tessuto civile nazionale ad un sistema burocratico che regola le prerogative civiche, i diritti e le responsabilità politiche, su requisiti esiziali come il tempo di residenza sul suolo nazionale?
Ignorare la questione perché il programma non lo prevede è indice di un’ostinazione che nulla ha a che fare con gli impegni assunti con gli elettori. È solo un modo per chiudere gli occhi di fronte al paese reale e rifiutare la responsabilità di consegnare al futuro un’Italia migliore, più civile e libera, di quella presa in consegna con la conquista del potere

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