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13 novembre 2010

“Parte della magistratura è distante dalla legalità”

di Kuliscioff per the FrontPage

“Parte della magistratura è distante dalla legalità […]. Non escludo che potrò, perciò, essere condannato anche in sede civile e penale. Allora che devo fare?” A porsi un sì angosciante interrogativo non è il noto pluri-inquisito di Palazzo Chigi, ma Luigi De Magistris, il pluri-inquistore mediatico finito a sua volta nella rete della corporazione.

Anche da pm, De Magistris si poneva domande filosoficamente ambiziose – tipo Why Not?

6 aprile 2010

Quindici anni completamente inutili

di si.bo per The Front Page

Massimo D’Alema, Un paese normale
con Claudio Velardi e Gianni Cuperlo
Arnoldo Mondadori Editore, 1995, Lire 25.000

È il 1995. C’è ancora la lira, Berlusconi, appena nato, ha già vinto ma Massimo D’Alema, nuovo segretario del Pds, è tutto un fermento di idee, entusiasmi e progetti. È lui, il caro leader, che di questa sinistra – non più comunista non ancora democratica – vuol fare la force tranquille che trasformerà l’Italia in un paese normale.

Problema: l’Italia di allora è la stessa di oggi. E il bello è che lo è anche la sinistra. Precisa, spiccicata. Stessa agenda, stessi uomini, stessa storia, quella appunto di Massimo e Walter. Dove Massimo è quello fico, quello innovativo. Quello che, quando vince il congresso, dirà dell’avversario che è stato giusto che perdesse, perché in fondo Walter era più adatto ad occuparsi di altro – cinema, romanzetti, cultura, videocassette… che si occupi dell’Unità – mentre lui, diciamolo, è naturalmente più inclinato a reggere il timone del grande partito progressista italiano nella storica fase del suo approdo al potere.

Non c’è affatto ironia. Né auto-ironia. ‘Sto libro è una palla mortale. Uno sfracellamento narrativo di maroni. Ma le idee, D’Alema ce le ha chiare.  “Il compito della mia generazione – esordisce, perentorio ed ispirato, nell’opera cult del velleitarismo post comunista – è portare la sinistra italiana al governo del paese”. Meno lucida, effettivamente, è la lezione storica appresa dal neoleader pidiessino, dacché la sinistra a Palazzo Chigi c’era già stata un decennio prima con un tale che si chiamava Bettino! Il punto, comunque, è che adesso – allora – i comunisti sono socialdemocratici. E Massimo alla socialdemocrazia ci crede davvero e vi si applica con impegno.

Pensate, non c’era ancora Ryanair nel 1995, ma Massimo D’Alema volava già a Londra, faceva un salto alla City e tornava entusiasta – compagni, non è mica un covo di conservatori in panciotto e cigarillos! Scopriva la libertà, intuiva che il mercato non è una giungla ma un sistema di regole, che il welfare non può mettere al centro lo Stato ma, piuttosto, la persona. Scopriva, insomma, quello che i ragazzini della piccola borghesia aspirante media avevano già sgamato negli Anni 80, grazie alle vacanze-studio in Inghilterra finanziate dalle aziende dei loro papà.

Massimo arriva tardi – è vero – e, quando arriva, la premiata ditta della socialdemocrazia ha già dichiarato fallimento, ma lui riesce lo stesso a rintracciarne i fondi di magazzino spacciandoli per novità. A ragà, è o non è un genio, quest’uomo qui? Uno che riesce a creare attesa e stupore con ideuzze stantìe manco fosse Steve Jobs con l’iPad. Beh, uno così merita – oggettivamente – di farsi logo, merita di fare del dalemismo un must.

Fa brocantage ideologico, Massimuccio nostro, lo fa oggettivamente senza ritegno, ma lo fa al momento giusto. Quando la socialdemocrazia – che non c’è già più – spera ancora di poter rinascere sulle sorti di questo comunista italiano ritardato, e quando la sinistra liberale à la Tony Blair – di cui ancora pochi intuiscono la fortuna prossima ventura – è già pronta a puntellarsi sulle macerie comunitariste per far spiccare il volo alla terza via.

È così che Massimo, fresco fresco di iscrizione al club dei socialisti europei, si dà un sacco fare per creare l’esprit camarade con i nuovi amici (o si chiamano compagni?) socialdemocratici, scoprendo oltretutto di sentircisi un sacco a proprio agio. Tant’è che ne invita un bel po’ al suo congresso di investitura. No, non chiama quello sbarbatello del neo-leader del New Labour – chi sarà mai ’sto Tony Blair?

Predilige piuttosto un socialista di peso, un elefante vero: Lionel Jospin, quello che è stato capace di prendere meno voti di Le Pen senza attaccarsi una pietra al collo e immergersi nell’oceano bretone, giusto per aver certezza di non riapparire mai più. E che gli farà fare D’Alema a Jospin? La maschera voodoo nella hall congressuale per dare ai delegati la liberatoria opportunità di infliggere di spilloni lo spirito del looser? Macché! Gli fa fare il testimonial. Della serie: tranquilli mercati, tranquillo mondo. Io sono come lui, un pachiderma, dunque non avete proprio nulla da temere. Non vincerò mai. Profetico, lungimirante: un leader.

È leader da un anno, Massimo, quando consegna a Mondadori le riflessioni sul futuro della sinistra e dell’Italia. E l’editore, che scemo non è, capisce che ’sto D’Alema è un autore da catalogo, uno su cui investire. Infatti il libro, scritto quindici anni fa, è d’attualità oggi come non mai. D’Alema, per dire, azzanna la questione del lavoro condannando la “difesa di vecchie rigidità” (soprassedendo sul fatto che fino ad un paio di adunate politiche prima avrebbe smadonnato contro chiunque gli avesse evocato la battaglia comunista contro la soppressione della scala mobile), esattamente come si ostina a fare oggi – ma con più istituzionale fair play – contro le mummie sindacal-corporative, riuscendo ancora a farlo suonare strano, notiziabile. A farlo apparire moderno!

Ma il D’Alema del ‘95 ha appena visto la luce del mercato e con l’entusiasmo del neofita si preoccupa di ammonire il lettore sul fatto che “il problema vero è quello del governo della flessibilità, dei diritti, del grado di libertà” (il concetto di “precarietà” non era ancora in embrione).

Ooops, echeggiano le tesi elaborate dal socialismo liberale una ventina di anni prima – negli Anni ‘70, per la precisione -, ma per il compagno D’Alema è tutta una rivelazione. D’altra parte, esiliato Craxi e sepolti i socialisti, la socialdemocrazia adesso è lui. E la socialdemocrazia – che storicamente è già il trapassato futuro – è pronta ad emanciparsi dal “radicalismo parolaio e salottiero”, dall’inclinazione a demonizzare l’avversario – che si chiami pure Berlusconi –, dalla partigianeria classista – ché il mondo, guys, non è più quello di una volta (come gli hanno spiegato i ragazzi di Liverpool Street): “Noi dobbiamo proporre un di più di opportunità e di risorse, altrimenti non riusciremo a farci seguire da nessuno”. Imparate, compagni!

Ma i compagni non imparano perché sono una massa di coglioni – come ha opportunamente constatato una decina di anni dopo il leader del principale schieramento avverso (che è sempre lo stesso, sia il leader sia lo schieramento). I compagni degli Anni ‘90 (che anche loro sono sempre gli stessi) hanno voluto il referendum sulle tv senza capire che, se l’avessero vinto, nessun teleutente gli avrebbe mai più dato il voto e che, se l’avessero perso, come è stato, non si sarebbe mai più potuto legiferare sull’antitrust informativo.

Quei coglioni dei compagni inneggiano alla società civile e santificano i magistrati senza capire che così stanno solo auto-segando il ramicello politico sul quale appollaiarsi, ora e in futuro (e nel ‘95 Di Pietro non l’aveva ancora fatta l’Italia dei Valori). Ah, quei pusillanimi dei compagni che non hanno le palle per sfanculare i sindacati che tolgono ossigeno alla loro causa, che tolgono ossigeno all’organismo progressista. Ma che minchia sono ’sti compagni? Dei pervertiti, dei masochisti? O dei coglioni. Ai posteri l’ardua sentenza. Ma – uffa – siamo noi i posteri!

Il D’Alema del ‘95 in pratica è un uomo assediato dalla stupidità come Craxi lo era stato dall’ingordigia. Santiddio, che ne sia la reincarnazione! E sarà mica per questo che, come Craxi, pure lui finisce male? Vittima di un paese a-normale, in cui chi ha ragione viene spinto all’altro mondo e chi ha torto sta lì – immobile – sulla riva del fiume ad aspettare che il cadavere passi.

Mah! Fatto sta che il cadavere della modernità, delle opportunità, della libertà, della normalità, in Italia è già passato da un pezzo. È passato mentre nei paesi normali si sono compiuti interi cicli politici – Blair e la Terza via, Schroeder e la socialdemocrazia… È passato, il cadavere, sotto il naso di D’Alema, quando però D’Alema era impegnato ad abbracciare Hezbollah, a far saltare Prodi, a silurare Veltroni, a dialogare con Casini, a farsi trombare in Europa, a boicottare Nichi Vendola. Troppo impegnato per potersene accorgere.

23 marzo 2010

L’anno che cambierà l’Italia

di si.bo per The Front Page

Claudio Velardi
L’anno che doveva cambiare l’Italia
Mondadori, 2006

Mondadori ha commesso un errore a pubblicare subito il libro di Claudio Velardi. Subito, ovvero pochi mesi dopo la tragicomica nazionale delle elezioni politiche del 2006. Quelle vinte – vinte? – dall’Unione di Prodi-Ds-Margherita-Comunisti rossi-Comunisti rosa-Comunisti verdi-Socialisti-Demomastelliani-Radicali-Pensionati e… dimentico qualcosa?

Quelle della notte elettorale più farsesca della storia repubblicana. La notte che – diciamolo – ci eravamo preparati a tele-celebrare con grupponi di amici in alcolica predisposizione e giù battute sul Berlusca trapassato, il Berlusca che non c’è più, il Berlusca finalmente restituito alla libertà di comandare come e quanto gli pare ma, appunto, a casa sua.

Quella notte che, però, non finisce mai. E il vino buono, quello, invece sì. E le battute si fanno meno esilaranti. E la tv non sa più che dire. E il sondaggista sparisce dagli schermi. E Prodi non va in piazza. E Pisanu temporeggia – ma che ti temporeggi: si son fatte le due – e gli amici che mollano, anzi no, perché vogliono vedere come va a finire ma… serve da bere, da fumare. Qualunque cosa: serve tirarsi su.

E poi il verdetto: pareggio. Pareggio? Sì, ma quelli – in piazza – festeggiano. E c’è Melandri che melandrizza. E D’Alema che dalemizza. E Fassino che fassinizza. E Rutelli che cicorizza. E lo capisci che, come te in salotto, vorrebbero solo andare a dormire. Ma ci sono i Comunisti, cazzo, gajardi sul palco a tenere el pueblo de la noche. L’Unidad sono loro. E mo’ Prodi se lo magnano…

Ecco, riprendersi dal trauma è stata dura. Questo, Velardi, l’avrebbe dovuto capire. Ok il diario. Ok il ragionamento su quello che non ha funzionato. Ma tra un po’, perdio! Dacci il tempo di metabolizzare. Mondadori manda in stampa l’operetta tra un risolutorio conclave governativo e un post-risolutorio ulteriore ri-conclave di squadra. Non va, non va proprio. E oltretutto Berlusconi è ancora là, a inveire come un pazzo contro i brogli, i comunisti, il regime…

Oddio, che incubo! E tu, Velardi, devi essere proprio un cinico a tentarci con il tuo saggetto analitico nel mezzo di quella roba lì. Sono irrecuperabili i tuoi ex compagni. E non dirci che in realtà tu stavi lì a ragionare di teoria della comunicazione politica. Nel tuo libro metti nero su bianco la wikipedia dell’ottusità  – kafkiana, antistorica, autistica, perdente? L’antropologia del looser che più esplicitica di così…

In realtà tu, Velardi, nel 2006 eri solo più avanti di noi. Avevi già metabolizzato persino l’imponderabile. Quella notte vai a nanna – switch off – e la mattina ti ridesti lucido – domani è un altro giorno. Cioè è lo stesso di prima. Perché avevano tutti toppato? E i sondaggi e l’aria che tira e il vento che soffia… maddeché. Le Pagine Gialle del programmone. E la serietà al governo. E il cuneo fiscale. E il sì, ce la possiamo fare… con Prodi&friends? Era tutto già scritto. Il risultato era già nel face-to-face del Berlusconi sguardo in camera che annuncia l’abolizione dell’Ici – si, hai capito bene: ABOLIZIONE DELL’ICI.

Ecco, è oggi che l’editore dovrebbe ri-mandare in stampa il volume. Senza cambiare una virgola. Magari solo il titolo. Farne qualcosa tipo 2013, l’anno che cambierà l’Italia. E allora sì che, con tre anni di anticipo dalle prossime elezioni, forse a sinistra si capirà che non si può continuare ad “infilare il mondo nei propri vestiti”. Il mondo è cambiato, compagni. E non è neanche così male.

Ok, c’è la crisi. Ma eravamo in crisi anche prima. Anche con voi al governo e che, incapaci di liberare opportunità, vi siete messi dalla parte dei già protetti invece di portare dalla vostra gli ancora esclusi. Era crisi con voi che, invece di battagliare contro i baroni e le caste, vi siete messi a difendere l’Università-sfornatitoli costringendo i giovani bravi alla fuga. Era crisi con voi incapaci di tener duro contro i tassisti – che tanto non vi votano – invece di stare con i giovani avvocati e i notai e i giornalisti e i freelance e le partite Iva che vi voterebbero eccome se solo riusciste a capire che sono loro i deboli da riscattare. Loro quelli che possono dare al paese una chance di progresso. Loro che hanno le chiavi del futuro – anche il vostro, compagni – perché loro al conservatore Berlusconi non lo votano affatto cum magno gaudio. Semmai, mettono la X sul logo green della Lega. Ma così, giusto per schifo.

Ecco, ora sì che serve leggerlo il libro di Velardi. Rivivere ora la derniera noche della pseudovittoria che fu può forse servire, oltretutto, a capire cos’è la comunicazione politica. Non è il possesso né il controllo dei media. Non è lo slogan commissionato ad un’agenzia che fa il claim dello yogurt e quello di Di Pietro, tanto è uguale. È semmai la capacità di fare agenda.

La priorità degli italiani è intra-vedere il futuro. Dateglielo. Dateglielo seriamente. Cioè, toglietevi di mezzo, voi con le vostre anacronistiche pretese di controllare l’umano realizzabile. E liberate il paese dalla politica, dalla burocrazia, dalle corporazioni. Fatela voi la rivoluzione liberale. Il Pil se ne allieterà. E dunque anche l’occupazione e gli investimenti stranieri e le imprese e i professionisti e la legalità. Quindi, ve ne allieterete anche voi, stolti! Ecco, forse è solo allora che arriverà l’anno che cambierà l’Italia.

8 febbraio 2010

L’Opa dipietrista sul Partito democratico

di Kuliscioff per The Front Page

La svolta di Tonino – basta resistenza, mo’ è alternanza – arriva al momento giusto. In tempo per sventare il complotto ordito da quei piduisti di via Solferino. In tempo per abbracciare i fratelli piddini, smarriti nella finzione neo-garantista. In tempo per arrivare alle prossime politiche da leader di una coalizione ricostruita attorno all’idea primigenia del big bang di sistema. Lo Stato di polizia, insomma, va fatto attraverso i mezzi democratici. E va fatto con il Pd, non in competizione con lui.

La coalizione catto-comunista – ha capito Tonino – non va indebolita a suon di opposizione de panza: va fagocitata, accordo dopo accordo, sino alla naturale capitolazione, ovvero finché risulterà naturale al centrosinistra consegnare a Tonino l’amaro calice del comando.  Le prime mosse, Tonino le sta già facendo. Sui candidati governatore, per dire, va con il Pd. Si tura il naso, ma appoggia. E appoggiando, corrompe. Poiché è difficile per una come Bonino ricostruire la propria verginità garantista dopo aver abbracciato l’Idv nella comune corsa al bottino regionale.

E De Luca, lui, lo sa che il sostegno di Di Pietro lo rende un sorvegliato speciale, eppure, garante Tonino, vuoi vedere che si moralizza pure lui? Ovvero, in caso di vittoria, darà a Tonino quello che mai Tonino avrebbe avuto se fosse rimasto solo contro tutti: un po’ di poltrone da mondare come si deve nella Regione meno pulita d’Italia. Fino ovviamente alla poltrona somma che si libererà per forza quando la magistratura compirà il proprio dovere.

L’Italia dei valori, insomma, riuscirà a fare la catarsi del centrosinistra. E comincerà dall’epurazione della sua classe dirigente, peccatore dopo peccatore. Finché il comando passerà per forza di cose ai puri, quelli veri. Quelli come Giocchino, per intenderci. Quelli come Why not e Orlando Cascio. Quelli che a Tonino devono molto. Quelli che non c’hanno messo molto a capire che era meglio sostenere la svolta con, non contro Tonino, perché in ballo non c’era mica la leadership del partito: c’è l’egemonia del centrosinistra.

11 gennaio 2010

Penati con Di Pietro. Ma che Lombardia è?

Di Pietro in Lombardia appoggia Penati. E Penati riceve, soddisfatto, il generoso giudizio assolutorio del magister inquisitionis.

Non si tratta, sia chiaro, di assoluzione con formula piena giacché la condizione che Sua Giustizia Antonio Di Pietro pone al candidato governatore per concedere l’onorevole placet è che il programma sia OK.

Come noto, Antonio Di Pietro ha un’unica ragion d’essere.

Cosa potrà mai esserci dunque nel programma che Antonio Di Pietro chiederà al centrosinistra di proporre agli elettori lombardi?

Punto uno: fare della Lombardia un’area civil liberties free, dacché dietro quel massonico paravento si cela, come ampiamente dimostrato dal benemerito ordine della magistratura, il trucchetto che i furbi si son dati per farla franca a cospetto dei giusti. Si pensi, per dire, alla storiaccia di quel latitante di Bettino Craxi.

Punto due: fare della Lombardia un’area capitalism free. Di Pietro, che è uomo di popolo, è quanto mai vicino ai lavoratori delle fabbriche. Dacché, come noto, gli operai hanno sempre ragione. Mentre i padroni – quei ladri – loro ovviamente hanno semprissimo torto. Che si ritorni dunque alla tradizione. Che si ritorni insomma al core business della lotta di classe. E si metta la parola fine – una volta per tutte – alla demoniaca tentazione liberale.

Punto tre: fare della Lombardia un’area value-friendly. Sono i valori che dovranno andare al governo. I valori, manco a dirlo, dell’Italia dei Valori. Tutti gli altri – è evidente, no? – non sono che mefistofeliche eresie.

Certo, che gran soddisfazione deve essere per Penati vedersi incensato dal sommo moralizzatore. E quale favorevole sorte per il Pd lombardo recepire e mutuare i lumi etici di Antonio Di Pietro. Adesso sì che il Pd lombardo potrà – finalmente – imbroccare la retta via. La via – manco a dirlo – del Palazzo Giustizia. Dacché è ovviamente da lì che la politica lombarda dovrà rifiorire.

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