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di Kuliscioff per the Front Page

Anche l’occhio religioso vuole la sua parte. Da ragazzini si sceglieva o no di andare a catechismo, di fare o no religione a scuola, di partecipare o no ad un campo scout in base, appunto, all’appeal della compagnia. Certo non per ragioni di fede.

La gnocca islamica vale quanto quella cristiana. Gheddafi a Roma ha pacificato lo scontro di civiltà. Ha ricucito l’alterità islamico-cristiana che ci lacera irrazionalmente da un decennio a questa parte, costringendoci a ritrovare l’intersezione delle umane profondità nel buco nero che tutto spiega e tutto muove: il punto G. Se ci avessimo pensato prima, avremmo capito che tra noi e i talebani, tra i boia iraniani e gli scriptwriter di Sex and the City, tra i mignottofoli di qua e i mignottofobici di là non c’è mica sta gran differenza.

Stiamo tutti egualmente ossessionati dalla medesima preoccupazione: onorare il sarcofago della vita e tutto quel popò di mistero in carne e curve che il medesimo reca seco; rendere omaggio a quella prodigiosa realizzazione divina che è la donna – le tette e i culi modellati da una costola maschile che asservono il maschio in quella dipendenza da fica che non conosce barriere di cultura, latitudine, usi e costumi.

Sostanzialmente, le rivelazioni ecumeniche del dittatore libico sono un affondo negli abissi maestosi della metafisica femminile, nella quale da sempre l’umanità volteggia con la presuntuosa ambizione di riuscire a trovare uno squarcio di luce in quella che è invece consustanziale oscurità. Un mistero che, va da sé, non ha soluzioni, ché se le avesse l’umanità stessa non sarebbe più. Ed il fatto è che quel mistero è in sé luce.

La gnocca è gnocca, sempre, in qualunque lingua, a qualunque latitudine. A Roma come a Tripoli, a Kabul come a New York, oggi come duemila anni fa. C’è per far sbavare i maschi, per umiliarne la capacità di dominare le pulsioni, per eterodirigerne le alchimie pelviche. È un demone per l’uomo ma non per Dio che l’ha creata. Ha una trascendenza finalistica che riporta il maschio – che si crede, appunto, un dio in terra – alla sua essenziale meschinità.

Ecco, il mega-casting italo-libico è stato un ritorno all’eternità – dalla costola alla vita, dalla geopolitica alla G-politica. Un atto di umiltà, uno schiaffo alla miseria umana. È stato – azzardo – un pegno al creatore, onorato da Gheddafi con un harem muliebre eletto, affatto involgarito da galanterie da bordello di lusso cui il primomaschioitaliano non avrebbe invece saputo sottrarsi.

Quello, Berlusconi, nella gnocca vede ahilui solo gnocca. Quell’altro, Gheddafi, nella gnocca vede invece Dio, la magnitudo tsunamica della sua rivelazione e il regno dei cieli spalancato a chi, come la stessa guida beduina, capisce che la religione è una cosa seria, mica propaganda à la carte. Tutto il resto – i discorsi sull’Islam, i miliardi di risarcimento, gli affari – sono solo marketing.

Gheddafi è un illuminato interprete delle sacre scritture, sue ed altrui, ma non è – checché probabilmente il sospetto cominci ad invaderlo – un novello profeta. E lo dimostra la leggerezza commessa quando, mentre sostiene quanto l’Islam rispetti la donna preservandola dal compiere lavori inadatti alla sua femminea corporalità, dimentica le due erinni in mimetica schierate a proteggerne la maschia incolumità. Donne islamiche a fare il lavoro dei machissimi mercenari in auricolare e testa rasata di quei senzaddio dei colleghi occidentali. Un profeta non sarebbe mai incappato nei vezzi di un Berlusconi qualunque.

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