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12 ottobre 2010

Le firme false di Formigoni

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

I radicali, sempre loro. Ricordiamo tutti la tragica farsa delle scorse regionali: prima la lista del Pdl in Lazio estromessa per un ritardino nella presentazione (causa panino). Poi il ricorso in Lombardia che, inizialmente accolto dall’Ufficio regionale presso la Corte d’appello di Milano per conclamate irregolarità nelle firme in calce alla lista “Per la Lombardia”, rischia di bissare l’umiliazione del partito capitolino.
Formigoni sclera, ma non demorde. Ci prova persino con l’amico Alfonso Marra, presidente della Corte d’Appello responsabile della sentenza (per questo maldestro tentativo di intercessione il Governatore verrà successivamente sentito dai magistrati impegnati a districare la matassa della presunta P3).

Insomma il Pdl è nel panico. Il governo azzurro-verde corre a suo modo ai ripari. Vara un decreto ad listam – roba di un’arroganza normativa tale da far apparire le leggi ad personam un peccatuccio veniale. Il decreto oltretutto si dimostra giuridicamente inefficace ad impedire l’affondamento del transatlantico delle (eccessive) libertà.

La lista di Formigoni, infatti, sarà riammessa a prescindere da quel obbrobrio giuridico decretato d’urgenza dal team governativo. Il Tar, al quale il Celeste Governatore ed il Pdl Lombardo si erano rivolti per chiedere una sospensiva della sentenza della Corte d’appello, rileva un vizio di competenza: solo la lista esclusa – cioè “Per la Lombardia” – ha il diritto di ricorrere alla giustizia amministrativa. Non i radicali dunque.

Si svolgono le elezioni. Il governatore uscente incassa il terzo mandato consecutivo. La legge impedirebbe di esercitarne più di due. Formigoni ma anche il Pd, che ha nel Presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, il suo proprio tri-veterano del governatorato regionale, propendono per un’interpretazione ‘estensiva’ della normativa.
Lasciamo perdere.

Torniamo al clima di quei giorni. La concitazione, le battute di spirito. La delirante invocazione del principale partito di governo del comandamento supremo del regime democratico, la volontà popolare, per legittimare la liceità, o comunque l’accettabilità, della violazione delle regole, delle leggi dello stato, delle norme previste a tutela della democrazia. A sentire i pidiellini – ma non solo loro – sembrava che i radicali avessero compiuto un golpe. In realtà quelli della lista Pannella-Bonino, in Lombardia come in Lazio, non avevano fatto altro che ‘pretendere’ il rispetto della legge. Un atto invero eversivo.

Comunque, ai primi di ottobre, sei mesi dopo le elezioni, il colpo di scena. I radicali sottopongono le firme in calce alla lista «Per la Lombardia» ad una perizia calligrafica. Viene fuori che almeno 350 firme sono false. Firme clonate, falsificate. Una stessa mano a vergare in luogo di trecento-e-passa cittadini il cui nome figura tra i sottoscrittori della lista. Una violazione della legge così sfacciata da apparire…normale. Dovuta, addirittura. Perché suvvia così fan tutti, in Italia. Quasi tutti, invero. Ma in fondo raccogliere firme a norma di legge è praticamente impossibile. I listini – lo sappiamo tutti – vengono chiusi solo ai tempi supplementari. Il tempo materiale per sottoporre ai cittadini la ‘vera’ lista dei candidati, sulla base della quale chiedere la sottoscrizione, sostanzialmente non c’è. Se è vero che lo prescrive la legge, ebbene la legge non ha contezza di quanto complicato sia fare le liste. Quante richieste dell’ultimo minuto. Quante bocche da sfamare. Quante igieniste dentali da premiare. A tutto questo si potrebbe riporre rimedio. Basterebbe ad esempio considerare le prescrizioni di legge vincolanti, quindi adeguarsi. Organizzarsi per tempo, mobilitare i certificatori. Fare le cose per bene. Come tutti i cittadini normali.

Se le regole che disciplinano modalità e forme della partecipazione elettorale possono essere violate, bypassate come se fossero il Manuale delle Giovani Marmotte; se possono ritenersi una ‘formalità’ burocratica da contrapporre alla ‘sostanzialità’ della volontà popolare, beh è l’intera architettura democratica che viene meno.

In Lombardia adesso si rischia davvero di tornare alle urne. Sarebbe una tragedia, certo. Sarebbe clamoroso. Probabilmente non sarebbe neanche capito dai cittadini – sarebbe visto come uno spreco di soldi. Ma forse aiuterebbe la nostra democrazia a salvarsi ad un pelo dal precipizio. Perché, signori, non è bene accettare, come fosse filosoficamente accettabile, che lo Stato abbia la facoltà di fare il delinquente.

Per la cronaca.
Il Tar ha respinto due dei tre ricorsi presentati dai radicali. In uno veniva chiesto di far decadere tutti i consiglieri regionali eletti lo scorso marzo. In un altro si chiedeva l’annullamento del provvedimento di ammissione della lista “Per la Lombardia” di Roberto Formigoni. Su un terzo ricorso il Tar ha ordinato di «integrare il contraddittorio anche a mezzo di pubblici proclami».

30 marzo 2010

La presunzione della Bresso

Durante le settimane di oscuramento, sulle tv private sono andate in onda trasmissioni di approfondimento serie, interessanti, persino divertenti. È andata così perché Dio ha voluto che una sua creatura, casualmente prestata al servizio della Commissione di vigilanza Rai, Marco Beltrandi, mettesse in piedi quel casino della par condicio, segnale timido ma compromettente che la giustizia divina esiste.

E giustizia divina ha voluto che per almeno un paio di settimane, invece di Stracquadanio e Donadi, delle cose politiche teleparlassero giornalisti e discussant, analisti e politologi, tutti particolarmente ispirati. E che ti facevano costoro in tv? Urlavano? Si menavano? Si davano reciprocamente del ladro e del fascista? Macché. Argomentavano. Niente di meno. Roba da paese catodicamente civile. Stavo già abituandomi a guardare il futuro televisivo con ottimistica predisposizione. Stavo giusto cominciando a sentirmi a mio agio con i canali nazionali e pacificata con il mio paese.

Ma il miracolo è durato poco. È durato finché il Tar, accogliendo il ricorso di La7 e Mediaset, ovvero sovvertendo la volontà divina, ha decretato il ritorno dei frontmen della competizione politica nazionale. Politici che le sparano mosce, assurde, infondate. E politici rivali che rilanciano con sparate ancora più mosce, più assurde, più infondate. Da cambiar canale, spegnere la tele. Capitolare. Oppure guardare la Rai che, oltre Minzolini e Gabanelli, fa le fiction, gli show con i pacchi o i documentari.

C’è ancora chi si ostina a ritenere che si vince o si perde in tv. E che più si va in tv più si vince. Tra costoro c’è Rosy Bindi. Bindi il flagello di dio. Che più c’è dice-fa-pensa-a-voce-alta e più distrugge. E ieri sera a Porta a Porta ha distrutto molto più che i maroni del pacifico telespettatore…

Ma tra gli apologeti dell’equità mediatica c’è anche Marco Pannella, che solo a sentirlo, l’altra notte, commentare il risultato elettorale e smadonnare sul regime infilandoci dentro il compendio del pensiero transradicale, transnazionale, transpartito, transgandhiano mi veniva voglia di perdere conoscenza sotto le percosse di un secondino nazistoide in forza presso le patrie galere, con la speranza di non risvegliarmi più.

Torniamo alla tv. Grillo, io non l’ho visto in tv in questa campagna elettorale. Non sapevo neanche ci fosse, il suo movimento a cinque punte (o è cinque stelle?) sulla scheda elettorale che mi sono preoccupata di studiare alla vigilia delle elezioni per poi capire che no, non avrei proprio saputo chi votare. Né perché farlo. Grillo non è andato in tv ma ha preso una caterva di voti. La Lega i voti li ha presi a prescindere dalla tv. Il Pd, andando in tv i voti, se è possibile li ha persi.

Mi ha colpito il commento amaro della Bresso, rilasciato a notte fonda, una volta constatata la sconfitta. Ha detto, la Bresso, che in questo paese governare bene non premia. Che per vincere conviene riempire la capa delle gente di stronzate populiste. In pratica, andare in tv a spararle a ruota, contro i negri – tutti stupratori – e le mucche – che quelle italiane ce l’hanno meglio – che la gente ci casca e ti vota. Ecco, fino a quel momento, sinceramente, avevo parteggiato per lei e mi dolevo della sconfitta sua come di quella di Emma Bonino, convinta che i loro programmi fossero migliori e dispiaciuta del fatto che invece gli elettori non la pensassero così. Ma quel commento…

Mi è apparsa all’improvviso la gente che mi circonda, quelli che conosco e quelli di cui mi limito ad ipotizzare il ménage. Quelli che lavorano, fanno figli, consumano, litigano per il parcheggio e per i rumori nel condominio, vanno al supermercato e comprano il Mulino Bianco perché lo vedono nella pubblicità. Quelli che la domenica comprano le paste e, se c’è bel tempo, si fanno la passeggiata e se i negozi sono aperti fanno persino shopping. Quelli che si vestono tutti uguali, con le griffe contraffatte e gli occhialoni à la Beckham. Quegli stessi stronzi che, quando è il momento, votano.

Ecco, mi son venuti in mente loro e ho capito grazie alla Bresso che tutti costoro sono null’altro che una massa informe di coglioni. Bisognerebbe commissariarli, accidenti, costringerli ad un TSO, riconoscerne l’incompatibilità con lo status di cittadinanza, negare loro la facoltà di partecipare alla decisione pubblica perché… perché semplicemente quelli non sono in grado di capire.

di Kuliscioff per The Front Page

E scriviamolo nella costituzione, cazzo, che il diritto di voto è incompatibile con il favore accordato alla Lega Nord o al Pdl. E che chi guarda l’Isola dei Famosi non può essere un cittadino, e che leggere il Giornale è come diventare procuratore passando l’esame a Reggio Calabria – cioè, essere un baro -, e che bocciare il buon governo di un bravo governante di sinistra è una volgarità paragonabile a quella storiaccia assurda secondo cui la Bindi sarebbe più bella che intelligente. Proprio una roba priva di fondamento.

E allora mi dico, pensa se la par condicio non ci fosse stata. Pensa se avessimo potuto sentirlo prima, in tv, il nobile pensiero della Bresso…

24 marzo 2010

La destra delude, non perde

di Kuliscioff per The Front Page

Alle europee 2009 la destra trionfa e un po’ dappertutto si dice: la sinistra va controvento. Alle regionali 2010, la gauche in Francia trionfa. Per la sinistra italiana – ma non solo – è il segno che il vento cambia.

In Italia e in Francia si tratta di un voto di midterm, influenzato ma non dipendente dalle sfortune dei rispettivi governi nazionali. Né in Italia né in Francia, tra un’elezione e la successiva, a sinistra è successo nulla di nuovo. Nulla di politicamente rilevante. Nulla che possa indurre a ritenere che, se si fosse votato per il governo nazionale, piuttosto che per i governatorati regionali, la sinistra avrebbe avuto in mano le carte giuste per con-vincere.

Eppure in Francia – e, se il risultato regionale le darà ragione, anche in Italia – da questa vittoria la sinistra ha ricavato la certezza che per vincere basti fare la sinistra – demagogica, allarmista. L’opposto della destra, insomma. La sinistra delle 35 ore contro la destra del lavorare di più per guadagnare di più. La sinistra delle tasse ai ricchi contro la destra che le tasse ai ricchi le taglia. La sinistra della chiusura domenicale degli esercizi commerciali contro la destra che i centri commerciali li vorrebbe aperti H24.

Ma in Francia, come in Italia, la destra è debole non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto: non aver fatto le riforme, non aver liberato il lavoro, non aver sbloccato le attività produttive dalle zavorre corporative. La gauche però questo non l’ha capito. Crede di aver vinto. E crede di aver vinto per esser riuscita a smascherare le politiche anti-proletarie delle rispettive destre di governo. Non ha capito che non ha beccato un voto a destra e che semmai i voti di Sarko sono andati ai populisti Le Pen, più o meno come sta avvenendo da noi, tra Pdl e Lega.

In Francia, come in Italia, la sinistra fa solo opposizione e la fa pure male. Opposizione antropologica, prima che politica. Sarkozy è un capo-partito, non un capo-popolo. È uomo di ribalta. È potente e prepotente, debordante e – ahilui! – inconcludente. Chi l’ha eletto non aveva nulla contro il suo essere bling bling, anzi. Nulla contro la sua ostentata prepotenza. Nulla contro la sua inelegante debordanza. Chi l’ha votato credeva che le Président avrebbe fatto esattamente  quello che aveva promesso.

Ma son passati tre anni e Sarko ha fatto poco. Ha stressato il sistema impuntandosi su provvedimenti inutili – tipo l’eliminazione della pubblicità nella Tv pubblica – e persino folli – tra tutti, il “grande fratello” contro la pirateria informatica -, ma ha archiviato come “irricevibili” le proposizioni capaci di dare credibilità al suo governo e prospettive alla sua “nuova” Francia.

In Italia, siamo stressati uguale. E delusi uguale. E nelle urne lo diremo. Diremo anche – da liberali – che è meglio Bonino di Polverini. Meglio Bresso di Cota. Ma dicendo questo non stiamo sostenendo che la gauche plurielle che Bersani sta raccattando a suo coté è quello che serve al Paese. Diciamo, piuttosto, che vorremmo si facesse quello che Berlusconi non ha mai fatto: liberare il paese. Liberarlo, non annichilirlo oltre con leggi e burocrazie liberticide. Liberarlo, non asfissiarlo con misure proteggi-tutto – lavoratori, donne, professionisti, stampa, Sud – che privilegiano pochi e rovinano tanti.

La sinistra non vince, in Francia come in Italia, se per una stagione una nomenclatura la spunta sui deficit degli antagonisti. Non vince se ha paura di dire che Berlusconi e Sarkozy hanno fallito, non per quello che sono ma per quello che non hanno saputo fare. Passerà a nuttata, ma convincere (e governare) è un’altra cosa.

16 febbraio 2010

Pannella, l’esilio politico e l’audience

di Kuliscioff per The Front Page

Domenica scorsa la tradizionale conversazione settimanale tra Marco Pannella ed il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin si è aperta con un colpo di scena. Il leader radicale annuncia in diretta di aver appena trasmesso – via comunicato stampa – un appello al Presidente della Repubblica ad intervenire “per rimuovere immediatamente la situazione di patente, totale illegalità della situazione politico-elettorale in Italia”. In caso contrario – annuncia Pannella – “riterrei di dover rinunciare alla cittadinanza italiana e chiedere asilo politico ad altri Stati membri dell’Unione europea”.

La notizia – oggettivamente – c’è. Ed infatti il direttore Bordin ci informa in tempo reale che il comunicato pannelliano è già stato ripreso dalle agenzie. Si preannuncia insomma un po’ di attenzione da parte della stampa nazionale. Magari uno sfottò – “ti diranno che fai come Eco”, si azzarda a profetizzare Bordin. Ma a Pannella se anche la cosa venisse buttata in cazzeggio non frega granché. Purché se ne parli.

Il problema sollevato dal leader radicale è serio, serissimo. Il fatto è che il regime, nei fatti, impedisce ad una forza politica non rappresentata nelle istituzioni, per quanto storicamente fondata nella vita politica nazionale, di ricorrere ai pubblici ufficiali per la certificazione delle firme necessarie alla presentazione delle liste per le elezioni regionali.

È davvero una roba da regime. L’ennesima dimostrazione della pestilenziale illegalità sulla quale si regge la Repubblica Italiana.

Ha ragione allora Pannella a drammatizzare? Ha ragione da vendere.

L’Italia è un paese liberticida, anti-democratico, governato dall’illegalità.

È il paese dei Cucchi e dei Bianzino. Il paese del Parlamento dei nominati, del potere prepotente ed irresponsabile che, con soverchia spavalderia, abusa del denaro e della cosa pubblica per fare un po’ quello che gli pare. E quello che gli pare – raramente – coincide con quello che pare al popolo.

È il paese in cui una minoranza legiferante condiziona la libertà di una maggioranza soccombente. È il paese della burocrazia che asserve il cittadino. Cittadino? Chiamiamolo col suo nome: suddito.

Ebbene quel paese è un regime, quel paese è una peste. E per quanto iperboliche possano suonare quelle definizioni partorite dalla creatività sintattico-concettuale di Marco Pannella, iperboli non lo sono affatto.

Tant’è che pure chi scrive – e non di rado – si sente sovrastata dall’imperativo morale di mandarlo a cagare, questo regime, e chiedere – come Pannella – asilo politico altrove.

L’ultimo episodio risale allo scorso dicembre quando si prospettava la sciagurata eventualità di tagliare i fondi a Radio Radicale, l’unico vero servizio pubblico per cui valga la pena pagare le tasse. Se davvero non avessero rinnovato la convenzione, io non ci  avrei pensato un attimo. Me ne sarei andata via a vivere in un paese civile.

Poi però, sebbene in extremis, Radio Radicale è stata salvata. Ed io tra me e me mi son detta: evidentemente, alla peste italiana ci sono ancora degli sparuti – ma combattivi – anticorpi che camussianamente ci permettono di salvarci. Almeno un po’. E che in gran parte quegli anticorpi siano prodotti dall’organismo radicale credo sia vero e credo anche che facciano bene i radicali a rivendicarlo e ad insistere che la loro è un’alterità di sistema non una semplice possibile “alternativa” elettorale. E fanno bene a ribadirlo, a costo di apparire depositari di una salubrità etica geneticamente predeterminata che agli altri – quelli che nel regime ci stanno bene – può anche suscitare antipatia, sarcasmo. O indifferenza.

E tuttavia è un fatto che la resistenza radicale – isolata, dolorosa, faticosa – neppure questo regime pestilenziale (che a confronto il fascismo era robetta), riesce a farla soccombere. E se questo è, è certamente merito loro – dei radicali. Ma è anche perché evidentemente una soglia – per quanto miserrima – di pudore democratico in questo paese c’è ancora.

Una prova? Emma Bonino, La vice-presidente del Senato di regime è o no protagonista della più promettente, civile, democratica sfida elettorale degli ultimi patetici lustri della nostra storia repubblicana?

E Marco Beltrandi, il parlamentare radicale eletto (grazie alla legge dei nominati) nel Parlamento nazionale in quota Pd, è o no l’artefice della più intelligente operazione anti-regime che abbia mai avuto a oggetto la corporazione degli informatori?

Ecco, per questo – ma non solo – io sono grata ai radicali. E se fossi in Marco Pannella, me ne sentirei non solo fiera ma anche tuttosommato  persino compiaciuta. Perché nella loro alterità, minoritaria e resistenziale, lui e i suoi compagni continuano, nonostante il regime, nonostante l’epidemia pestilenziale, a fare per la civiltà democratica italiota molto più di quanto nessun potente pre-protente riesca a distruggere.

Tuttavia, stamane Marco Pannella è intervenuto in diretta dopo Stampa e Regime a comunicare l’amarezza per la “censura” operata dai media nazionali all’appello rivolto al Presidente Napolitano. La censura insomma di quell’estremo atto di disobbedienza civile volto alla salvezza delle istituzioni democratiche che il leader radicale aveva annunciato ai media, in tempo perché oggi ne dessero notizia.

Il direttore Bordin aveva appena finito una rassegna-stampa – in gran parte dedicata all’ampia, ormai quotidiana, copertura mediatica della campagna elettorale di Emma Bonino – quando nel suo intervento telefonico Pannella oppone al silenzio della stampa sul suo comunicato, il successo di audience della gag trasmessa nel corso della settimana precedente – lui protagonista – dalle Iene.

Le Iene? L’audience?

Pannella, parliamo della peste. Parliamo dello stato comatoso della nostra democrazia. Parliamo di quello che, davanti alla tua minaccia di sputtanare l’Italia a cospetto delle istituzioni democratiche europee, il Presidente della Repubblica può o è auspicabile che faccia, e tu mi vieni a dire che fai audience alle Iene e che dunque i giornali oggi avrebbero dovuto dedicarti un pezzo?

Mah! Comunque, quando avrai individuato lo stato europeo al quale chiedere asilo, ti prego di farmelo sapere. Poiché, probabilmente, ti seguirò.

8 febbraio 2010

L’Opa dipietrista sul Partito democratico

di Kuliscioff per The Front Page

La svolta di Tonino – basta resistenza, mo’ è alternanza – arriva al momento giusto. In tempo per sventare il complotto ordito da quei piduisti di via Solferino. In tempo per abbracciare i fratelli piddini, smarriti nella finzione neo-garantista. In tempo per arrivare alle prossime politiche da leader di una coalizione ricostruita attorno all’idea primigenia del big bang di sistema. Lo Stato di polizia, insomma, va fatto attraverso i mezzi democratici. E va fatto con il Pd, non in competizione con lui.

La coalizione catto-comunista – ha capito Tonino – non va indebolita a suon di opposizione de panza: va fagocitata, accordo dopo accordo, sino alla naturale capitolazione, ovvero finché risulterà naturale al centrosinistra consegnare a Tonino l’amaro calice del comando.  Le prime mosse, Tonino le sta già facendo. Sui candidati governatore, per dire, va con il Pd. Si tura il naso, ma appoggia. E appoggiando, corrompe. Poiché è difficile per una come Bonino ricostruire la propria verginità garantista dopo aver abbracciato l’Idv nella comune corsa al bottino regionale.

E De Luca, lui, lo sa che il sostegno di Di Pietro lo rende un sorvegliato speciale, eppure, garante Tonino, vuoi vedere che si moralizza pure lui? Ovvero, in caso di vittoria, darà a Tonino quello che mai Tonino avrebbe avuto se fosse rimasto solo contro tutti: un po’ di poltrone da mondare come si deve nella Regione meno pulita d’Italia. Fino ovviamente alla poltrona somma che si libererà per forza quando la magistratura compirà il proprio dovere.

L’Italia dei valori, insomma, riuscirà a fare la catarsi del centrosinistra. E comincerà dall’epurazione della sua classe dirigente, peccatore dopo peccatore. Finché il comando passerà per forza di cose ai puri, quelli veri. Quelli come Giocchino, per intenderci. Quelli come Why not e Orlando Cascio. Quelli che a Tonino devono molto. Quelli che non c’hanno messo molto a capire che era meglio sostenere la svolta con, non contro Tonino, perché in ballo non c’era mica la leadership del partito: c’è l’egemonia del centrosinistra.

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