E quindi aveva ragione D’Alema. Lega e sinistra della stessa materia organica sono fatte: retorica demagogica, ideologismo ottuso, utopismo parassitario. E anti-berlusconismo.
Le pensioni non si toccano – intimano all’unisono il Bossi e il Bersani. Non si toccano ma non si capisce razionalmente perché, visto che la vita media si è allungata al di là di ogni ragionevole argomentazione a difesa del limite temporale di un’era demografica fa; visto che le pensioni che non si devono toccare sono quelle di chi una pensione garantita – e pure cospicua al di là di ogni ragionevole argomentazione di sostenibilità – ce l’ha. E ce l’ha ancora, quella cospicua pensione, solo perché invece c’è un sacco di altra gente che la pensione, pur dovendo coattamente contribuire al comune fondo previdenziale, alla fine non l’avrà.
La sinistra e la sua costola
Tornare avanti. Retro-avanzamento del Pd anti-liberale
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
C’è stato un momento in cui il PD è stato liberista. Se ne sono accorti in pochi, ma si sa: la distrazione di massa è la vera pandemia della nostra era.
L’importante tuttavia è che la notizia sia venuta alla luce. E, soprattutto, che il pericolo sia rientrato. Anche perché – diciamolo – la sola eventualità di un partito progressista che nell’era globale si lasci contaminare dal veleno liberale – peggio: liberista – beh, è francamente uno di quegli scenari digeribili solo da chi ha un pelo sullo stomaco spesso così!
A scongiurare l’apocalisse, la compagine dei Giovani (forti e vagamente dalemiani) Turchi
, gli ormai popolarissimi esponenti della nouvelle vague social-laburista, cui si deve il j’accuse diffuso, appena pochi giorni orsono, con il titolo “Tornare avanti” (un rompicapo sul quale linguisti e politologi avranno di che elucubrare per un po’).
L’agile documento
, con le sue 30milaepassa battute, riesce nella perigliosa e niente affatto scontata missione di:
a) smascherare il complotto ordito dall’establishment veltroniano per innescare nel partito il virus della modernità;
b) ricostruire le tappe della perdizione, esimendo con lampante chiarezza le prove del reato, praticamente la pistola fumante che schiaccia i rei liberal-maggioritari sotto il fardello della propria responsabilità;
c) offrire ai democratici il rosario dell’espiazione, per emendare il peccato, annichilire il rischio di ri-cadere in tentazione, riappacificarsi con la coscienza e rientrare sulla retta via, cioè il socialismo.
Il complotto. È stato pianificato – va da sé – due anni fa, al Lingotto, quando la demoniaca strategia veltroniana venne suggellata da un discorso che altro non era se non «un purissimo distillato di quel peculiare liberalismo antidemocratico che negli ultimi venti anni, in diverse forme, ha preso il sopravvento in tutto il mondo, ma in Italia più che altrove. Un’ideologia che nel nostro paese è capace di abbracciare tanto le eleganti dottrine liberiste dei maître à penser della Confindustria, o al limite dei loro discepoli più caritatevoli e più versati nell’arte di riuscir graditi ai salotti progressisti (…). »
Chiaro, no?
La perdizione. Si è consumata con quella malsana «idea di autosufficienza che ha guidato sia l’esperienza del secondo governo Prodi sia la prima fase del Pd».
«Una concezione – si precisa nel documento dei turchi – che nasce dalla suprema diffidenza verso un’idea della politica come attività sovraordinata.»
Invitiamo il lettore a prender nota della minaccia, imperante nel disegno veltroniano, della suggestione maggioritaria: il rifiuto della politica come ‘attività sovraordinata’ – lo capirebbe anche un bambino – espone la causa proletaria ad abominevoli conseguenze. Ecco, solo uno stolto o uno in malafede avrebbe mai potuto credere che dovesse essere la società tutta – e non solo il raggruppamento classista geneticamente codificato nella lungimirante tradizione della gauche – la constituency del partito del progressismo italiano. Solo uno in malafede, appunto. Solo uno come Veltroni che – diciamoci la verità – sta lì da sempre con il solo e precipuo obiettivo di fare le scarpe a D’Alema.
L’espiazione. «Per aprire davvero una stagione di riforme il Pd deve uscire dall’ipnosi indotta da questo circuito autoreferenziale. Se vuole recuperare una propria autonoma visione del paese e del mondo – è l’incoraggiante prospettiva degli estensori di Tornare avanti – [il Pd] deve individuare con chiarezza i propri riferimenti e i propri interlocutori sociali. A cominciare dalle nuove “classi subalterne” (…) escluse o penalizzate dagli attuali equilibri e potenzialmente sensibili a una proposta di cambiamento. Solo così il Pd potrà sottrarsi all’egemonia di quel “ceto medio riflessivo” che minaccia di ridurlo sempre più a una grande ong per la difesa dell’ambiente, dei diritti civili e della pace nel mondo. E dovrà farlo a partire da una solenne petizione di principio: prima della responsabilità verso le generazioni future, viene la responsabilità verso le generazioni presenti.»
La pregnanza del concetto di ‘generazioni presenti’ da contrapporre a quell’indistinto simbolico che sono appunto le ‘generazioni future’ merita di essere sottolineata tre volte, evidenziata in giallo, e possibilmente tatuata su una parte visibile – e non deperibile – del corpo democratico del nostro paese.
Ora, per evitare che quella pericolosa distonia simbolica che è il futuro faccia breccia nei cuori e nelle menti democratiche – ammoniscono i meravigliosi giovani turchi – è necessario per «i riformisti riorganizzarsi su basi sovranazionali per evitare le sciagure del passato.»
Giunge all’uopo Massimo D’Alema. Il D’Alema che, sul fronte ‘sovranazionale’, si muove già da tempo, nel ruolo di guida della Foundation of European Progressive Studies (FEPS), prestigioso organismo dedicato all’elaborazione della cultura politica dei progressisti mondiali.
Orbene, la questione di fondo del progressismo – ci illumina il salvatore della purezza dottrinaria piddina – «è tutta in un interrogativo. Berlusconi certo non è finito, reagirà e avremo ancora delle fasi aspre: ma perché, di fronte alla evidente crisi della destra, il Pd non riesce a crescere? »
In tutta evidenza, quello posto da D’Alema è un problema non da poco: nonostante la defenestrazione del cancerogeno Veltroni, nonostante la radicale terapia del bersanismo applicato, com’è che il Pd non riesce ancora a tornare in salute? E sì che – sentenzia
il teorico Massimo del progressismo contemporaneo – «con l’importante discorso di Torino», l’oncologo Bersani ha affrontato il male «nel modo giusto».
Un bel dilemma davvero. Un problema oltretutto che non investe solo i compagni italiani. In Francia, ad esempio, è tutto un dibattere tra i socialisti su come riallineare la gente alla bussola socialdemocratica (e non il contrario). Per un po’, ad onor del vero, anche les socialistes sono incappati nelle sirene liberal-maggioritarie dell’obamismo veltroniano, cedendo addirittura al deviazionismo leaderistico sublimato da quella patologia democratica chiamata ‘primarie’. E, a dire il vero, non si è ancora compiuto nel Psf il pieno rinsavimento se è vero che c’è ancora chi – la Royal, Strauss-Kahn, tra gli altri – si ostina a propugnare la ‘contendibilità’ del partito, ponendosi in sprezzante atteggiamento competitivo con la segretaria nazionale, Martine Aubry, l’intransigente custode del conservatorismo gauchiste consacrata neanche due anni orsono dal sacro conclave congressuale. Ma vedrete, anche i francesi, presto o tardi, si dalemizzeranno. Vedrete, la chiamata alle armi dei Giovani turchi si sovranazionalizzerà presto. Insomma lo capiranno prima o poi i compagni du monde entier che il nemico da abbattere, accidenti, è il liberismo!
P.s. Questo articolo non è una difesa del veltronismo. Può apparirlo ma non lo è. Il fatto è che, francamente, non avremmo mai creduto di poter arrivare anche solo a sospettare che sul Pd, per come lo abbiamo seguito in questi anni, fosse mai alitato anche un pur larvato esprit liberale. L’arrivo dei turchi tuttavia ha drasticamente incrinato le nostre certezze. Veltroni che lancia
il suo movimento riformatore è lo stesso che esalta la retorica del posto fisso. E questo scoraggerebbe chiunque, anche il più benintenzionato, a vederci un barlume di liberalità. Ma siamo realisti: per la salubrità del nostro sistema politico occorre una forza antagonista capace di contendere al centro-destra l’elettorato in astinenza di innovazione. Su quell’elettorato il progetto conservatore di Bersani ed accoliti non può esercitare il minimo appeal. Un Veltroni meno timido ed ambiguo di quanto non sia stato in passato, più determinato sulle riforme e meno abbagliato dalle formulette retoriche, invece forse sì.
D’Alema al Centro del suo Io
di Kuliscioff per the Front Page
Avete letto il post siglato FrontPage con l’esalogo per il leader piddino? Si suggerisce la traccia politica – in 6 punti – del discorso che Bersani avrebbe dovuto, secondo gli autori, tenere all’audience festivaliera dei democratici uniti. Una traccia di pedagogia civile: se la maggioranza cade, si va al voto; Tonino e Nichi sono veleni genetici per l’organismo riformatore; se saranno elezioni, Casini è il nostro candidato premier.
Ora, in maniera meno concisa, meno esplicita, meno coerente, più soporifera di tFP, Bersani ha detto più o meno le stesse cose. Pessimo segnale.
Il ‘lodo’ FrontPage, dunque. Avrebbe potuto firmarlo D’Alema. Il D’Alema – e lo diciamo con rispetto – che ha fatto il premier un paio di lustri orsono. Ha perso. Ha ri-perso. Ha pluri-perso persino a casa sua. Il D’Alema-giocatore di Risiko che, fissato con l’occupazione dell’Oceania, non si predispone mica alla conquista armata – fatica insopportabilmente naïf – ma se ne sta lì a giocare al generale di carriera che disegna conquiste sulle planimetrie costruite sui confini geo-strategici di un paio di guerre perse fa.
Casini è l’Oceania dalemiana. È il centro di gravità permanente della mai realizzata emancipazione progressista del post-comunismo italiano. Mentre Blair faceva il New Labour, D’Alema costruiva l’Ulivo. Umiliato Brown, Blair creava Cameron – un vincente. Subìto Veltroni, D’Alema concepiva Bersani – un looser. Blair, il centro, l’ha plasmato. D’Alema, il centro, l’ha inseguito. E lo insegue ancora. Con l’insopportabile doppiezza di quello che ha piena contezza della sua alterità (comunista), con l’orizzonte di senso (democratico) che tuttavia pretende di poter raggiungere, in un modo e nell’altro, e che, in un modo o nell’altro, si ostina a voler proiettare sullo schermo della politica nazionale.
Quell’orizzonte, D’Alema lo identifica con il baricentro concezionale del mappamondo politico della tradizione italiota. Cioè con la Dc della sua formazione e la post-Dc della sua maturità. Nella psico-politica secondo-repubblichina, per carità, lo scarto simbolico del Massimino nazionale ci sta eccome. Come ci sta il retropensiero secondo cui, in fondo, il centro sia davvero occupato dall’argentea eredità democristiana presidiata da Pierferdi. È solo che Casini non è un costrutto politico, come l’Io dalemiano non è la realtà, non è la storia. Non è neppure il passato. È, appunto, solo un Io.
La storia politica – quella vera – l’ha fatta Blair. Che ha creato, lui sì, un orizzonte di senso libertario, progressista, emancipatore. E infatti ha vinto, ri-vinto. Vinto persino a missione (e tragedia) irakena compiuta. C’è una ragione, insomma, se Blair continua a determinare il presente e opzionare il futuro della cultura politica del suo paese: lui non ha offerto un patto al centro, lui ha creato una domanda di modernità: un bisogno reale, non un’alchimia tattica. Ed è sulla capacità di soddisfare quel ‘nuovo’ bisogno che si confronta l’offerta politica dopo di lui – a destra come a sinistra.
Ebbene, cos’ha lasciato D’Alema in eredità al pianeta Italia se non lo spettro del suo fascinosissimo Io? Cos’ha lasciato, Lui, se non la teoria secondo cui la sinistra vince solo se alleata – ma non occupante – dell’immaginario Dc?
Veniamo al lodo FrontPage. Non postula l’urgenza per il Pd di elaborare un’offerta politica innovativa. Non affonda il coltello progressista nella piaga regressiva di una trincea culturale arenata nello status quo. Non ribadisce al player riformista che Berlsuconi si vince solo creando una domanda di modernità ‘conveniente’ – nel senso di pragmaticamente capace di dimostrare i vantaggi del meno Stato, del meno spesa, del più concorrenza, del meno impiego fisso, del meno piagnisteo pauperista, del più libertà civili… No, tFP si limita a puntare una fiche sull’opzione dalemiana – l’alleanza al centro e il centrista leader.
Della serie, Tony Blair non ci ha insegnato proprio nulla.
Quindici anni completamente inutili
di si.bo per The Front Page
Massimo D’Alema, Un paese normale
con Claudio Velardi e Gianni Cuperlo
Arnoldo Mondadori Editore, 1995, Lire 25.000
È il 1995. C’è ancora la lira, Berlusconi, appena nato, ha già vinto ma Massimo D’Alema, nuovo segretario del Pds, è tutto un fermento di idee, entusiasmi e progetti. È lui, il caro leader, che di questa sinistra – non più comunista non ancora democratica – vuol fare la force tranquille che trasformerà l’Italia in un paese normale.
Problema: l’Italia di allora è la stessa di oggi. E il bello è che lo è anche la sinistra. Precisa, spiccicata. Stessa agenda, stessi uomini, stessa storia, quella appunto di Massimo e Walter. Dove Massimo è quello fico, quello innovativo. Quello che, quando vince il congresso, dirà dell’avversario che è stato giusto che perdesse, perché in fondo Walter era più adatto ad occuparsi di altro – cinema, romanzetti, cultura, videocassette… che si occupi dell’Unità – mentre lui, diciamolo, è naturalmente più inclinato a reggere il timone del grande partito progressista italiano nella storica fase del suo approdo al potere.
Non c’è affatto ironia. Né auto-ironia. ‘Sto libro è una palla mortale. Uno sfracellamento narrativo di maroni. Ma le idee, D’Alema ce le ha chiare. “Il compito della mia generazione – esordisce, perentorio ed ispirato, nell’opera cult del velleitarismo post comunista – è portare la sinistra italiana al governo del paese”. Meno lucida, effettivamente, è la lezione storica appresa dal neoleader pidiessino, dacché la sinistra a Palazzo Chigi c’era già stata un decennio prima con un tale che si chiamava Bettino! Il punto, comunque, è che adesso – allora – i comunisti sono socialdemocratici. E Massimo alla socialdemocrazia ci crede davvero e vi si applica con impegno.
Pensate, non c’era ancora Ryanair nel 1995, ma Massimo D’Alema volava già a Londra, faceva un salto alla City e tornava entusiasta – compagni, non è mica un covo di conservatori in panciotto e cigarillos! Scopriva la libertà, intuiva che il mercato non è una giungla ma un sistema di regole, che il welfare non può mettere al centro lo Stato ma, piuttosto, la persona. Scopriva, insomma, quello che i ragazzini della piccola borghesia aspirante media avevano già sgamato negli Anni 80, grazie alle vacanze-studio in Inghilterra finanziate dalle aziende dei loro papà.
Massimo arriva tardi – è vero – e, quando arriva, la premiata ditta della socialdemocrazia ha già dichiarato fallimento, ma lui riesce lo stesso a rintracciarne i fondi di magazzino spacciandoli per novità. A ragà, è o non è un genio, quest’uomo qui? Uno che riesce a creare attesa e stupore con ideuzze stantìe manco fosse Steve Jobs con l’iPad. Beh, uno così merita – oggettivamente – di farsi logo, merita di fare del dalemismo un must.
Fa brocantage ideologico, Massimuccio nostro, lo fa oggettivamente senza ritegno, ma lo fa al momento giusto. Quando la socialdemocrazia – che non c’è già più – spera ancora di poter rinascere sulle sorti di questo comunista italiano ritardato, e quando la sinistra liberale à la Tony Blair – di cui ancora pochi intuiscono la fortuna prossima ventura – è già pronta a puntellarsi sulle macerie comunitariste per far spiccare il volo alla terza via.
È così che Massimo, fresco fresco di iscrizione al club dei socialisti europei, si dà un sacco fare per creare l’esprit camarade con i nuovi amici (o si chiamano compagni?) socialdemocratici, scoprendo oltretutto di sentircisi un sacco a proprio agio. Tant’è che ne invita un bel po’ al suo congresso di investitura. No, non chiama quello sbarbatello del neo-leader del New Labour – chi sarà mai ’sto Tony Blair?
Predilige piuttosto un socialista di peso, un elefante vero: Lionel Jospin, quello che è stato capace di prendere meno voti di Le Pen senza attaccarsi una pietra al collo e immergersi nell’oceano bretone, giusto per aver certezza di non riapparire mai più. E che gli farà fare D’Alema a Jospin? La maschera voodoo nella hall congressuale per dare ai delegati la liberatoria opportunità di infliggere di spilloni lo spirito del looser? Macché! Gli fa fare il testimonial. Della serie: tranquilli mercati, tranquillo mondo. Io sono come lui, un pachiderma, dunque non avete proprio nulla da temere. Non vincerò mai. Profetico, lungimirante: un leader.
È leader da un anno, Massimo, quando consegna a Mondadori le riflessioni sul futuro della sinistra e dell’Italia. E l’editore, che scemo non è, capisce che ’sto D’Alema è un autore da catalogo, uno su cui investire. Infatti il libro, scritto quindici anni fa, è d’attualità oggi come non mai. D’Alema, per dire, azzanna la questione del lavoro condannando la “difesa di vecchie rigidità” (soprassedendo sul fatto che fino ad un paio di adunate politiche prima avrebbe smadonnato contro chiunque gli avesse evocato la battaglia comunista contro la soppressione della scala mobile), esattamente come si ostina a fare oggi – ma con più istituzionale fair play – contro le mummie sindacal-corporative, riuscendo ancora a farlo suonare strano, notiziabile. A farlo apparire moderno!
Ma il D’Alema del ‘95 ha appena visto la luce del mercato e con l’entusiasmo del neofita si preoccupa di ammonire il lettore sul fatto che “il problema vero è quello del governo della flessibilità, dei diritti, del grado di libertà” (il concetto di “precarietà” non era ancora in embrione).
Ooops, echeggiano le tesi elaborate dal socialismo liberale una ventina di anni prima – negli Anni ‘70, per la precisione -, ma per il compagno D’Alema è tutta una rivelazione. D’altra parte, esiliato Craxi e sepolti i socialisti, la socialdemocrazia adesso è lui. E la socialdemocrazia – che storicamente è già il trapassato futuro – è pronta ad emanciparsi dal “radicalismo parolaio e salottiero”, dall’inclinazione a demonizzare l’avversario – che si chiami pure Berlusconi –, dalla partigianeria classista – ché il mondo, guys, non è più quello di una volta (come gli hanno spiegato i ragazzi di Liverpool Street): “Noi dobbiamo proporre un di più di opportunità e di risorse, altrimenti non riusciremo a farci seguire da nessuno”. Imparate, compagni!
Ma i compagni non imparano perché sono una massa di coglioni – come ha opportunamente constatato una decina di anni dopo il leader del principale schieramento avverso (che è sempre lo stesso, sia il leader sia lo schieramento). I compagni degli Anni ‘90 (che anche loro sono sempre gli stessi) hanno voluto il referendum sulle tv senza capire che, se l’avessero vinto, nessun teleutente gli avrebbe mai più dato il voto e che, se l’avessero perso, come è stato, non si sarebbe mai più potuto legiferare sull’antitrust informativo.
Quei coglioni dei compagni inneggiano alla società civile e santificano i magistrati senza capire che così stanno solo auto-segando il ramicello politico sul quale appollaiarsi, ora e in futuro (e nel ‘95 Di Pietro non l’aveva ancora fatta l’Italia dei Valori). Ah, quei pusillanimi dei compagni che non hanno le palle per sfanculare i sindacati che tolgono ossigeno alla loro causa, che tolgono ossigeno all’organismo progressista. Ma che minchia sono ’sti compagni? Dei pervertiti, dei masochisti? O dei coglioni. Ai posteri l’ardua sentenza. Ma – uffa – siamo noi i posteri!
Il D’Alema del ‘95 in pratica è un uomo assediato dalla stupidità come Craxi lo era stato dall’ingordigia. Santiddio, che ne sia la reincarnazione! E sarà mica per questo che, come Craxi, pure lui finisce male? Vittima di un paese a-normale, in cui chi ha ragione viene spinto all’altro mondo e chi ha torto sta lì – immobile – sulla riva del fiume ad aspettare che il cadavere passi.
Mah! Fatto sta che il cadavere della modernità, delle opportunità, della libertà, della normalità, in Italia è già passato da un pezzo. È passato mentre nei paesi normali si sono compiuti interi cicli politici – Blair e la Terza via, Schroeder e la socialdemocrazia… È passato, il cadavere, sotto il naso di D’Alema, quando però D’Alema era impegnato ad abbracciare Hezbollah, a far saltare Prodi, a silurare Veltroni, a dialogare con Casini, a farsi trombare in Europa, a boicottare Nichi Vendola. Troppo impegnato per potersene accorgere.
L’anno che cambierà l’Italia
di si.bo per The Front Page
Claudio Velardi
L’anno che doveva cambiare l’Italia
Mondadori, 2006
Mondadori ha commesso un errore a pubblicare subito il libro di Claudio Velardi. Subito, ovvero pochi mesi dopo la tragicomica nazionale delle elezioni politiche del 2006. Quelle vinte – vinte? – dall’Unione di Prodi-Ds-Margherita-Comunisti rossi-Comunisti rosa-Comunisti verdi-Socialisti-Demomastelliani-Radicali-Pensionati e… dimentico qualcosa?
Quelle della notte elettorale più farsesca della storia repubblicana. La notte che – diciamolo – ci eravamo preparati a tele-celebrare con grupponi di amici in alcolica predisposizione e giù battute sul Berlusca trapassato, il Berlusca che non c’è più, il Berlusca finalmente restituito alla libertà di comandare come e quanto gli pare ma, appunto, a casa sua.
Quella notte che, però, non finisce mai. E il vino buono, quello, invece sì. E le battute si fanno meno esilaranti. E la tv non sa più che dire. E il sondaggista sparisce dagli schermi. E Prodi non va in piazza. E Pisanu temporeggia – ma che ti temporeggi: si son fatte le due – e gli amici che mollano, anzi no, perché vogliono vedere come va a finire ma… serve da bere, da fumare. Qualunque cosa: serve tirarsi su.
E poi il verdetto: pareggio. Pareggio? Sì, ma quelli – in piazza – festeggiano. E c’è Melandri che melandrizza. E D’Alema che dalemizza. E Fassino che fassinizza. E Rutelli che cicorizza. E lo capisci che, come te in salotto, vorrebbero solo andare a dormire. Ma ci sono i Comunisti, cazzo, gajardi sul palco a tenere el pueblo de la noche. L’Unidad sono loro. E mo’ Prodi se lo magnano…
Ecco, riprendersi dal trauma è stata dura. Questo, Velardi, l’avrebbe dovuto capire. Ok il diario. Ok il ragionamento su quello che non ha funzionato. Ma tra un po’, perdio! Dacci il tempo di metabolizzare. Mondadori manda in stampa l’operetta tra un risolutorio conclave governativo e un post-risolutorio ulteriore ri-conclave di squadra. Non va, non va proprio. E oltretutto Berlusconi è ancora là, a inveire come un pazzo contro i brogli, i comunisti, il regime…
Oddio, che incubo! E tu, Velardi, devi essere proprio un cinico a tentarci con il tuo saggetto analitico nel mezzo di quella roba lì. Sono irrecuperabili i tuoi ex compagni. E non dirci che in realtà tu stavi lì a ragionare di teoria della comunicazione politica. Nel tuo libro metti nero su bianco la wikipedia dell’ottusità – kafkiana, antistorica, autistica, perdente? L’antropologia del looser che più esplicitica di così…
In realtà tu, Velardi, nel 2006 eri solo più avanti di noi. Avevi già metabolizzato persino l’imponderabile. Quella notte vai a nanna – switch off – e la mattina ti ridesti lucido – domani è un altro giorno. Cioè è lo stesso di prima. Perché avevano tutti toppato? E i sondaggi e l’aria che tira e il vento che soffia… maddeché. Le Pagine Gialle del programmone. E la serietà al governo. E il cuneo fiscale. E il sì, ce la possiamo fare… con Prodi&friends? Era tutto già scritto. Il risultato era già nel face-to-face del Berlusconi sguardo in camera che annuncia l’abolizione dell’Ici – si, hai capito bene: ABOLIZIONE DELL’ICI.
Ecco, è oggi che l’editore dovrebbe ri-mandare in stampa il volume. Senza cambiare una virgola. Magari solo il titolo. Farne qualcosa tipo 2013, l’anno che cambierà l’Italia. E allora sì che, con tre anni di anticipo dalle prossime elezioni, forse a sinistra si capirà che non si può continuare ad “infilare il mondo nei propri vestiti”. Il mondo è cambiato, compagni. E non è neanche così male.
Ok, c’è la crisi. Ma eravamo in crisi anche prima. Anche con voi al governo e che, incapaci di liberare opportunità, vi siete messi dalla parte dei già protetti invece di portare dalla vostra gli ancora esclusi. Era crisi con voi che, invece di battagliare contro i baroni e le caste, vi siete messi a difendere l’Università-sfornatitoli costringendo i giovani bravi alla fuga. Era crisi con voi incapaci di tener duro contro i tassisti – che tanto non vi votano – invece di stare con i giovani avvocati e i notai e i giornalisti e i freelance e le partite Iva che vi voterebbero eccome se solo riusciste a capire che sono loro i deboli da riscattare. Loro quelli che possono dare al paese una chance di progresso. Loro che hanno le chiavi del futuro – anche il vostro, compagni – perché loro al conservatore Berlusconi non lo votano affatto cum magno gaudio. Semmai, mettono la X sul logo green della Lega. Ma così, giusto per schifo.
Ecco, ora sì che serve leggerlo il libro di Velardi. Rivivere ora la derniera noche della pseudovittoria che fu può forse servire, oltretutto, a capire cos’è la comunicazione politica. Non è il possesso né il controllo dei media. Non è lo slogan commissionato ad un’agenzia che fa il claim dello yogurt e quello di Di Pietro, tanto è uguale. È semmai la capacità di fare agenda.
La priorità degli italiani è intra-vedere il futuro. Dateglielo. Dateglielo seriamente. Cioè, toglietevi di mezzo, voi con le vostre anacronistiche pretese di controllare l’umano realizzabile. E liberate il paese dalla politica, dalla burocrazia, dalle corporazioni. Fatela voi la rivoluzione liberale. Il Pil se ne allieterà. E dunque anche l’occupazione e gli investimenti stranieri e le imprese e i professionisti e la legalità. Quindi, ve ne allieterete anche voi, stolti! Ecco, forse è solo allora che arriverà l’anno che cambierà l’Italia.