Quando nel 2005, l’allora 39enne David Cameron assume la leadership del Conservate Party è inevitabile salutare l’avvenimento come la ri-nascita della destra britannica, ormai da un decennio costretta ai margini della vita politica nazionale per l’oggettiva inadeguatezza a competere col New Labour blairiano sul terreno della modernità.
Cameron è un semi sconosciuto, siede in parlamento da appena quattro anni, non ha alle spalle esperienze degne di nota però arriva al potere al momento giusto, cinque leader conservatori perdenti dopo la Thatcher, due lustri dopo l’ascesa di Tony Blair, all’inizio della fine Cool Britannia laburista ormai parzialmente sepolta sotto le macerie di Baghdad.
A differenza dei suoi predecessori, Cameron non si presenta come l’anti-Blair ma come il suo erede designato. Servizi pubblici, istruzione, sinergia pubblico-privato, rigore contabile, modernizzazione sociale, liason anglo-americana: i must dei governi laburisti diventano le parole d’ordine del tory-pensiero che, in era Cameron, si fa media-friendly, borghese, moderno, decomplessato.
Cameron in realtà non ha alcuna intenzione di far ri-nascere la destra. Vuol fare una destra tutta nuova. Tant’è che si precipita a sconfessare l’eredità thatcheriana, giudicandola superata, ed a spostare il bacino di utenza – sociale e mediatico – della new tory politics dal terreno tradizionale della destra posh e popolare a quello mediano, borghese, cosmopolita, metroplitano. Sdogana l’ambientalismo, facendosi riprendere a cavallo di una trendissima city-bike mentre raggiunge l’ufficio di Whitehall come uno qualunque di quei professionisti eco-sensitive che si vedono sfrecciare in ogni dove per il centro di Londra (e poco importa che in realtà il ciclista Cameron abbia al seguito l’auto blu con agenti della scorta, borse e portaborse). Si concede alle riviste di interior design per descrivere gli avveniristici dettagli ecologici della nuova residenza familiare di Notting Hill. Lascia che i giornali raccontino del suo menage domestico incredibilmente poco tory: la moglie lavora, ai figli badano entrambi. Anzi, uno dei figli è pure gravemente malato. Una tragedia privata, questa, che pure contribuisce a creare in David la consapevolezza politica della necessità di un sistema sanitario nazionale efficiente ed alla portata di tutti. In pratica, la ragione per rinnegare le politiche filo-liberiste promosse dai Conservatori sino ad allora e sposare quelle filo-pubbliche dei neolaburisti.
Analogo riposizionamento sui parametri terzaviisti, Cameron lo compirà su più o meno tutti i dossier della politica pubblica nazionale: dall’istruzione alla sicurezza.
L’effetto è immediato: con Cameron il partito sale nel gradimento degli elettori che premiano la svolta tory-progressista nelle varie tornate elettorali – locali e byelection – che si susseguono dal 2007 in avanti, ovvero dal passaggio di consegne al Governo del Regno tra Blair ed il suo ex Cancelliere Gordon Brown. Ed è infatti Brown il principale responsabile del successo conservative: a poche settimane dall’insediamento il governo di Gordon verrà travolto dalla bufera del dischetto smarrito, con buona pace per i dati sensibili di milioni di contribuenti finiti nelle mani di chissachì. E poi c’è l’infelice tira-e-molla sulle elezioni anticipate, prima annunciate poi smentite, poi rilanciate poi nuovamente smentite…con una stampa allibita a ironizzare sulla figuraccia di un premier così maldestro ed insicuro a cospetto di un leader di opposizione – il giovane Cameron, appunto – gongolante soddisfazione ad ogni nuovo sondaggio che da il suo partito in ascesa costante. Tant’è che i Tory riescono a prendersi persino Londra, soffiata allo storico sindaco rosso, Ken Livingston, da quello Sgarbi eatoniano di Boris Johnson, sodale-rivale di Cameron, un New Tory che più new non si può.
Poi è la crisi economica, che in Uk è parecchio grave: il fallimento delle banche, l’esplosione della disoccupazione, l’immane quantità di risorse investite dal governo per arginare il tracollo dell’industria finanziaria nazionale, la voragine nei conti pubblici. In pratica, la fine di un’era.
Ed è qui, a pochi mesi dalle elezioni politiche (previste per i primi di maggio, ma non ancora fissate) che a Cameron si offre l’opportunità di far vedere di cosa è capace. L’obiettivo è trasmettere agli elettori un messaggio di fiducia sul futuro. Promettere il change senza in realtà cambiare nulla. Gli serve una ricetta politica convincente. Gli serve soprattutto una ricetta economica. Ma quella elaborata dal suo shadow minister, William Hague, non convince per niente. Di liberalizzare, non se ne parla per niente. Di tagliare le tasse, ancor meno. si promettono, al contrario, risorse per sanità e istruzione ma non si dice dove si intenda raccattarle quelle risorse né dove si intenda tagliare per conseguire l’altro obiettivo, dato per prioritario, il risanamento dei conti pubblici.
Idee poco coerenti, poco robuste – sentenzia il Financial Times. E pare che gli elettori concordino con la bibbia del capitalismo anglosassone dacché da un paio di settimane a questa parte, nonostante le tafazzate del Labour, i Tory perdono consenso al punto che quella che avrebbe dovuto essere una vittoria certa ormai non lo è più e l’ipotesi più accreditata per il dopo elezioni pare ormai essere un governo di coalizione, Lib-Dem. Incredibile! È l’Inghilterra che si italianizza.
Ora, è utile capire cosa abbia determinato una sì rapida parabola della icona della neodestra europea – quella, per intenderci alla quale persino l’insigne teorico del Fini-pensiero, il prof Alessandro Campi, ha assunto a modello nei suoi saggi e articoli per la destra italiana a venire. Ebbene, il problema è che Cameron non è mai stato la “nuova destra”. Cameron ha solo sfruttato la crisi del Labour per comprare a poco le stock options del blairismo, confidando poi di riportarne le quotazioni ai valori della vittoria, lucrandoci un bel po’.
David Cameron è trendy, comunica bene, vive nel mondo contemporaneo ma è ben lontano dal fare il rinnovamento della cultura politica del suo partito. Ben lontano, si direbbe, persino dall’ipotizzarne una piattaforma strategica lungimirante.
Si pensi all’Europa.
Il Regno Unito – ed a ben donde – non ha mai amato la plutocrazia europea. Ha sempre preferito giocare free, tenersi la sterlina, garantire agli Usa un numero di telefono fisso che risponda all’utenza di chi prende le decisioni. Infatti, Cameron non ci pensa neanche di rinunciare a battere la strada che sa vincente nel suo paese dell’euroscetticismo. Rinuncia in partenza, insomma, a fare come Blair che aveva provato a dire “no” a questa Europa ma “si” all’Europa in sé.
Peccato per Cameron perché gli Usa non sono più quelli di Bush e l’asse privilegiato con gli Uk, dopo l’affaire della guerra in Iraq è ormai, per gli stessi britannici, un’opzione da valutare, non una roba da non discutere neanche.
E peccato poi che proprio in Europa Cameron potrebbe trovare interlocutori promettenti per il futuro degli asset economici e politici britannici, ovvero Frau Merkel e Monsieur Sarkozy. Non è un caso che proprio le President abbia anticipato l’imminente visita nel Regno Unito con un appello al leader tory a non chiudere le porte alla difesa europea, il progetto che Francia e Germania stanno cercando di rilanciare. Perché in fondo, David, Europa vuol dire anche un mercato per l’industria britannica in cerca di nuove prospettive…