di Kuliscioff per theFrontPage
Se la prendono con la Ventura perché dice a Fini quello che evidentemente a Fini non piace sentirsi dire: che ha sbagliato tutto – tattica, opportunità, uomini. Che ha suicidato Fli prima ancora di levarla alla luce. Che è sull’orlo del baratro, insomma – lui ed il suo corrosivo progetto. Doveva essere la nouvelle droite – laica, riformatrice, avanguardista. Open, come la Society popperiana, della quale il partito avrebbe dovuto essere, nella sua articolazione ed organizzazione interna, la declinazione testimoniale.
C’era già la base intellettuale e, in parte, persino quella elettorale: reale, sebbene ancora più emotiva che razionale, era la gente di Bastia Umbra. E reale era la speranza che le all’epoca-ancora-solo-evocate suggestioni liberali si consolidassero in una prospettiva non solo accoglibile nei suoi proponimenti, ma addirittura credibile, per sensatezza progettuale ed elaborazione esecutiva.
Per prima cosa andava fissato l’obiettivo: what does this party stand for? – chiederebbero gli anglofoni. Vuole, chessò, liberare l’Italia dal suo parassitismo – culturale, economico, politico? Vuole elaborare una Terza Via, di destra, tra alternativi progressismi? Vuole ricostruire il tessuto unitario del paese, civilizzando il Sud? Cosa vuole, appunto? Dopo l’obiettivo, sarebbe venuta la strategia. Fli avrebbe dovuto incarnare una cesura con il cialtronismo incombente; avrebbe dovuto rappresentare non l’anti, non l’oltre ma il sopra Berlusconi. Una roba cioè con un suo costrutto teorico, ed un raccordo conseguente ad un’agenda di policy, definita nei contenuti e nella gerarchia. Sarebbe poi venuta la questione dell’organizzazione interna e quindi della leadership.
Un progetto politico così – in pratica l’equivalente della coalizione Lib-Con in Gran Bretagna, e cioè la realtà (del cambiamento) che supera i più rosei auspici (del medesimo cambiamento) – non avrebbe potuto certo avere Fini come leader. Fini ne sarebbe stato il patrocinatore morale, il padrino, via. Ma è chiaro che un partito così nuovo non avrebbe potuto intrupparsi nell’escatologia di uno che ti parla ancora di conflitto capitale/lavoro invece di immaginarsene l’alleanza; uno che non sa pronunciare il sostantivo federalismo senza apporvi un aggettivo – solidale, il favorito – che ne svuoti il significato; uno che pensa ancora che gli errori, e la conseguente rassegna di sconfitte, possano tutto sommato anche non essere pagati, nella vita politica di una persona. La nouvelle droite italiota avrebbe avuto un interprete coerente in uno tipo Blair, tipo Cameron, tipo Sarkozy: un vincente, insomma, uno geneticamente orientato ad innovare. Pazzesco, uno come il fascio-liberale Almirante, se fosse vivo, avrebbe potuto essere lui.
Comunque, quel partito da Fini solo desiderato sarebbe in realtà stato costruito – nella proposta e nell’organizzazione – da altri. Ed è questo che ne avrebbe fatto davvero una novità, positiva. Di rottura, magari. Fini sarebbe passato alla storia come il liquidatore del velleitarismo al potere. Avrebbe fatto la figura, lui, dello sdoganatore di una democrazia politicamente matura, liberatrice e innovativa, capace di far venir fuori una classe dirigente all’altezza del civismo istituzionale e della vitalità ideale di una proposta politica finalmente davvero neo-costituente. Fini invece si è avvitato su sé stesso, e i suoi si sono avvitati attorno a lui. Questo, almeno, è quello che dicono quelli a cui Fini sta sulle palle. E se hanno ragione loro, allora vuol dire che les finiens sono tutti sostanzialmente dei pirla.
La mia idea invece è che Fini quel vero partito liberal-conservatore non l’abbia in realtà mai veramente voluto. Magari per insicurezza, e cioè per il timore di non esserne all’altezza, o per il suo contrario, ovvero per la presunzione di poterne invece fare a meno. In fondo, e umanamente lo comprendiamo, il suo obiettivo di uomo è infliggere a Berlusconi un’umiliazione almeno paragonabile a quelle – inappellabili – subite da lui. Per un po’, ringalluzzito dall’oltranzismo dei suoi, ha creduto di poterci riuscire senza neppure muovere un dito. Senza neppure sacrificare i privilegi della forma istituzionale dietro cui ha preteso sin qui di poter schermare il rancore. Ma ci avesse almeno messo gente capace. E invece ha mandato avanti chi sappiamo e ci ritroviamo dove siamo.
Quanto a lui, ci torna adesso fresco fresco di Capodanno alle Maldive mentre qui il suo mai-partito si spappolava ed i competitor già concordavano le issues della prossima campagna elettorale. Accidenti, neanche LCdM se ne è stato fermo a Natale, e infatti ce lo ritroviamo ad occupare il territorio. Alla fine ci toccherà Italia Futura, come azionista del Terzo polo, non Futuro e Libertà.
Okkey, state sereni, va tutto benissimo. È vero che si andrà a votare dopodomani e che sarà un vota Silvio-vota Nichi e che ci avremo pure Casini tra le palle, ma in fondo c’è del buono in tutto ciò: nel prossimo Parlamento molti degli artefici di questo meraviglioso scenario non ci saranno più.