Credo che del declassamento degli Usa ai mercati freghi davvero poco. Un’agenzia di rating non è un oracolo. Fa valutazioni soggettive, punto. A volte fondate, a volte no. A volte, poi, manco si accorge della voragine che si apre sotto i suoi occhi – è già successo, in fondo, no? Anzi, è stata proprio quella reiterata ‘distrazione’ delle varie Fitch e Standard & Poor’s ad aver creato sto pandemonio economico-finanziario, in cui nessuno si fida più di nessuno, e le regole non si capisce più chi le fa, anche perché, una volta fatte – tardi e male – vengono immediatamente ignorate perché, appunto, fatte troppo tardi e troppo male per poter giovare ad alcunché.
Il problema dunque non è la previsione di un’agenzia. Il problema è il creditore. Ovvero, le legittime esigenze di quel creditore che, oltretutto, ha finalmente ricordato al mondo – ed a quegli orbi dei decision-makers planetari – di avere un nome. E quel nome è Cina.
Per capirci: i cinesi hanno comprato il debito che gli Usa hanno emesso per mantenersi le spese. Spese decise dagli organi democraticamente sovrani, dalle guerre allo stato sociale. I cinesi cioé hanno finanziato quelle guerre e quello stato sociale, ma anche gli investimenti in energia e tecnologia e istruzione che sotto Bush ed Obama e Clinton prima di loro giù giù fino a Reagan, i Congressi nazionali hanno ritenuto di dover compiere.
Cioé per gli Usa, i cinesi, sono stati una banca. Ora, è ragionevole che la banca si preoccupi della solvibilità del proprio debitore. E chissà perché, finché il creditore viene definito, in astratto, di ‘mercato’, questa sua legittimissima preoccupazione appare una roba deviata. Una cosa fatta a danno e contro il sacrosanto bene delle persone vere. E poco importa che quelle persone vere siano in realtà le stesse che proprio grazie al creditore-mercato – ovvero all’acquisto da parti di questi del proprio debito – hanno potuto permettersi di spendere in cose giudicate utili. Quando invece quel debitore si riporta dall’astrazione alla concretezza, quando cioé gli si dà un nome (ed una faccia), come appunto nel caso dei cinesi, beh, le cose – e sti bizzarri meccanismi ‘speculativi’ – appaiono chissà perché più razionalmente (e pure emotivamente) comprensibili. O no?
Il discorso è lo stesso – uguale – per noi. Okkey, quasi uguale. Noi non siamo gli States, e da noi il creditore non ha un nome solo. Anche noi però se abbiamo potuto spendere – in stato sociale, pensioni, scuola, sanità, sicurezza ed una pluralità di altri domini economicamente suicidi e democraticamente deviati – è stato solo ed esclusivamente grazie al cash ricavato dalla vendita del nostro debito, ovvero dalla disponibilità dei mercati di acquistarlo a tassi ritenuti adeguati alla rendita dell’investimento. Per capirci: non è che ci abbiano fatto beneficienza, gli acquirenti. Ci hanno detto: okkey, investo io su di te, ovvero ti do il cash che ti serve per fare quello che a cospetto dei tuoi mandanti – i cittadini – ti sei impegnato politicamente e democraticamente a fare.
Ma ci hanno detto ‘investo’, appunto, mica ‘regalo’. Dunque a nostro rischio e pericolo. Cioé, se poi noi debitori offriamo al creditore spunti per temere la certezza della restituzione, beh è chiaro che il creditore si tuteli aumentando il tasso di rischio. Ora, nel dire ‘noi’ ovviamente qui si intende ‘Stato’, sebbene su questa ideologicamente forzosa identificazione si avrebbe – a ragione – un sacco da opinare. Comunque, a noi, cioé allo Stato, se non piaceva esporci ai mercati, beh avremmo fatto meglio a pensarci prima, quando spendevamo e spandevamo senza costrutto, coi soldi presi a prestito da altri. Quegli altri che oggi, non fidandosi più di noi – ed a ben donde – ci stanno a strozzina’.
Ora, è chiaro che qui va ripensato un po’ tutto, più che altro perché di questo passo si rischia lo scompaginamento della planimetria planetaria – con gli Usa relegati a colonia della Cina, pezzi di Grecia sventolanti bandiera finlandese, le italiche città d’arte rese colonie estive di Gazprom, e così via. Non che ci sarebbe nulla di male: è solo che una roba simile non avverrebbe pacificamente e che prima di arrivare a tanto, quindi, una qualche soluzione la si troverà. Il fatto però è che la soluzione richiede un ripensamento sistemico, e che a dover ripensare sé stessi non sono i mercati ma gli Stati.
Si constata con orrore, in queste angosciose settimane, quanto questa crisi abbia decretato la subordinazione di quell’entità democraticamente riconoscibile che è lo Stato, ad un’entità ad essa un tempo subordinata, il mercato; e si dice, appunto: ‘questo è inaccettabile‘. Ora, sarà pure inaccettabile che lo Stato – che è il frutto di un patto tra liberi cittadini – finisca suo malgrado sotto un padrone ‘altro’, ma intanto così è. Signori, altro che ’89, il comunismo finisce oggi. Con gli americani comprati da quei capitalisti speculatori che sono i marxistissimi cinesi!
Premesso che tocca per primi agli americani mettere un rimedio a due decenni di finanza drogata e senza regole di cui sono i principali responsabili, Perché non accelerare il processo che porterà all’eurodollaro? La globalizzazione impone delle accelerazioni impressionanti, tanto vale che l’occidente si unisca in un identità economica, oltre che culturale. Così che le parti in campo saranno più chiare e definite. William Masetti.