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3 settembre 2010

Miliband vs Miliband. Rinasce il Labour post-blairiano

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Dal primo settembre sono aperti i ballot per la leadership del Labour Party. La competizione, scattata all’indomani della sconfitta elettorale dello scorso maggio, si risolverà il 25, alla vigilia della Conference, il primo congresso fuori dai giochi del potere per la generazione nata nel fu partito di Tony Blair.

Del nuovo leader si conosce già il cognome – Milband.
Miliband nel senso di David. Oppure Miliband nel senso di Ed.
Fratelli-non-coltelli (hanno offerto entrambi la disponibilità, se sconfitti, a collaborare col vincitore), ma portatori di visioni antagoniste sul futuro del partito e l’eredità, controversa, di quel New Labour nato nel 1994 con l’abolizione della Clause IV (che per statuto fissava nella collettivizzazione dei beni la finalità del partito), l’emancipazione dalle Unions (cioé la fine della ‘vocazione proletaria’) e l’avvio della Terza Via (la prospettiva liberal-socialista che ha portato, tra l’altro, all’ingresso del mercato nei servizi pubblici).

David ed Ed sono entrambi, a dispetto della giovane età, protagonisti del quindicennio neolaburista. David, il maggiore, già nel 1997 è responsabile della policy unit nel primo gabinetto blairiano, fa carriera nel corso dei tre mandati, approda infine al Ministero degli Esteri durante l’infecondo biennio browniano. Ed – il minore – è un gordoniano della prima ora, ha assunto anch’egli ruoli (per lo più junior) nei successivi governi centro-sinistri consolidando tuttavia una crescente influenza nel policy design del partito, divenendo presto tra le più rispettate intelligenze strategiche dell’alternativa browniana.

David ed Ed sono figli di un’era politica che non c’è più. Gli spettri di Blair e Brown– è vero – aleggiano ancora sulla vita pubblica nazionale. La risonanza mediatica suscitata dalle memorie di Blair – A Journey -  non fanno che confermare quanto aperti siano ancora i conti tra la Gran Bretagna ed il suo ex Premier. Tra il Party e quel suo leader antropologicamente diverso che, per la prima volta nella storia, ha consegnato ai laburisti tre schiaccianti vittorie consecutive.

L’era Blair-Brown è stata, come la precedente fase Thatcher, un periodo di cambiamenti politicamente epocali. Fare i conti con quelle figure del passato, con le rispettive eredità, con le (tante) contraddizioni ed i (non irrilevanti) successi non è tuttavia un processo affatto assimilabile alla patologica introversione da cui è affetta la sinistra italiana, dalla conclusione della sua prima – anch’essa, a suo modo, storica – conquista del potere (il governo D’Alema echeggia i successi della Terza Via clintonian-blairiana, o almeno di quella poderosa era della nuova sinistra internazionale, certamente beneficia).
Lì, in Uk il parricidio necessario alla rigenerazione ideale, progettuale, politica del partito si è cominciato a consumare un minuto dopo l’uscita di scena dei padri. In Italia, i padri, non sono stati seppelliti mai.

David ed Ed dunque sono figli del New Labour. Ciò tuttavia non ha impedito loro di metabolizzarne la fine. Maturare una riflessione autonoma sull’esperienza passata ed una visione antagonista sul futuro politico del partito, pianificare strategie tra loro alternative rispetto al modo di fare opposizione e costrutti non proprio affini rispetto alla issue centrale della riflessione politica contemporanea: il ruolo dello stato.

David ed Ed, a dire il vero, muovono da letture diametralmente opposte della crisi internazionale che ha duramente penalizzato l’alta finanziarizzazione dell’economia britannica. Opposte, dunque, anche le soluzioni proposte. Ed condanna la brutalità del mercato, ponendo nel ritorno allo Stato interventista l’argine etico alle brutture del mondo (il sostanziale fallimento degli investimenti enormi fatti dai tre governi laburisti sulle infrastrutture sociali per rimuovere gap e povertà non hanno, evidentemente, suggerito ad Ed una riflessione sui limitati effetti dell’intervento pubblico, per quanto innovativo, per quanto radicale!). È, la sua, la retorica socialdemocratica classica - tassare i ricchi e ridistribuire ai poveri, colpire la finanza e sostenere il ritorno dell’economa industriale.

Per David, al contrario, la crisi non ha affatto decretato il fallimento della suggestione liberale né riportato in voga la chimera dello Stato-salva-tutto (“siamo socialisti – dice – mica statalisti”). Al contrario del fratello, dunque, David non solo rivendica la solidità del costrutto New Labour, ma rilancia la necessità di servire la vocazione progressista accompagnando con le riforme, non con la conservazione, i processi di modernizzazione economica e sociale  – “We must become again the innovators and reformers and not just the defenders of the public sector.”

Dibattito encomiabile. Forse non dramatic enough per fare la storia se è vero – come scrive sul Financial Times un ex policy adviser di Blair e Brown, Patrick Diamond – che nella campagna per la leadership non c’è stato un ‘momentum’ paragonabile a quello della Clause IV. Non si è sentito da alcuno dei candidati – osserva insomma Diamond – annunciare “the end to Labour’s fixation with traditional state power”, né un discorso radicale su come “make it again the party of moral, not mechanical reform”.

Non c’è stato un ‘momentum’, è vero. Quantomeno non ancora.
La questione che ci preme qui affrontare tuttavia non riguarda tanto le sorti del New Labour – se il suo futuro sarà Old, New, o semplicemente True – quanto il metodo, plasticamente celebrato in questa competizione, con cui un partito nella civiltà democratica più evoluta d’Europa si predispone, attraverso la costruzione di una nuova leadership, a riacquistare centralità nel discorso pubblico nazionale.

Archiviato il passato, metabolizzata la sconfitta, preso atto della novità culturale rappresentata dall’asse Cameron-Clegg, nel Labour convivono oggi (almeno) due visioni antagoniste che si sfidano – ohibò – su argomenti politici. Solo su quelli. Niente consorterie, niente fango sull’avversario. Una competizione tra visioni e strategie che si ricomporrà il 26 settembre, alla prima Labour Conference dell’era post-blairiana. Non saranno, da quel momento, solo pacche sulle spalle ed attestati di fedeltà al neo-decretato vincitore: rimarranno le differenze, non si taccerà il dibattito. Non si silenzieranno le minoranze, non si punirà il dissenso.
Il leader sarà il leader di tutti, ma non per statuto. Non per legge. Non a vita.

Banale a dirsi: l’autorevolezza di una leadership non si blinda dietro l’intangibilità del comando. Va da sé che un leader – un leader vero – favorisce il confronto perché è quello che dà nutrimento alla sua stessa credibilità. Un padrone, al contrario, il confronto lo teme. Ma questo è un altro discorso e comunque ogni riferimento a Berlusconi ed alla sua peculiare concezione delle prerogative e funzioni del comando è – mi si conceda – assolutamente casuale.

11 maggio 2010

Uk, coalizione all’amatriciana

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

- I negoziati cominciano la mattina dopo le elezioni, quel venerdì 7 maggio in cui la Gran Bretagna si sveglia
a) con un parlamento senza maggioranza
b) con lo stesso primo ministro del giorno prima
c) con la nebulosa prospettiva di un governo dal colore incerto
d) con, persino, la possibilità di trovarsi come premier qualcuno che gli elettori non hanno votato, ed infine
e) con la probabilità di ritornare alle urne nel giro di pochi mesi.

Di giorni, da allora, ne sono passati 5. E si continua a negoziare.
Nel frattempo, 4 giorni dopo aver perso le elezioni, Brown si decide ad annunciare, tra unanime giubilo, le dimissioni da leader del partito. Questo cambia radicalmente le cose. Dunque, si ricomincia a trattare, ma stavolta sull’altro fronte.

La democrazia britannica non si merita tanto: queste elezioni non hanno dato un vero e proprio vincitore ma neppure un unico vero e proprio perdente. C’è la recessione, la Grecia, la disoccupazione. Bisogna governare. E invece si negozia: tra Tory e Libdem, tra Libdem e Labour. E per il Labour non è più Brown a tenere le fila, ma il gabinetto dei “poteri forti” del partito  – Peter Mandelson, Ed Miliband, Ed Balls ed Andrew Adonis – che a questo punto hanno in mano le sorti del prossimo governo. Perché dopo il passo indietro di Brown, l’accordo Lib-Lab si fa drammaticamente più concreto. Labour e Libdem da soli non hanno ancora la maggioranza. La coalizione quindi si dovrebbe estendere allo Sinn Fein, al SNP, ai Green – che hanno conquistato per la prima volta un seggio – e poggiarsi sull’astensione degli altri partiti regionali. Questo renderebbe impossibile realizzare una politica di rigore. Sarebbe una coalizione retta sul ricatto dei partiti stra-minoritari. Un po’ come comunisti, verdi e dipietristi nell’ultimo governo Prodi.

David Cameron ha sbagliato tattica. È l’unico che ha vinto, voti e seggi, sebbene non quanto avrebbe dovuto – è rimasto tagliato fuori dalla Scozia (che si è permessa di snobbare persino Alex Salmond, il leader dello Scottish National Party, mantenendosi saldamente nelle mani del Labour), e ha sottratto al Labour troppi pochi seats. Ma avendo più voti e più seggi, i Tory dovevano forse decidere subito di governare una minoranza e non negoziare la formazione di una coalizione.

Cameron, invece, sull’accordo con i Libdem ci ha investito la leadership. E si può dire che ci abbia solo rimesso. Perché 5 giorni di negoziato hanno sconvolto, stressato, sottoposto ad un esercizio estremo di pazienza la democrazia britannica.
La trattativa tra Tory e Libdem – cominciata venerdì e trascinatasi sino a lunedì, con il coup de théâtre di Gordon Brown – ha infatti svelato in tutta la sua limpida perversione il meccanismo negoziale tipico dei sistemi politici coalizionali europei. Sapete, le dichiarazioni di questo e le puntualizzazioni di quello, i pizzini del deputato Tizio, e il ricatto morale del militante Caio. Spettacolo indecoroso. Tant’è che uno degli argomenti più gettonati tra i britannici oppositori del proporzionale, in questi giorni, è: “ma guardate come ci siamo ridotti, sembriamo l’Italia!”.

Nemesi interessante per Nick Clegg: pur senza cambiare sistema elettorale, ha mostrato alla Gran Bretagna cosa possano significare i termini “coalizione” o “proporzionale” e quanto quei democratici costrutti facciano a pugni con il principio esimio della democrazia nazionale: chi vince governa.

Il negoziato ha logorato la leadership di Cameron e rafforzato le istanze più radicali dei due primi attori della trattativa (sono persino scesi in piazza dei fanatici del proporzionale, a ricordare a Clegg, mentre quello negozia con i Tory, acerrimi nemici di qualunque riforma, che la priorità Libdem è appunto la riforma elettorale!).
Ed il risultato probabile, alla fine di queste estenuanti contrattazioni, sarà la meno democratica delle soluzioni: una coalition of losers o, per dirla con Gordon Brown, a progressive coalition of government.

Cameron non avrebbe dovuto coinvolgere Clegg in un dialogo alla pari. Perché Clegg, a differenza dei Tory, le elezioni le ha perse.
Il leader tory avrebbe invece dovuto cominciare con il dettare lui l’agenda, senza lasciare a Clegg lo sbalorditivo privilegio di tenere il paese senza governo in attesa che il suo partito trovi la quadra per trasformare una sconfitta in una debordante vittoria.  Questa strada ha portato a quella che al momento appare una eventualità tutt’altro che remota: riportare i laburisti al governo ed estromettere i Tory, primo partito del paese.

Secondo Niall Ferguson, Cameron avrebbe dovuto alzare la posta. Fare un prendere o lasciare, come nel 1974 fece l’allora leader del Labour, Harold Wilson. Formò un governo di minoranza. Dopo 7 mesi indisse nuove elezioni e fu premiato della maggioranza assoluta. Anche allora si era in crisi economica. Ma la strategia vincente di Wilson tirò il paese fuori dalla crisi politica.

L’accordo Lib-Con è stato un azzardo. Le piattaforme economiche dei due partiti  sono incompatibili e nessuna trattativa potrà mai riuscire a renderle in qualche modo coerenti tra loro e con l’interesse dell’economia nazionale. Non la pensano uguale neppure sulla forma della democrazia: in comune, Tory e Libdem hanno la sensibilità per le libertà civili, ma non si può fare un governo che abbia come prioritario obiettivo l’abolizione delle ID card.
E poi, lo ha detto candidamente una elettrice di Clegg, intervistata dalla BBC. “Io ho votato per quello che divide i Libdem dai Tory, non per quello che li unisce.”

La sensazione è che i Libdem a questo punto preferiscano l’accordo con il Labour e non solo per la maggiore affinità politica, ma anche perché, essendo il partito perdente, il Labour è disposto a pagare ai Libdem un prezzo politico più alto pur di rientrare al governo – e questo significa riforma elettorale, referendum e riforma costituzionale per l’abolizione della House of Lords e la sua sostituzione con una seconda camera eletta. Per i liberalidemocratici sarebbe un successo clamoroso. Ma un successo ingiustificato, dal momento che il sistema proporzionale che loro sostengono prevede che ad ogni elezione si ripeta l’estenuante rituale che è andato in onda in questi giorni, e di cui nessuno può francamente dirsi happy.

Il senso della fairness democratica ha moralmente vincolato Clegg a riconoscere ai Tory il diritto democratico di governare. Da qui la necessità di trattare con Cameron. Ma la democrazia interna ai Libdem è tale che, senza il voto favorevole degli organi direttivi del partito, il leader non può decidere nulla. E il partito di Clegg l’accordo con i Tory non lo vuole. E così Cameron, spiazzato dall’annuncio delle dimissioni di Brown e dell’avvio di trattative ufficiali tra Clegg e il Labour, si trova costretto, per andare al governo, a rilanciare l’offerta ai Libdem mettendo sul piatto la fiche del referendum elettorale. Per Cameron, una capitolazione.

L’attenzione infatti adesso non è più su di lui, ma su chi sarà il prossimo leader del Labour. Lunedì pomeriggio, poco dopo lo step down di Gordon Brown, si è riunito il vertice del partito. I papabili alla successione sono i soliti: Ed Balls, David Miliband, Harriet Harmann – l’attuale vice, potenziale reggente del partito sino alla prossima conference, ma non certo titolata ad assumere il top job. Importa eccome, quindi, sapere su chi punterà il Labour perché quel qualcuno, alla faccia di David Cameron, potrebbe essere il prossimo inquilino di Downing Street.

Certo, è appassionante seguire la British next government saga, con i suoi retroscena, i suoi colpi di scena, le sue scenette di compassata gravità. Ma la farsa è bella se dura poco. Non è questa la democrazia britannica. Questa è una versione civile dell’italico, caotico ordine delle cose!
Guardate, basta dare un occhio alla composizione del nuovo parlamento britannico per capire che loro non sono ancora pronti per essere come noi. Le minoranze etniche, ad esempio, sono rappresentate da 26 MPs, 12 in più del precedente parlamento, mentre con le 139 deputate appena elette il nuovo parlamento tocca il record di presenze femminili. Un dato interessante, poi, riguarda l’identikit socio-culturale del nuovo parlamentare: middle class, laureato, sempre più etoniano e maggioritariamente educato in una public school (la media nazionale è del 7 per cento): l’establishment, insomma, ma quanto meno culturalmente attrezzato.

Rispetto alla distribuzione delle costituency inglesi si osserva inoltre come, a parità di connotati socio-economici, l’affermazione di un partito piuttosto che un altro in un dato territorio sia indipendente da quello che il partito fa a livello nazionale: vince il candidato che si presenta localmente come il più rappresentativo, segno che il buon vecchio First Pass the Post permette ancora di onorare quella magnifica virtù del maggioritario britannico che è l’accountability di un parlamentare rispetto alla sua comunità.

Che sia una parentesi, questa hung experience, come lo fu nel 78? Lo speriamo, per il bene loro e per il bene nostro. Perché se questa storia va avanti, foss’anche per qualche mese, state pur sicuri che qualcuno si metterebbe in testa anche da noi che, tutto sommato, il bipolarismo meriti di tornare ad essere materia di discussione.

7 maggio 2010

More vote, more seats

Brown dice: “I’m prepared to discuss with mr Clegg”.

Ma per Clegg i Tory hanno più voti, hanno più seggi, quindi devono governare loro.

7 maggio 2010

Il rito

Londra, ore 15.20

Alla fine dello spoglio il presidente di seggio convoca tutti i candidati, annuncia i risultati e cede la parola al vincitore che tra gli applausi dei supporter pronuncia un breve speech.

Lo hanno fatto anche Brown, Cameron e Clegg. Un rito molto civile.

7 maggio 2010

It’s Hung!

di Kuliscioff per The Front Page

Londra, venerdì ore 10.45.
Nick Clegg commenta il risultato elettorale (non ancora definitivo ma già significativo): “una delusione”. I Libdem non sfondano (si fermano al 23%), anzi addirittura perdono seggi. I Tory sono il primo partito, per voti (36%) e seggi, ma non conquistano i crucial seats necessari per assicurarsi la maggioranza di 326 seggi. Il Labour perde voti (29%) ma non scompare, premiato, a quanto sembra, dal voto utile tatticamente depositato per scongiurare la vittoria blu nei seggi a rischio. La situazione adesso è più aperta che mai. Una sola la certezza: è Hung Parliament.

A questo punto non si sa ancora cosa succederà. Brown potrebbe dimettersi già nelle prossime ore e David Cameron potrebbe accettare dalla regina l’incarico di formare un governo monocolore, ma di minoranza. Oppure potrebbe succedere che Brown non si dimetta e che negozi con Clegg un accordo di coalizione lib-lab. Il diritto costituzionale lo permette ma ragioni di basilare deontologia politica rendono l’eventualità particolarmente unfair. Oppure ancora potrebbe succedere che i Libdem accordino il loro sostegno a Cameron, entrando in un governo maggioritario ma di coalizione, magari con la collaborazione dei partiti regionali, come gli unionisti irlandesi. Vedremo.

Intanto, nel Labour non si rinuncia a negoziare, e tra i Tory a riflettere sulla scelta politicamente e costituzionalmente più appropriata. Clegg non tradisce la delusione e riconosce a Cameron il diritto/dovere di cercare in parlamento una maggioranza a sostegno del suo governo. Tra i commentatori è smarrimento. Una situazione così incerta non si verificava dagli Anni 70 e in un momento così sensibile, con i mercati in trepidante attesa di una leadership, una scelta chiara e rapida è quanto mai necessaria. Poiché il rischio è che un governo fragile porti ad instabilità ed elezioni anticipate. Un disastro, per l’economia. Un disastro di cui nessuno dei tre leader vuol assumersi la responsabilità.

Oggi il Regno Unito non conosce ancora il suo nuovo Primo Ministro. Comunque andrà, tuttavia, e comunque si giudichi il risultato elettorale, queste elezioni sono state, a loro modo, storiche. Forse non al punto da “salvare la Gran Bretagna” come auspicava ieri il conservatore Times, ma quanto basta per riconoscere che nella geografia politica e nella democrazia britannica effettivamente qualcosa è cambiato.

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