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9 maggio 2010

Deve essere Cameron e deve essere Tory

Penso che i Tory siano gli unici a non aver perso le elezioni e che dunque la guida del governo spetti a loro. Credo i Libdem siano i grandi sconfitti: hanno perso voti, oltre che seggi. Cionostante il pallino del governo al momento è in mano a loro. Clegg non ha alcun diritto di porre la riforma del sistema elettorale come condizione per un accordo di governo, perché quell’istanza non è stata giudicata dagli elettori prioritaria. La democrazia britannica funziona bene, e lo dimostra la centralità assunta dal partito numericamente meno rappresentativo nello stabilire chi andrà al governo e con quale policy: i Libdem sono comunque stati protagonisti dell’agenda di queste elezioni, è giusto riconoscere loro il diritto di voice and choice.

Credo che il Labour non abbia la legittimità politica a proporsi come alternativa. Il Labour ha drammaticamente perso voti e seggi. Deve stare all’opposizione.

Credo che David Cameron debba essere il prossimo Primo Ministro, e credo debba governare un governo di minoranza. Credo debba presentare il suo programma e in quel programma indicare obiettivi che singolarmente possano trovare maggioranze variabili in parlamento. Credo che di questi obiettivi, Cameron debba chiaramente indicare le priorità, in modo che sia lui a definire l’agenda e non sottostare alle pressioni dei partiti di minoranza.

Credo che il sistema elettorale possa essere tra questi obiettivi, ma certamente non tra gli obiettivi prioritari.

Credo infine che Cameron possa raccogliere attorno al suo governo un consenso popolare superiore al consenso elettorale appena registrato se solo riuscirà ad impartire al governo un ritmo sintonizzato sulle priorità della gente, ovvero l’economia, il lavoro, la recessione.

27 aprile 2010

Clegg fa il leghista

di Kuliscioff per The Front Page

Clegg rischia di superare il Labour, per voti ma non per seggi. I Tory rischiano di avere la maggioranza relativa, ma di non poter governare da soli. I LibDem non rischiano nulla: comunque andrà, loro al governo ci andranno, in coalizione con gli uni o con gli altri. E se sarà il blu dei conservatori o il rosso dei laburisti la scelta cromatica che Clegg impartirà alla coalizione, comunque sia la linea di governo è già tracciata: sarà fatta la legge elettorale proporzionale.

Nel week-end Cameron ha “aperto” al confronto, così confermando la effettiva eventualità di un bicolore lib-con. Contrari alla riforma, i Tory si dicono tuttavia disponibili a non respingere pregiudizialmente le istanze di Clegg. Istanze che queste elezioni rendono particolarmente popolari persino tra gli agnostici delle fedi costituzionali. Perché il problema che si è fatto centrale in questa epocale campagna elettorale è il forte squilibrio che, con l’attuale sistema elettorale maggioritario uninominale, se anche i LibDem risultassero il secondo partito dopo i Tory, otterrebbero comunque meno seggi del Labour.

È così da sempre. Ma mai il gap è apparso così macroscopicamente ingiusto come questa volta. Tant’è che il tema del dibattito politico è adesso diventato la legge elettorale, il must della battaglia libdem. Come il federalismo per la Lega, la riforma in senso proporzionale è la “irrinunciabile pre-condizione” di qualsiasi accordo, per conseguire la quale Clegg è disposto ad allearsi con chiunque.

Ed infatti il leader libdem, non senza rischiare ma consapevole di giocarsi la partita della vita, ha già avvisato i rivali. Al Labour ha mandato a dire che, qualora arrivasse terzo, la superiorità numerica dei suoi parlamentari non gli darebbe comunque legittimità politica a formare un governo. Ovvero: il premier non sarà Brown (assai poco entusiasta di pensionare il vecchio caro First Pass the Post). Ai Tory, che secondo le attuali intenzioni di voto si classificano primo partito, Clegg ha teso una mano: se dite sì alla riforma, il governo si può fare insieme (con Cameron premier).

Il fatto è che il proporzionale non lo vogliono né i Tory né il Labour. O meglio, nel Labour qualcuno che ne auspica l’introduzione c’è: è l’attuale ministro dell’Interno, Alan Johnson, non proprio un browniano, che ha dato una sorta di avallo pubblico alla strategia di Clegg, ovvero: un governo lib-lab, senza l’attuale primo ministro, e che ponga la riforma in cima alla sua agenda. Peter Mandelson, che in questa fase lavora per Brown, non ha certo gradito la fuga in avanti del collega, che all’esterno è suonata un po’ come se Brown fosse ormai praticamente fuori gioco. E se questa percezione dilagasse nell’opinione pubblica, più di quanto non faccia già, il rischio sarebbe quello della profezia che si auto-avvera, ovvero consegnare il Labour alla subalternità ai LibDem. La partita è più aperta che mai. Ma il pallone libdem la porta l’ha già centrata.

14 aprile 2010

Aridatece la Thatcher!

di Kuliscioff per The Front Page

Dopo il Labour, anche i Tory presentano il loro manifesto. Che però non è un programma, ma un invito rivolto ai cittadini to join governement. Cioè a votare per chi – i New Tory – si candida a gestire non certo il big governement ma la big society.

La “big society” è una specie di villaggio iper-metropolitano in cui ciascuno contribuisce a far funzionare le cose. Dove per “cose” s’intendono la scuola, gli ospedali, l’assistenza sociale, le piccole imprese artigiane e commerciali, il tutto a titolo volontario o sotto forma di partecipazione responsabile, cioè democratica ma anche finanziaria. La big society coopera col governo, occupandosi di tutto quello che il governo non può fare così bene come chi quelle cose le usa. I genitori o gli insegnanti di una scuola, ad esempio. O i malati in un istituto di cura.

Chiaro, no? Non siamo più alla sussidiarietà. Siamo molto oltre. Siamo alla cooperazione caritatevole che si fa sistema. Al Mulino Bianco che roteggia nelle periferie di Manchester; ai grattacieli della City che si ricoprono di edera ammazza-smog; ai marciapiedi di Londra dove ogni barbone avrà in dotazione una gentile signora di Notting Hill a portargli gli avanzi della cena biodinamica cucinata dalla colf.

“How will we deal with the debt crisis unless we understand that we are all in this together? How will we raise responsible children unless every adult plays their part? How will we revitalise communities unless people stop asking ‘who will fix this?’ and start asking ‘what can I do’?” Questi gli interrogativi kennediani che Cameron si pone e a cui, obamianamente, così risponde: “Britain will change for the better when we all elect to take part, to take responsibility – if we all come together. Collective strength will overpower our problems. So my invitation today is this: join us, to form a new kind of government for Britain.”

Ok. facciamoci prendere dall’entusiasmo e accogliamo l’invito e tuffarci da protagonisti nella grande società. Dove, nell’idea new conservative, le cose da fare sono tante. Se si è genitori o insegnanti, ad esempio si ha facoltà di fondare una “free school”, cioè una scuola privata, come quelle che ci sono in Svezia e Stati Uniti, dove i programmi sono liberi, i metodi pure, i ragazzini fanno faville e tutti sono contenti. Se si è lavoratori pubblici, ma non si è soddisfatti dei metodi adottati dal proprio management, si può creare un Neighbourhood group, un plotone di civili armato di diritto ad assumere il take over dell’istituto pubblico mandando a casa il cattivo amministratore (proposta analoga è stata avanzata il giorno prima dal Labour).

Ma il bello è che, anche da semplici elettori, si potranno fare un sacco di cose. Si potrà, ad esempio, “licenziare” un parlamentare, se riconosciuto responsabile di comportamenti scorretti, e anche opporre il veto all’innalzamento di una tassa locale bizzarramente introdotta dagli amministratori eletti, e si potrà addirittura indire referendum su qualunque argomento, purché si trovi il sostegno di almeno il 5% della popolazione interessata (una roba, questa, che se la scopre Pannella…). Se, poi, si è abituali socializzatori via bevanda alcolica, votando Cameron si potrà beneficiare del “right to buy”, cioè il diritto di difendere il pub preferito, qualora la sopravvivenza di una istituzione così peculiarmente cruciale per il benessere del quartiere risultasse minacciata, per esempio, dalle brutali leggi del mercato.

Fico, no? Nella big society ci si dedica un sacco agli altri, si passa un sacco di tempo a tenere in ordine i giardinetti, a riparare il cancello del parroco, a mandare a casa il direttore dell’Asl o indire petizioni contro la chiusura del barber’ shop. A proposito, si può anche scegliere chi eleggere come commissario della stazione di polizia del quartiere, invece di subirsi il vincitore di una selezione pubblica, ma questo nel manifesto è messo giù come un dettaglio. Certo che ne offre di strade per entrare nel mondo della partecipazione responsabile questo invito al cittadino new tory style! Mi sorge solo un dubbio: ma quando si trova il tempo di lavorare?

La società civile è tutto quello che non è Stato. Dunque, se si vuole fare più società basta fare meno Stato. Ma questo Cameron non lo vuole, o quanto meno non lo mette nero su bianco. Ed è per questo che il progetto non regge. Intanto, perché il processo di devoluzione dei poteri dal centro alla periferia dell’impero, dove i privati dovrebbero cominciare ad occupare lo spazio della decisione, sarà lungo, lunghissimo. Mentre breve, brevissimo, sarà l’effetto dei tagli che il governo Cameron promette di rendere esecutivi sin dalla primavera 2011, quando le proposte fiscali, sulle quali il manifesto si mantiene curiosamente vago, saranno finalmente svelate.

La seconda ragione per diffidare del progetto tory è che il business britannico, sebbene timidamente, sostiene Cameron. Ma certamente non per quel bizzarro diversivo della “big society”! Piuttosto perché confida nella drastica contrazione dello Stato. Decentramento, privatizzazioni. Robe così. Robe Tory. Robe di cui nel manifesto c’è appena qualche cenno. Tra questi, la privatizzazione del patrimonio residenziale pubblico attraverso cui, rispolverando l’evergreen di Mrs Thatcher, Cameron confida che gli inquilini rispondano entusiasti correndo a farsi proprietari di una casa popolare, ignorando tuttavia che, tra la Lady ed oggi, c’è una bolla finanziaria ed immobiliare di mezzo, una crisi del credito ed uno spaventoso debito pubblico andatosi gonfiando, di nazionalizzazione bancaria in nazionalizzazione bancaria.

Capito perché, pur con tutta la gran voglia di cambiamento che c’è in Gran Bretagna, di Cameron ci si continui a non fidare? Perché la Thatcher era la Thatcher – quella che spezzò le redini ai sindacati e ne uscì temprata come da una seduta di fitness, quella che per fare la rivoluzione non si affidò alla catarsi del change ma ai manuali del liberismo classico. Ed è un peccato che i New Tory non abbiano capito che per realizzarlo davvero il cambiamento, dopo 13 anni di governo liberal-socialista, avrebbero potuto limitarsi a raccogliere i cocci dello statalismo interventista e riporre il focus sul concetto demodè di freedom.

Libertà è già responsabilità e partecipazione, e non c’è bisogno di innovativi modelli di ingegneria sociale per dire che il problema è che lo Stato non può funzionare come baluardo protettivo, perché anche di fronte alla distruttività di una crisi economica, non riuscirà mai a risparmiare tutti, mentre cercando di soccorrere i più travolgerà anche quelli che, invece, potrebbero riuscire a farcela da soli. Quelli da cui ripartire, passata la tempesta. La parola libertà, si prende tuttavia atto, non è tra le più gettonate nel manifesto del “progressista” David Cameron.

10 marzo 2010

La vecchia nuova destra di David Cameron

Quando nel 2005, l’allora 39enne David Cameron assume la leadership del Conservate Party è inevitabile salutare l’avvenimento come la ri-nascita della destra britannica, ormai da un decennio costretta ai margini della vita politica nazionale per l’oggettiva inadeguatezza a competere col New Labour blairiano sul terreno della modernità.

Cameron è un semi sconosciuto, siede in parlamento da appena quattro anni, non ha alle spalle esperienze degne di nota però arriva al potere al momento giusto, cinque leader conservatori perdenti dopo la Thatcher, due lustri dopo l’ascesa di Tony Blair, all’inizio della fine Cool Britannia laburista ormai parzialmente sepolta sotto le macerie di Baghdad.

A differenza dei suoi predecessori, Cameron non si presenta come l’anti-Blair ma come il suo erede designato. Servizi pubblici, istruzione, sinergia pubblico-privato, rigore contabile, modernizzazione sociale, liason anglo-americana: i must dei governi laburisti diventano le parole d’ordine del tory-pensiero che, in era Cameron, si fa media-friendly, borghese, moderno, decomplessato.

Cameron in realtà non ha alcuna intenzione di far ri-nascere la destra. Vuol fare una destra tutta nuova. Tant’è che si precipita a sconfessare l’eredità thatcheriana, giudicandola superata, ed a spostare il bacino di utenza – sociale e mediatico – della new tory politics dal terreno tradizionale della destra posh e popolare a quello mediano, borghese, cosmopolita, metroplitano. Sdogana l’ambientalismo, facendosi riprendere a cavallo di una trendissima city-bike mentre raggiunge l’ufficio di Whitehall come uno qualunque di quei professionisti eco-sensitive  che si vedono sfrecciare in ogni dove per il centro di Londra (e poco importa che in realtà il ciclista Cameron abbia al seguito l’auto blu con agenti della scorta, borse e portaborse). Si concede alle riviste di interior design per descrivere gli avveniristici dettagli ecologici della nuova residenza familiare di Notting Hill. Lascia che i giornali raccontino del suo menage domestico incredibilmente poco tory: la moglie lavora, ai figli badano entrambi. Anzi, uno dei figli è pure gravemente malato. Una tragedia privata, questa, che pure contribuisce a creare in David la consapevolezza politica della necessità di un sistema sanitario nazionale efficiente ed alla portata di tutti. In pratica, la ragione per rinnegare le politiche filo-liberiste promosse dai Conservatori sino ad allora e sposare quelle filo-pubbliche dei neolaburisti.

Analogo riposizionamento sui parametri terzaviisti, Cameron lo compirà su più o meno tutti i dossier della politica pubblica nazionale: dall’istruzione alla sicurezza.

L’effetto è immediato: con Cameron il partito sale nel gradimento degli elettori che premiano la svolta tory-progressista nelle varie tornate elettorali – locali e byelection – che si susseguono dal 2007 in avanti, ovvero dal passaggio di consegne al Governo del Regno tra Blair ed il suo ex Cancelliere Gordon Brown. Ed è infatti Brown il principale responsabile del successo conservative: a poche settimane dall’insediamento il governo di Gordon verrà travolto dalla bufera del dischetto smarrito, con buona pace per i dati sensibili di milioni di contribuenti finiti nelle mani di chissachì. E poi c’è l’infelice tira-e-molla sulle elezioni anticipate, prima annunciate poi smentite, poi rilanciate poi nuovamente smentite…con una stampa allibita a ironizzare sulla figuraccia di un premier così maldestro ed insicuro a cospetto di un leader di opposizione – il giovane Cameron, appunto – gongolante soddisfazione ad ogni nuovo sondaggio che da il suo partito in ascesa costante. Tant’è  che i Tory riescono a prendersi persino Londra, soffiata allo storico sindaco rosso, Ken Livingston, da quello Sgarbi eatoniano di Boris Johnson, sodale-rivale di Cameron, un New Tory che più new non si può.

Poi è la crisi economica, che in Uk è parecchio grave: il fallimento delle banche, l’esplosione della disoccupazione, l’immane quantità di risorse investite dal governo per arginare il tracollo dell’industria finanziaria nazionale, la voragine nei conti pubblici. In pratica, la fine di un’era.

Ed è qui, a pochi mesi dalle elezioni politiche (previste per i primi di maggio, ma non ancora fissate) che a Cameron si offre l’opportunità di far vedere di cosa è capace. L’obiettivo è trasmettere agli elettori un messaggio di fiducia sul futuro. Promettere il change senza in realtà cambiare nulla. Gli serve una ricetta politica convincente. Gli serve soprattutto una ricetta economica. Ma quella elaborata dal suo shadow minister, William Hague, non convince per niente. Di liberalizzare, non se ne parla per niente. Di tagliare le tasse, ancor meno. si promettono, al contrario, risorse per sanità e istruzione ma non si dice dove si intenda raccattarle quelle risorse né dove si intenda tagliare per conseguire l’altro obiettivo, dato per prioritario, il risanamento dei conti pubblici.

Idee poco coerenti, poco robuste – sentenzia il Financial Times. E pare che gli elettori concordino con la bibbia del capitalismo anglosassone dacché da un paio di settimane a questa parte, nonostante le tafazzate del Labour, i Tory perdono consenso al punto che quella che avrebbe dovuto essere una vittoria certa ormai non lo è più e l’ipotesi più accreditata per il dopo elezioni pare ormai essere un governo di coalizione, Lib-Dem. Incredibile! È l’Inghilterra che si italianizza.

Ora, è utile capire cosa abbia determinato una sì rapida parabola della icona della neodestra europea – quella, per intenderci alla quale persino l’insigne teorico del Fini-pensiero, il prof Alessandro Campi, ha assunto a modello nei suoi saggi e articoli per la destra italiana a venire. Ebbene, il problema è che Cameron non è mai stato la “nuova destra”. Cameron ha solo sfruttato la crisi del Labour per comprare a poco le stock options del blairismo, confidando poi di riportarne le quotazioni ai valori della vittoria, lucrandoci un bel po’.

David Cameron è trendy, comunica bene, vive nel mondo contemporaneo ma è ben lontano dal fare il rinnovamento della cultura politica del suo partito. Ben lontano, si direbbe, persino dall’ipotizzarne una piattaforma strategica lungimirante.

Si pensi all’Europa.

Il Regno Unito – ed a ben donde – non ha mai amato la plutocrazia europea. Ha sempre preferito giocare free, tenersi la sterlina, garantire agli Usa un numero di telefono fisso che risponda all’utenza di chi prende le decisioni. Infatti, Cameron non ci pensa neanche di rinunciare a battere la strada che sa vincente nel suo paese dell’euroscetticismo. Rinuncia in partenza, insomma, a fare come Blair che aveva provato a dire “no” a questa Europa ma “si” all’Europa in sé.

Peccato per Cameron perché gli Usa non sono più quelli di Bush e l’asse privilegiato con gli Uk, dopo l’affaire della guerra in Iraq è ormai, per gli stessi britannici, un’opzione da valutare, non una roba da non discutere neanche.

E peccato poi che proprio in Europa Cameron potrebbe trovare interlocutori promettenti per il futuro degli asset economici e politici britannici, ovvero Frau Merkel e Monsieur Sarkozy. Non è un caso che proprio le President abbia anticipato l’imminente visita nel Regno Unito con un appello al leader tory a non chiudere le porte alla difesa europea, il progetto che Francia e Germania stanno cercando di rilanciare. Perché in fondo, David, Europa vuol dire anche un mercato per l’industria britannica in cerca di nuove prospettive…

5 marzo 2010

No representation without taxation – Lord Ashcroft e il senatore Caselli

di Simona Bonfante per Libertiamo

Michael Ashcroft è uno dei più generosi finanziatori del partito conservatore britannico. Non un finanziatore qualunque. Nel 2000 il fu-partito di Margaret Thatcher, allora guidato dall’obliato William Hague, per ripagarne la filantropica militanza, gli assicura uno scranno alla House of Lord.

L’idillio tra Ashcroft e il partito da allora va avanti che è una bellezza: gli assegni del neo-lord continuano a rivelarsi cruciali ai Tory soprattutto nei marginal seats, e questo il partito lo apprezza. Al punto che la new star del firmamento conservatore, David Cameron, nel 2007, appena eletto alla leadership decide di onorarne l’onorevole influenza assegnando al facoltoso peer la vice-presidenza del Conservative Party. Tutto ok. Salvo per un dettaglio venuto alla luce solo adesso, e grazie alla legge sulla trasparenza degli atti pubblici (il Freedom of Information Act): Ashcroft non ha la residenza fiscale nel Regno Unito.
Siede al parlamento di Sua Maestà ma le tasse sui suoi cospicui averi le paga altrove, le paga offshore.
Per carità tutto legale. Solo un tantino imbarazzante per i New Tory di David Cameron che della representation parlamentare condizionata alla taxation nazionale hanno fatto una battaglia di bandiera. Una battaglia niente affatto marginale, dacché è proprio questo il quid che conferisce al caso britannico una valenza politicamente cosmopolita: il rapporto tra tassazione e diritto di rappresentanza.
Viene in mente qualcosa?

Al lettore-elettore italiano balzerà certo alla mente la bizzarria italiota che conferisce diritto di voto e conseguente diritto a seggio senatoriale agli italiani residenti all’estero. Italiani che di italiano non hanno nulla se non la remota genealogia, mancando loro quella basilare caratteristica che, sola, conferisce fondamento al concetto di cittadinanza e senso all’esercizio democratico di voto: la contribuzione fiscale.
Legittimo poi il dubbio che può attanagliare il contribuente italiano rispetto, per dire, alla rappresentatività democratica nelle istituzioni della Repubblica Italiana del senatore Esteban Caselli, eletto nella ridente circoscrizione latino-americana in quota Pdl ma anche ufficialmente candidato alla Presidenza della repubblica argentina.

Sull’infausta normativa italiana che permette agli italiani non-dom di intervenire sulla vita democratica nostrana ha già ampiamente argomentato Antonio Martino nella benemerita lettera pubblicata con il collega piddino Giangiacomo Migone su la Stampa, martedì 2 marzo. Resta inevasa la questione politica – che il caso britannico solleva – del rapporto tra representation e taxation.
Una pluralità di persone nate altrove ma che vive, lavora e paga le tasse in Italia non ha diritto di scegliere chi delegare a propria rappresentanza nelle istituzioni – nazionali e locali – deputate a decidere come verranno spesi anche i loro soldi. Gli stranieri regolarmente residenti in Italia che con i loro contributi garantiscono le pensioni ai nostri compatrioti agé non si vedono riconosciuto quel diritto-dovere che viene invece garantito a chi, felicemente risiedendo altrove, non ha alcun vincolo a contribuire alla prosperità ed alla evoluzione democratica della atavica patria.

Un nonsense. La cittadinanza non è un diritto. È una facoltà. Non è una tassa ad honorem. È un pacchetto “all inclusive” che conferisce strumenti di partecipazione e servizi sociali a fronte di un fee che sono le tasse. Chi non paga il fee non può avere accesso ai servizi. Chi non intende beneficiare del pacchetto all inclusive non può essere obbligato a pagare le tasse anche per quei privilegi che gli vengono costituzionalmente negati, tipo il voto. Pagherà i servizi che usa in quanto residente – la scuola, la sanità, l’autostrada. Pagherà i bolli, le multe, le tasse sulle bollette. Ma non dovrà pagare la quota globale, come se fosse un socio fico del club nazionale, uno insomma dotato di quel meravigliosamente responsabilizzante diritto che è il voto.

Ashcroft, Caselli, gli emigrati residenti: la storia è la stessa, comunque la si guardi. Un Parlamento non rappresenta identità ma interessi. E gli interessi che hanno diritto di rappresentanza sono quelli di chi ha cittadinanza fiscale. Il resto, più o meno, è fuffa.

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