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di Kuliscioff per the Front Page

Avete letto il post siglato FrontPage con l’esalogo per il leader piddino? Si suggerisce la traccia politica – in 6 punti – del discorso che Bersani avrebbe dovuto, secondo gli autori, tenere all’audience festivaliera dei democratici uniti. Una traccia di pedagogia civile: se la maggioranza cade, si va al voto; Tonino e Nichi sono veleni genetici per l’organismo riformatore; se saranno elezioni, Casini è il nostro candidato premier.

Ora, in maniera meno concisa, meno esplicita, meno coerente, più soporifera di tFP, Bersani ha detto più o meno le stesse cose. Pessimo segnale.

Il ‘lodo’ FrontPage, dunque. Avrebbe potuto firmarlo D’Alema. Il D’Alema – e lo diciamo con rispetto – che ha fatto il premier un paio di lustri orsono. Ha perso. Ha ri-perso. Ha pluri-perso persino a casa sua. Il D’Alema-giocatore di Risiko che, fissato con l’occupazione dell’Oceania, non si predispone mica alla conquista armata – fatica insopportabilmente naïf – ma se ne sta lì a giocare al generale di carriera che disegna conquiste sulle planimetrie costruite sui confini geo-strategici di un paio di guerre perse fa.

Casini è l’Oceania dalemiana. È il centro di gravità permanente della mai realizzata emancipazione progressista del post-comunismo italiano. Mentre Blair faceva il New Labour, D’Alema costruiva l’Ulivo. Umiliato Brown, Blair creava Cameron – un vincente. Subìto Veltroni, D’Alema concepiva Bersani – un looser. Blair, il centro, l’ha plasmato. D’Alema, il centro, l’ha inseguito. E lo insegue ancora. Con l’insopportabile doppiezza di quello che ha piena contezza della sua alterità (comunista), con l’orizzonte di senso (democratico) che tuttavia pretende di poter raggiungere, in un modo e nell’altro, e che, in un modo o nell’altro, si ostina a voler proiettare sullo schermo della politica nazionale.

Quell’orizzonte, D’Alema lo identifica con il baricentro concezionale del mappamondo politico della tradizione italiota. Cioè con la Dc della sua formazione e la post-Dc della sua maturità. Nella psico-politica secondo-repubblichina, per carità, lo scarto simbolico del Massimino nazionale ci sta eccome. Come ci sta il retropensiero secondo cui, in fondo, il centro sia davvero occupato dall’argentea eredità democristiana presidiata da Pierferdi. È solo che Casini non è un costrutto politico, come l’Io dalemiano non è la realtà, non è la storia. Non è neppure il passato. È, appunto, solo un Io.

La storia politica – quella vera – l’ha fatta Blair. Che ha creato, lui sì, un orizzonte di senso libertario, progressista, emancipatore. E infatti ha vinto, ri-vinto. Vinto persino a missione (e tragedia) irakena compiuta. C’è una ragione, insomma, se Blair continua a determinare il presente e opzionare il futuro della cultura politica del suo paese: lui non ha offerto un patto al centro, lui ha creato una domanda di modernità: un bisogno reale, non un’alchimia tattica. Ed è sulla capacità di soddisfare  quel ‘nuovo’ bisogno che si confronta l’offerta politica dopo di lui – a destra come a sinistra.

Ebbene, cos’ha lasciato D’Alema in eredità al pianeta Italia se non lo spettro del suo fascinosissimo Io? Cos’ha lasciato, Lui, se non la teoria secondo cui la sinistra vince solo se alleata – ma non occupante – dell’immaginario Dc?

Veniamo al lodo FrontPage. Non postula l’urgenza per il Pd di elaborare un’offerta politica innovativa. Non affonda il coltello progressista nella piaga regressiva di una trincea culturale arenata nello status quo. Non ribadisce al player riformista che Berlsuconi si vince solo creando una domanda di modernità ‘conveniente’ – nel senso di pragmaticamente capace di dimostrare i vantaggi del meno Stato, del meno spesa, del più concorrenza, del meno impiego fisso, del meno piagnisteo pauperista, del più libertà civili… No, tFP si limita a puntare una fiche sull’opzione dalemiana – l’alleanza al centro e il centrista leader.

Della serie, Tony Blair non ci ha insegnato proprio nulla.

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