di Simona Bonfante per Libertiamo.it
C’è uno smartphone low cost. È uscito poco prima di Natale, al prezzo di 99 euro. Perché costa così poco? Perche a) usa Android, un sistema operativo open source, b) è prodotto in Cina e, c) è distribuito da Vodafone, dunque su buona parte della superficie non acquatica del pianeta. Ideos
si chiama. Non compete con IPhone – né con la di lui status-simbologia. Fa di più. Fa quello che a suo tempo fece Ryanair: portare alle masse il prodotto di nicchia. Anche sul fronte tablet
, le cose si mettono – liberisticamente parlando – per la meglio: offensiva sinergica concept/produzione/distribuzione in agguato anche qui. Della serie IPad è IPad ma le sue funzioni sono anche altri prodotti, a prezzi accessibili alle tasche dei più.
Il prodotto (o il servizio) ad alto valore aggiunto tecnologico sono resi di massa grazie ad una serie di cambiamenti nei processi di produzione (la manodopera a basso costo, le produzioni in scala, la pervasività della distribuzione). E questo avviene perché ci sono le ‘Cine’, che producono a basso costo e bene, c’è l’open sourcing, che ridefinisce il perimetro di ‘profittabilità’ della proprietà intellettuale, e ci sono le multinazionali che mettono insieme il tutto connettendosi a quel bacino esponenzialmente crescente di utenti con portafoglio e/o filosofia low-cost.
Risultato: il mercato si espande, il gap digital-economico si riduce, si diffondono (nelle regioni del pianeta e trasversalmente tra le fasce reddituali) le opportunità, prima limitate alla nicchia dei soliti gatekeeper geo-economici, di trasferire e generare benessere e conoscenza.
Tutto questo si chiama globalizzazione.
Globale vuol dire una serie di opportunità – molto più incisive e molto più universali di quelle offerte dalla riserva novecentesca dei ‘diritti acquisiti’. E tutta una serie di paletti, certo. La globalizzazione, ad esempio, non è compatibile con le formule, le regole, le prospettive dell’era pre-globale.
Vista da occidente, globalizzazione è l’accesso diffuso – di massa, appunto – alle molteplici articolazioni economico-culturali del mondo sviluppato, ma è anche lo smarrimento di fronte alle nuove coordinate sulle quali tarare il vissuto di ciascuno – dal lavoro alla mobilità ai consumi. Vista da oriente, mah: è la storia in fieri, c’è poco da fare. Comunque sia, più che una teoria, la globalizzazione è un fatto, anzi un processo che ha già prodotto fatti e shock culturali e che molti altri ancora ne innescherà. È la Cina che va al capezzale degli indebitatissimi paesi occidentali, tra cui l’Italia, a fare shopping di titoli e bond. E non certo per compassione. È perché, nel sistema globale, tutto si tiene, come in un puzzle: l’impari competizione del produttore asiatico low cost, ad esempio, con il mercato nuovo che quel medesimo paese ex emergente rappresenta già oggi, ed in futuro ancor di più, per l’ex primo mondo che siamo noi.
E globalizzazione, per noi, non deve significare solo portare in Asia le automobili che gli europei non comprano più, ma creare nuove ‘cose’, soddisfare nuovi ‘bisogni’, determinare nuove opportunità. Ed in questo non si vede proprio cosa possa esserci di male. Ecco, allora, ma perché i nativi globali, come gli attuali studenti universitari che contestano il mercato, il privato, la non sicurezza del futuro, dovrebbero così qualunquemente ostinarsi a professare fede no global senza nemmeno avvertire l’urgenza di interrogarsi su cosa la globalizzazione abbia in realtà già fatto e sul quel molto altro che ancora potrà fare per la di loro libertà?
Un articolo interessante ma che lo sarebbe stato ancora di più se avesse esplicitato un passaggio chiave : “Globale vuol dire una serie di opportunità – molto più incisive e molto più universali di quelle offerte dalla riserva novecentesca dei ‘diritti acquisiti’”.
Quali sono queste opportunità da contrapporre a quelle garantite dalla “riserva novecentesca”?
Carlo
ps: di Ideos io ne possiedo due
le opportunità cui alludo sono, ad esempio, la mobilità o l’accesso alla conoscenza, che smettono di essere privilegio per pochi per farsi, appunto, opportunità per molti. potersi muovere e poter sapere sono due obiettivi, passami l’espressione, di sinistra, cioé progressisti, perché riducono il gap all’origine tra chi ha e può, e chi non ha e non può, favorendo la mobilità sociale. credo che non siano ancora state sfruttate nè riconosciute, almeno a sinistra, le potenzialità evolutive di questi due fattori che , a mio avviso, fanno più per i ‘poveri’ di quanto non facciano i partigiani dei diritti sindacali acquisiti, non foss’altro perché i sindacati curano interessi passivi, quelli dei pensionati e dei dipendenti pubblici, ad esempio, dai quali è difficile poter generare più benesere diffuso. grazie per il commento. e visto che hai ideos anche tu, mi spieghi come si fa a disconnettersi, una volta che si è entrati in rete (con navigazione dati, non wi-fi)? grazie
Mah, non mi ritrovo del tutto in quello che dici.
A mio modesto avviso è verissimo che la globalizzazione è un dato di fatto e, che ci piaccia o meno, dobbiamo farci i conti. Detto questo la globalizzazione finora è stata soprattutto globalizzazione dei flussi finanziari e dei mercati. La maggiore diffusione della conoscenza è in gran parte dovute ai progressi della scienza e della tecnica che di per sè non sono nè di destra nè di sinistra. Anzi se oggi abbiamo internet e tutto quello che ne consegue, è proprio perchè la politica novecentesca, sia da destra sia da sinistra, ha snobbato tutto ciò che era scritto a numeri invece che a lettere considerandolo non strumentale ai propri scopi. Salvo rendersi conto solo ora che l’egemonia culturale che ricercava Gramsci era stata sostituita dal predominio della tecnica. Per farla breve, la diffusione della conoscenza è un fatto che precede la globalizzazione anzi che la ha facilitata e resa possibile (basta pensare a quello che erano le borse prima della informatizzazione) e da cui poi ha ricevuto impulso perchè strumentale ai suoi obiettivi. Il chè non toglie nulla all’aspetto positivo che la diffusione della conoscenza porta con sè.
E te ne do testè un esempio pratico rispondendo alla tua domanda finale: non c’è un comando diretto per zittire la rete su Android ma io ho risolto scaricando dall’android market un apps che si chiama “Quick setting” e che in una sola schermata ti permette di accendere e spegnere alcuni servizi tra cui la rete.
Carlo
ps1: sarei andato avanti ancora ma volevo evitare la forumizzazione del blog; in caso possiamo continuare via mail
ps2: non c’azzecca nulla, come direbbe il Nostro, ma non mi pare che il Riformista non abbia investito nella rete visto che la gran parte dei blogger di area centrosinistra aveva il blog sulla piattaforma di Polito & Co.
carlo, concordo: è lo sviluppo tecnologico che ha reso possibile la globalizzazione, la quale, d’altra parte, non è per questo una cosa politica, ma un processo avverantesi per naturale progresso dell’umanità. infatti, chi sa come si evolverà, quali altri innesti tecnologico-scientifici potranno modificarne la conformazione. in questo senso, visto che ci siamo dentro, mi pare difficile si possa, noi contemporanei, prevdere alcunché. credo però che possiamo magari metterci ad osservare con maggiore attenzione quei processi virtuosi, potenzialmente capaci di sviluppare un gioco non a somma zero – come pare invece porsi adesso la questione (il bene della cina è il nostro male, ecc). secondo me il ruolo della politica dovrebbe essere questo: ipotizzare ed articolare un progetto win-win, flessibile. non un’ideologia ma una prospettiva possibile, in base ai dati, alle esperienze ed all’analisi dei trend, in cui a vincere sia la libertà – ovvero la diffusione del benessere civile. cmq, effettivamente, potremmo stare qui a discuterne per mesi…
ah, dimenticavo. grazie per la dritta. cercherò quell’app.
Interessante!!! Complimenti anche per il blog molto intrigante.
Vi suggerisco il contributo di NotitiAE per la tecnologia, fotografie e smartphones, molto interessanti… Il link:
http://n
otitiae.wordpress.com/2011/01/17/cellulari-e-smartphone-per-la-fotografia/