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di Simona Bonfante per Libertiamo.it

L’Alternative Vote, il sistema elettorale australiano di cui Angelo Panebianco, nel suo editoriale domenicale, ha messo in evidenza le virtù è lo stesso sistema che i Libdem, i ‘terzo-polisti’ d’Oltremanica, amerebbero introdurre in Gran Bretagna. Non dello stesso avviso i Tory, che dei Libdem sono alleati di governo, ma che di cambiare il maggioritario secco che lì chiamano First Pass the Post, non hanno alcun ragionevole motivo. Il fatto è che l’attuale sistema produce sì stabilità e alternanza, ma condanna le forze politiche minoritarie alla marginalità. E se questo non è mai stato un problema devastante per la democrazia britannica, solidamente bipartitica, un motivo di riflessione, più che un problema, ha cominciato a divenirlo in occasione dell’ultima tornata elettorale quando, come noto, si è verificata la sorprendente affermazione politica (più che numerica) dei Libdem, che ha costretto a rispolverare un oggetto istituzionale raro e anomalo del parlamentarismo britannico: l’Hung Parliament. Il parlamento del Regno oggi è ‘appeso’ ai voti ed alla solidità della coalizione, e non più solo di un partito. Per ora comunque pare funzionare.

I Libdem – come un Udc qualunque – sarebbero certo stati più lieti di fare la ‘rivoluzione proporzionale’. Ma (per fortuna) i numeri per una sì radicale eventualità non ce li hanno. Consapevoli, poi, che nella faccenda elettorale un accordo con i due partiti ‘maggioritari per vocazione’ – Tory e Labour – sarebbe stato impossibile, i compagni di Nick Clegg hanno convenuto con i partner di coalizione di sottoporre la questione agli elettori. Il referendum si terrà il prossimo maggio – dodici mesi dopo l’insediamento del governo liberal-conservatore – ed il quesito sarà una roba tipo: vuoi tenerti il sistema elettorale di ora, o preferisci l’Alternative Vote che ti permette di esprimere anche una second best?
Interrogativo chiaro, meccanismo limpido. Tra sei mesi sapremo. Le conseguenze di un’eventuale prevalenza dei ‘sì’ non sarebbero comunque poi così rivoluzionarie: il sistema si manterrebbe severamente bipolare. È solo che l’offerta politica si arricchirebbe di quelle opzioni ‘terze’ che sino ad ora l’elettore è stato più o meno costretto a sacrificare, soprattutto nei marginal seats, i collegi in bilico, dove più pesa il condizionamento del ‘voto utile’.

Ebbene, per le stesse ottime ragioni sostenute dall’amico liberaldemocratico inglese, l’Alternative Vote potrebbe essere la soluzione all’impasse sistemica – e contingente – del nostro paese. Come ha ben spiegato Panebianco, avere un collegio uninominale in cui l’elettore vota il suo favorito ma esprime anche una seconda opzione non innesca affatto gli elementi entropici del proporzionale puro – caro a Casini ed agli accoliti proto-democristiani dell’Api. La seconda scelta ha invece il pregio di aumentare il potere dell’elettore, perché gli offre la possibilità di soddisfare sia la passione sia la ragione – il primo voto al candidato di partito, il secondo al candidato bravo!
A naso, il meccanismo sembrerebbe addirittura poter avere la potenzialità di elevare il livello della competizione. Esempio: se in un collegio si presentano il candidato X per il partito che più mi piace, quello Y per il partito che non voterei neanche sotto tortura, e quello Z per una forza terza che, tutto sommato, un suo quid ce l’ha, ebbene è possibile che Z sia la mia seconda scelta. Ma è possibile che Z sia anche la seconda scelta dell’elettore dell’altra sponda. E siccome con il Voto Alternativo vince chi prende più voti – tra prima e seconda scelta – un candidato ‘terzo’ può avere addirittura la chance di prevalere sui candidati principali, e questo sarà tanto più vero quanto più competitivo sarà il suo profilo. In linea teorica, quindi, la competizione potrebbe rivelarsi aperta. Potrebbe rivelarsi addirittura ‘vera’. Nessun seggio potrebbe infatti dirsi poi così sicuro e questo – chissà – magari finisce con il costringere le forze politiche a preoccuparsi di chi far ‘scendere in campo’. Qualcuno che non fosse meno che all’altezza potrebbe infatti rischiare di venir battuto dal second best – se più credibile agli occhi dell’elettore.
Anche nel fortino lombardo, insomma, potrebbe diventare pericoloso imporre all’elettore la pupa del capo.

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