Flavia Perina non se ne perde una, di manifestazioni di protesta contro il potere: le donne di Se non ora quando, gli universitari dei tetti, i gay del gay pride, i sindaci anti-manovra ed i pensionati della Camusso. Pure con loro, convocati per l’ennesima storicamente retriva scioperante piazzata, Perina solidarizza. Devono sembrarle, evidentemente, manifestazioni di coscienza rivoluzionaria. E non ci sarebbe nulla di male, a pensarlo, se solo Perina avesse tipo rendite corporative o eredità ideologiche da capitalizzare. Ma lei – l’ex fascio-neo-statalistico-libertaria – di sto tipo di obblighi castali non ne ha.
E che sarà mai, allora, ad appassionarla alla causa dei No Ponte e dei No Tav, dei No Global e dei No Pil - alla causa dei No, sostanzialmente?
Perina, il cheguevarismo della futuristica-libertaria
Se Fini è responsabile, liberi la Rai dallo Stato
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Esca la politica dalla Rai. Privatizziamo e basta. Privatizziamo ora. Ora più che mai. Ora che la Rai è il palco (e il retropalco) di ego-sinistrismi ed ego-destrismi che saranno pure la nuova Tv ma suonano caricaturali, politicamente sconfortanti.
Il problema non è la governance – non è Masi. È lo Stato. Punto. A meno di credere che una meglio politica faccia anche un meglio servizio pubblico. La Rai era più guardabile nella Prima Repubblica – è vero – ma non era per questo più libera, plurale, finanziariamente responsabile di quanto sia oggi. Era solo questione di dignità professionale – quella di lottizzatori e lottizzati.
Ve la racconto io la ‘cosa’ di Fini
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Quando ha citato Pierluigi Battista e Alessandro Campi ho avuto l’impressione di essere stata intercettata nelle mie quotidiane conversazioni multimediali degli ultimi – tipo – sei mesi. Ho pensato: incredibile, qualcuno deve avergli trascritto la mia lista di doglianze per il silenzio riservato alle questioni pubblicamente poste dal libertario del Corriere e dal politologo farefuturista. Lo ha detto chiaramente pure lui, d’altra parte: mi chiedono di fare chiarezza. Ebbene, signori, non mi sottraggo.
Diciamolo: c’eravamo un po’ stufati di sentirci ribadire le buone ragioni della rottura, ma non ancora argomentare quelle della nuova costruzione. Ci era chiaro il perché di Fli, ma non ancora il cosa, non ancora il come. Ci aspettavamo che ciò avvenisse ad un paio di giorni dalla ruffianata distensiva berlusconiana?
No, non ce l’aspettavamo.
Futuro e Libertà ‘oltre’ e ‘nonostante’ Fini
di Kuliscioff per the Front Page
In Inghilterra è l’era degli underdog. Ed Miliband, il candidato alla leadership del Labour, dato perdente 100 a 1, ha battuto il fratello fico. Oooooooh, stupore di tutti. Lo stesso che appena quattro mesi fa coglieva gli esperti della materia impreparati a fare i conti con l’imprevisto scatto di Nick Clegg. Nessuno allora ci avrebbe scommesso un penny che la voglia di cambiamento fosse tale da lasciare anche solo sospettare una remota chance di successo per una forza marginale e geneticamente anti-potere come i Libdem. E invece i Libdem non solo al potere ci arrivano, non solo ci stanno con i Tory, ma vivono la cosa pure un sacco bene.
Ed M. è l’uomo delle Unions, quello che vuole cambiare il capitalismo. Nella locuzione ‘cambiare il capitalismo’ tuttavia quello che conta di questi tempi sembra essere il performativo cambiare, non l’oggetto dell’azione verbale. Ed M. era quello che ai suoi ha dato più l’idea che il cambiamento, con lui, fosse davvero possibile. Il dettaglio che la direzione del cambiamento prospettata da Ed M. fosse la socialdemocrazia svedese (che per l’appunto è ormai in via d’estinzione), in fondo, ai laburisti votanti importava poco. Il sentimento di chi ha scelto il giovane Miliband è una cosa molto simile all’ardore ideale che ha spinto lo scorso maggio gli elettori britannici a preferire Clegg ai frontrunner dei partiti-establishment: resettare il potere.
Ora, tutta questa voglia di cambiamento che si muove alla cieca, più che indicare una rotta politica, sembra suggerire uno shift di fase del sentire civile, e questo sollecita alla politica l’urgenza di aggiornare il proprio orizzonte – ideale oltre che programmatico.
La bussola è il change, cambiare purchessia. E questo, mah, sarà un bene, sarà un male… Certo è che non sempre cambiamento fa rima con miglioramento. Per Ed Miliband, ad esempio, cambiare vuol dire tornare ai fondamenti del marxismo, riadattarli al trip anti-globale attuale per costruire i presupposti di uno scontro di classe millennio-compatibile.
In un commento al post dedicato al disegno di Fini, si rimprovera all’autore di “ragionare in termini più da prima repubblica che non attinenti ai dati reali”. Di fare ragionamenti tipo “Sposto un pedone qui, avanzo con la torre là…”. Si osserva poi che sebbene il popolo elettore non abbia mai contato granché, nel momento in cui una forza politica ha bisogno di quel voto come dell’aria che respira, allora il valore dell’elettore nel rapporto negoziale con l’eletto cambia. Le chiavi analitiche con cui interpretare i segni della politica, ed i compassi con cui tracciare gli scenari futuri, vanno insomma aggiornati. Andrebbe incluso tra le variabili del sistema politico il coefficiente entropico della voglia di cambiamento.
Si vuole cambiare, tutti vogliono cambiare. Quelli che votano Berlusconi da sedici anni nella speranza che il cambiamento promesso finalmente arrivi. Vogliono cambiare quelli che votano Lega, e che continueranno a votarla finché il cambiamento non arriverà (!). Chiama il cambiamento il messianesimo di Vendola, il guevarismo di Grillo, il qualunquismo di Di Pietro. Niente di serio, ma l’offerta è tutta qui. Non offre nulla il Pd, che pure è la principale forza di opposizione. Non offre nulla il Pdl, che pure è la principale forza di maggioranza. Persino Casini sta mostrando di essere più connesso al mood contemporaneo dei suoi avversari bipolari, con quella verve anti-sistema eruttata contro gli impresentabili del suo partito, ed il rifiuto a Berlusconi del fianco su cui puntellare il ribaltone. Tutto questo a Casini vogliamo scommettere che frutterà?
Fini non è il cambiamento. Non solo perché contiguo al sistema di potere che governa il paese da tre lustri, ma perché, politicamente parlando, più che un innovatore Fini è un rupturiste. Le ‘cesure’ culturali che lo hanno reso popolare a sinistra – dal ripudio di Mussolini alla svolta bio-libertaria – non lo hanno mai aperto ad una prospettiva di riflessione costruttiva: hanno avuto solo l’effetto di far chiudere un capitolo della storia politica sua e dei suoi seguaci, senza però riuscire mai ad aprirne uno nuovo.
Se la storia di Fini non lo travolgerà, in effetti, quel nuovo capitolo potrebbe ancora aprirlo Fli. Basterebbe che i ‘giovani’ del gruppo – i Bocchino, i Della Vedova – scommettessero su un partito sì ispirato alla dissidenza finiana, ma politicamente ‘oltre’ e ‘nonostante’ Fini. Servirebbe, cioè, che si avviasse una competizione sulle idee con cui dar senso a quella suggestione rupturiste che ha fatto nascere Futuro e Libertà. Si avrebbe l’opportunità di sfidare il modello Berlusconi con un contro-modello da destra liberal-democratica, competitiva, decomplessata. E sarebbe un sacco innovativo se questo modello emergesse da un’autentica competizione per la leadership, come quella che si è appena giocata nel Labour.
Tra i missini, i socialisti ed i liberali confluiti in Fli il meglio attrezzato ad elaborare contenuti politically hot è il liberal-liberista Benedetto Della Vedova. Che se ne intende di economia, ha l’indole della fairness che gli deriva dalla scuola pannellian-cattolica, che quando va in Tv risulta un sacco più rassicurante di alcuni dei suoi esagitati amici finiani, ma che non ha i voti dei suddetti né mezzi paragonabili a quelli che hanno permesso a Bocchino di creare il network Generazione Italia.
Il mercato politico italiano, però, è potenzialmente più dinamico di quanto non appaia. È l’offerta giusta che manca. Quella che possa offrire una ragionevole speranza che il dopo possa non essere peggio del prima. Ma perché quell’offerta sia credibile, non può certo spuntare solo quando un comprimario dello status quo come Fini avrà concesso di levare le tende. Dovrà essere lanciata subito, per coerenza al principio della contendibilità della leadership in nome della quale si è compiuta la secessione dal Pdl. Non sarebbe una contesa tra titanici Ego, ma tra profili politici tutto sommato estranei al big business, ma già maturi per entravi. Potrebbe essere una scossa davvero salutare se si compisse oggi, e per mano radicale, la rimozione dei padri-padroni della patria secondo-repubblicana. Potrebbe essere – chissà – la folata liberale che travolge il tavolo da gioco
Mirabello
di Kuliscioff per the Front Page
A Mirabello io c’ero. Con il mio valigione di pregiudizievoli perplessità, con un elenco lungo lungo di obiezioni, sospetti, puzzette progressiste sotto il naso libertario. Svaccatissima all’idea di festeggiare il futuro e la libertà con tipi alla Bocchino, alla Granata, verso i quali è oggettivamente dura nutrire empatica condivisione. E invece – toh – finisce che mi ritrovo in qualcosa che odora di ‘destra europea’ assai più di quanto il reiterato copione delle adunate berlusconiane mi avesse mai lasciato annusare.
Mirabello è un non-luogo dislocato lungo la provinciale Ferrara-Modena. Ci si arriva in corriera. L’hotel più vicino è a 5 km. La festa missina è da ventinove anni l’evento che dà senso all’eufemistico indotto turistico altrimenti orientato al business delle sagre – la più celebre delle quali, dedicata al tartufo. Mi domando perché festeggiare proprio lì l’orgoglio destrorso. La sola risposta – forse infondata – che riesco a darmi è: ventinove anni fa i missini non erano trendy abbastanza. Una location meno in culo al mondo avrebbe potuto creare noie. Dopodichè, di necessità si è fatta tradizione.
Duecento metri di stendardi patriottici sventolanti lungo la trafficata direttrice segnalano l’entrée allo spazio festivaliero. Dentro c’è quello che ci deve essere in una festa di partito. Il palco, lo spazio per i dibattiti, la cucina, gli stand. Quello dei gadget offre un mix postmoderno di fondi di magazzino ideologici (sì, ci sono i cd con i discorsi di Almirante. Sì, ci sono le felpe della Folgore. No, non ci sono i busti del Duce) ed aggiornatissimo merchandising di Generazione Italia, il network militante che si diffonde lungo la penisola e sul web con la stessa gajarda invasività di una pandemia anti-berlusconiana. Ci sono i gazebo culturali – quello del Secolo e quello di FareFuturo offrono da leggere aggratis. La libreria è una invero imbarazzante collezione di remainders hobbittiani. Le sole opere recenti sono i volumi di o con prefazione di Gianfranco Fini.
È il pomeriggio di sabato. In programma dibattito con, tra gli altri, Benedetto Della Vedova. È per lui che sono lì: voglio vedere con i miei occhi che effetto fanno nel popolo di Fli le sferzate liberal-liberiste-libertarie dell’ex radicale. Applausi fragorosi. In giro, è vero, ci sono un sacco di ex pannelliani. Ma manifestano giubilo anche gli astanti con look-camerata. Arriva la newcomer socialista, Chiara Moroni. Anche lei affonda nel buon senso liberale. E anche lei incassa la calorosa accoglienza della sua nuova famiglia politica. Seguono Perina e il senatore Baldassarri (impacchettato in una sconvolgente mise fluo). In giro, circola buona parte della pattuglia parlamentare del gruppo finiano. Passano al microfono pure loro ma giusto per un saluto veloce.
Al bar intanto si pasteggia a birra autarchica e si discute della cena. Chi l’ha già provato dice che il ristorante della festa è pazzesco. E poi c’è Raisi che serve ai tavoli, sparecchia, consiglia i vini e, a giudicare dalla panza, degusta. Come alla festa dell’Unità, insomma. Solo che – e mi assumo la responsabilità dell’affermazione – si mangia un sacco meglio. Al tavolo liberale la discussione si arena sul Lambrusco. La tesi è che sia il vino dei fighetti ma autorevoli politologi e giornalisti presenti dissentono. Si rinuncia a chiedere il parere dei farefuturisti, assisi poco più in là – dionovoglia che ci facciano su un pezzo politico.
Domenica è il giorno di Fini. È il pienone. El pueblo è composito, difficile da etichettare. Giovani, in prevalenza. Molti in t-shirt Generazione Italia, pochi con Ray-ban e Lacoste. In jeans e maglietta anche le ragazze. In tacchi, tailleur e chiome ossigenate solo le giornaliste tv. Ci sono poi quelli di GayLib, i liberal-gay del centrodestra, con il loro stendardo discreto e moderato. Fanno da anni attività lobbistico-culturale nell’area politica più macha dell’arco parlamentare. A Mirabello guadagnano una menzione urbi et orbi dall’ugola dell’onorevole Raisi. Cose mai viste dal palco berlusconiano. Non si vedono canotti, né altre amene volgarità. Un po’ di fighettume à la page, sporadiche ostentazioni cameratesche ma l’insieme è di una normalità quasi impressionante.
L’inno di Mameli annuncia l’arrivo di Fini. Si canta tutti, con emozione goliardica. Fini ritarda. Si ri-canta l’inno. Stavolta però si fa con meno impegno. La domanda che tutti si pongono è, manco a dirlo, la cravatta – il passpartout della semiotica finiana. I liberali lo avrebbero voluto senza. Gli ex aennini, più indulgenti, si sarebbero accontentai di un incravattamento prêt-à-porter. Delusi gli uni, ermeneutici gli altri.
Il discorso. Lo avete sentito tutti e tutti vi sarete formati un’opinione. Mi limito solo a constatare che per i presenti è stato un momento importante, liberatorio. Niente climax, niente fuochi d’artificio. È solo che dell’eccezionalità berlusconiana una parte dell’elettorato di destra non ne può veramente più e Fini, in un certo senso, ha saputo a Mirabello riconciliarli con la normalità.