di si.bo per The Front Page
Massimo D’Alema, Un paese normale
con Claudio Velardi e Gianni Cuperlo
Arnoldo Mondadori Editore, 1995, Lire 25.000
È il 1995. C’è ancora la lira, Berlusconi, appena nato, ha già vinto ma Massimo D’Alema, nuovo segretario del Pds, è tutto un fermento di idee, entusiasmi e progetti. È lui, il caro leader, che di questa sinistra – non più comunista non ancora democratica – vuol fare la force tranquille che trasformerà l’Italia in un paese normale.
Problema: l’Italia di allora è la stessa di oggi. E il bello è che lo è anche la sinistra. Precisa, spiccicata. Stessa agenda, stessi uomini, stessa storia, quella appunto di Massimo e Walter. Dove Massimo è quello fico, quello innovativo. Quello che, quando vince il congresso, dirà dell’avversario che è stato giusto che perdesse, perché in fondo Walter era più adatto ad occuparsi di altro – cinema, romanzetti, cultura, videocassette… che si occupi dell’Unità – mentre lui, diciamolo, è naturalmente più inclinato a reggere il timone del grande partito progressista italiano nella storica fase del suo approdo al potere.
Non c’è affatto ironia. Né auto-ironia. ‘Sto libro è una palla mortale. Uno sfracellamento narrativo di maroni. Ma le idee, D’Alema ce le ha chiare. “Il compito della mia generazione – esordisce, perentorio ed ispirato, nell’opera cult del velleitarismo post comunista – è portare la sinistra italiana al governo del paese”. Meno lucida, effettivamente, è la lezione storica appresa dal neoleader pidiessino, dacché la sinistra a Palazzo Chigi c’era già stata un decennio prima con un tale che si chiamava Bettino! Il punto, comunque, è che adesso – allora – i comunisti sono socialdemocratici. E Massimo alla socialdemocrazia ci crede davvero e vi si applica con impegno.
Pensate, non c’era ancora Ryanair nel 1995, ma Massimo D’Alema volava già a Londra, faceva un salto alla City e tornava entusiasta – compagni, non è mica un covo di conservatori in panciotto e cigarillos! Scopriva la libertà, intuiva che il mercato non è una giungla ma un sistema di regole, che il welfare non può mettere al centro lo Stato ma, piuttosto, la persona. Scopriva, insomma, quello che i ragazzini della piccola borghesia aspirante media avevano già sgamato negli Anni 80, grazie alle vacanze-studio in Inghilterra finanziate dalle aziende dei loro papà.
Massimo arriva tardi – è vero – e, quando arriva, la premiata ditta della socialdemocrazia ha già dichiarato fallimento, ma lui riesce lo stesso a rintracciarne i fondi di magazzino spacciandoli per novità. A ragà, è o non è un genio, quest’uomo qui? Uno che riesce a creare attesa e stupore con ideuzze stantìe manco fosse Steve Jobs con l’iPad. Beh, uno così merita – oggettivamente – di farsi logo, merita di fare del dalemismo un must.
Fa brocantage ideologico, Massimuccio nostro, lo fa oggettivamente senza ritegno, ma lo fa al momento giusto. Quando la socialdemocrazia – che non c’è già più – spera ancora di poter rinascere sulle sorti di questo comunista italiano ritardato, e quando la sinistra liberale à la Tony Blair – di cui ancora pochi intuiscono la fortuna prossima ventura – è già pronta a puntellarsi sulle macerie comunitariste per far spiccare il volo alla terza via.
È così che Massimo, fresco fresco di iscrizione al club dei socialisti europei, si dà un sacco fare per creare l’esprit camarade con i nuovi amici (o si chiamano compagni?) socialdemocratici, scoprendo oltretutto di sentircisi un sacco a proprio agio. Tant’è che ne invita un bel po’ al suo congresso di investitura. No, non chiama quello sbarbatello del neo-leader del New Labour – chi sarà mai ’sto Tony Blair?
Predilige piuttosto un socialista di peso, un elefante vero: Lionel Jospin, quello che è stato capace di prendere meno voti di Le Pen senza attaccarsi una pietra al collo e immergersi nell’oceano bretone, giusto per aver certezza di non riapparire mai più. E che gli farà fare D’Alema a Jospin? La maschera voodoo nella hall congressuale per dare ai delegati la liberatoria opportunità di infliggere di spilloni lo spirito del looser? Macché! Gli fa fare il testimonial. Della serie: tranquilli mercati, tranquillo mondo. Io sono come lui, un pachiderma, dunque non avete proprio nulla da temere. Non vincerò mai. Profetico, lungimirante: un leader.
È leader da un anno, Massimo, quando consegna a Mondadori le riflessioni sul futuro della sinistra e dell’Italia. E l’editore, che scemo non è, capisce che ’sto D’Alema è un autore da catalogo, uno su cui investire. Infatti il libro, scritto quindici anni fa, è d’attualità oggi come non mai. D’Alema, per dire, azzanna la questione del lavoro condannando la “difesa di vecchie rigidità” (soprassedendo sul fatto che fino ad un paio di adunate politiche prima avrebbe smadonnato contro chiunque gli avesse evocato la battaglia comunista contro la soppressione della scala mobile), esattamente come si ostina a fare oggi – ma con più istituzionale fair play – contro le mummie sindacal-corporative, riuscendo ancora a farlo suonare strano, notiziabile. A farlo apparire moderno!
Ma il D’Alema del ‘95 ha appena visto la luce del mercato e con l’entusiasmo del neofita si preoccupa di ammonire il lettore sul fatto che “il problema vero è quello del governo della flessibilità, dei diritti, del grado di libertà” (il concetto di “precarietà” non era ancora in embrione).
Ooops, echeggiano le tesi elaborate dal socialismo liberale una ventina di anni prima – negli Anni ‘70, per la precisione -, ma per il compagno D’Alema è tutta una rivelazione. D’altra parte, esiliato Craxi e sepolti i socialisti, la socialdemocrazia adesso è lui. E la socialdemocrazia – che storicamente è già il trapassato futuro – è pronta ad emanciparsi dal “radicalismo parolaio e salottiero”, dall’inclinazione a demonizzare l’avversario – che si chiami pure Berlusconi –, dalla partigianeria classista – ché il mondo, guys, non è più quello di una volta (come gli hanno spiegato i ragazzi di Liverpool Street): “Noi dobbiamo proporre un di più di opportunità e di risorse, altrimenti non riusciremo a farci seguire da nessuno”. Imparate, compagni!
Ma i compagni non imparano perché sono una massa di coglioni – come ha opportunamente constatato una decina di anni dopo il leader del principale schieramento avverso (che è sempre lo stesso, sia il leader sia lo schieramento). I compagni degli Anni ‘90 (che anche loro sono sempre gli stessi) hanno voluto il referendum sulle tv senza capire che, se l’avessero vinto, nessun teleutente gli avrebbe mai più dato il voto e che, se l’avessero perso, come è stato, non si sarebbe mai più potuto legiferare sull’antitrust informativo.
Quei coglioni dei compagni inneggiano alla società civile e santificano i magistrati senza capire che così stanno solo auto-segando il ramicello politico sul quale appollaiarsi, ora e in futuro (e nel ‘95 Di Pietro non l’aveva ancora fatta l’Italia dei Valori). Ah, quei pusillanimi dei compagni che non hanno le palle per sfanculare i sindacati che tolgono ossigeno alla loro causa, che tolgono ossigeno all’organismo progressista. Ma che minchia sono ’sti compagni? Dei pervertiti, dei masochisti? O dei coglioni. Ai posteri l’ardua sentenza. Ma – uffa – siamo noi i posteri!
Il D’Alema del ‘95 in pratica è un uomo assediato dalla stupidità come Craxi lo era stato dall’ingordigia. Santiddio, che ne sia la reincarnazione! E sarà mica per questo che, come Craxi, pure lui finisce male? Vittima di un paese a-normale, in cui chi ha ragione viene spinto all’altro mondo e chi ha torto sta lì – immobile – sulla riva del fiume ad aspettare che il cadavere passi.
Mah! Fatto sta che il cadavere della modernità, delle opportunità, della libertà, della normalità, in Italia è già passato da un pezzo. È passato mentre nei paesi normali si sono compiuti interi cicli politici – Blair e la Terza via, Schroeder e la socialdemocrazia… È passato, il cadavere, sotto il naso di D’Alema, quando però D’Alema era impegnato ad abbracciare Hezbollah, a far saltare Prodi, a silurare Veltroni, a dialogare con Casini, a farsi trombare in Europa, a boicottare Nichi Vendola. Troppo impegnato per potersene accorgere.