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25 giugno 2010

Back to (Labour) Basics

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

È ora che il Labour si metta “a pensare, a tirar fuori idee fresche e concrete”; che prenda atto che “il socialismo deve avere a che fare con lo stile di vita e la libertà,  non con lo Stato”; che comprenda che “lo statalismo non nasce affatto col Labour ma con Keynes e Beveridge, esattamente nel 1945”.
A parlare così è Meghnad Desai, Labour peer ed economista emerito della London School of Economics, che dalla tribuna del New Statesman sentenzia: “Il paternalismo del welfare state di Beveridge è il nemico della cultura dell’auto-promozione”.

“Nei nostri 13 anni al governo – osserva l’economista laburista – abbiamo aumentato il welfare ma non siamo stati capaci di cambiare l’approccio paternalista.”
Eccola, allora, la soluzione all’impasse del Labour Party: riconoscere il fallimento dello stato-padre e tornare alle origini della tradizione autenticamente laburista, la ‘sussidiarietà’, la active society.

Alla Conference del prossimo settembre, il Labour eleggerà il nuovo leader. Un sondaggio della Fabian Society, svolto all’indomani del primo confronto tra i cinque candidati, aggiudica il favore dei delegati ad Ed Miliband con il 39.9%, attestando David solo al 30.7%. Seguono a distanza Diane Abbott con il 12.9%, Andy Burnham con l’11.0% ed Ed Balls con il 5.5%.

Se vincesse Ed, il minore dei Miliband Bros, per il Labour non sarebbe una buona cosa. Young Miliband attribuisce il rinculo laburista all’eccessiva vicinanza del partito al mondo della City, e crede che il riscatto passi per una bandiera rossa orgogliosamente piantata nelle grassroots della tradizione socialdemocratica, attuale più che mai, soprattutto se upgraded ai temi neo-millenari dell’eco-pacifismo.
Crede, Ed, che le disastrose condizioni delle finanze pubbliche britanniche – per sanare le quali la coalizione Lib-Con ha appena dovuto varare un Budget sanguinario – che l’aumento della disoccupazione, il crollo della crescita, la sostanziale stabilità degli indici di povertà nazionale non siano conseguenza della politica economica dei governi laburisti, ma del sistema finanziario imploso per eccesso di libertà di fare, nel mercato, tutto quello che il mercato gli ha permesso di fare.

La retorica ‘back to socialism’ di Ed è condivisa, con sfumature diverse, da 3 dei 5 competitor: l’outsider Diane Abbott – nera, donna, leftish, carismatica – l’underdog inintelligibile Andy Burnham, ed il tecnocrate browniano Ed Balls, altrimenti detto “l’altro Ed”.

Non è condivisa, questa visione – è, anzi, apertamente sfidata – solo dal fratello di Ed, David, l’unico dei cinque ad aver capito che il nodo che il partito deve affrontare, dopo tre lustri di politiche socialmente interventiste tanto innovative quanto fallimentari, è eminentemente ideologico. Come d’altra parte riconosce lo stesso teorico del New Labour, Lord Anthony Giddens, che in un recentissimo saggioThe rise and fall of New Labour – ragiona sui risultati ed i fallimenti dei 13 anni di Labour al potere, sostenendo la necessità per il partito di ricostruirsi ideologicamente, e indicando come starting-point di questa rifondazione la “ri-definizione della sfera pubblica” .

L’ultimo governo laburista – calcola il Financial Times – ha ingrassato il welfare del 40% ma ha lasciato 5 milioni di persone nella trappola dei benefit di disoccupazione. E tra queste, un milione e mezzo ha meno di 25 anni. La spesa enorme per alleviare la povertà ha fatto poco o nulla, se è vero che nella fascia dell’età da lavoro il numero di poveri è il peggiore degli ultimi 50 anni. La spesa ‘sociale’ laburista ha insomma finito per creare una barriera insormontabile, strutturale e culturale, nell’accesso al lavoro. E la ragione è semplice: per quanto innovativo fosse il meccanismo di sostegno pubblico di epoca neolaburista – incentivo alla formazione, sostegno all’infanzia, politiche pro-attive di welfare to work – la conseguenza è stata la stessa onerosissima unfairness sociale che la Thatcher si applicò a correggere un’era economica fa: la convenienza razionale del disoccupato sussidiato a non lavorare.

Come spiegarlo ai militanti?
David Miliband ci sta provando. Ha capito che il problema è quello, lo Stato. E che ammetterlo, per un laburista, non vuol dire affatto tradire i suoi valori, ma semmai onorarli. Ha capito, David, che la spesa pubblica, per quanto sapientemente governata, non sarà mai in grado di correggere le storture sociali che la sinistra in genere ama attribuire al mercato. La retorica re-distributiva, infatti, finisce sempre con il rarefarsi via via che si appropinqua all’altro coté del cielo, quello della ricchezza da redistribuire. Perché – impossibile negarlo – non c’è welfare migliore dell’allargamento della torta sociale.

Sarebbe ingeneroso affermare che questo principio per Dave sia una estemporanea rivelazione, un’illuminazione post crisi. La ‘terza via’ in fondo è stata più o meno quella cosa lì. La sua fallacia tuttavia consisteva nel credere che, sebbene infarcito di mercato, fosse sempre lo spazio pubblico a dover detenere le leve del comando sociale. È, questa dei socialdemocratici anglosassoni, un po’ la sindrome del Number 1, il misterioso manovratore dell’universo totalitario di quel cult del genio televisivo britannico che è ‘The Prisoner’.
Va ammesso però, a onore del volenteroso Miliband, che nei tempi espansivi del decennio blairiano il sistema funzionava. Il fatto è che funzionava perché funzionava il mercato. Contraendosi questo, i senza lavoro, cioè i sussidiati, è normale che siano cresciuti, di numero e peso, rendendo necessario, più che un intervento sui meccanismi di spesa, il loro drastico ripensamento. Ed ecco allora che ci si ritrova sempre lì, al problema della crescita ed al freno rappresentato dall’invadenza della sfera pubblica.

Dei 5 competitor David Miliband è l’unico che parla un linguaggio comprensibile al di là della constituency hard-laburista. Ma militanti e members, in questa fase, amano sentirsi raccontare altro. La storia della finanza colpevole, ad esempio, va per la maggiore. Va anche il ‘dagli al ricco’, ma quella che impazza è la retorica pauperista di cui abusa, ad esempio, la Abbott. La candidata radical – già MP di Hackney (il quartiere interrazziale londinese con la meno friendly delle community musulmane) – ha verve da vendere. Gioca da underdog proletaria e decomplessata (figlia di immigrati, arriva a Cambridge e poi, prima donna nera della storia britannica, in Parlamento), e tratta i Milibands – entrambi i fratelli ma soprattutto David – come esponenti di un’intelligentsia aristocratica estranea all’immaginario laburista.

La Abbott ha consenso crescente, e non solo tra i nostalgici dell’Old. Piace un sacco, ad esempio, alle opinioniste trendy dei quotidiani di sinistra. Piace meno alla Fabian, il think tank-stakeholder del Labour Party (la Society è tra i fondatori, insieme alle Unions, del Labour Party e questo le conferisce – unico tra i think tank laburisti – il diritto di voto alle conference di partito). I fabiani hanno scommesso su Ed (Miliband), teorizzando evidentemente l’opportunità ideologica di un ritorno al lessico degli antenati, tipo ‘socialismo’. Va detto tuttavia che la Fabian è da tempo che non ne azzecca una. Aveva puntato su Brown e si è visto come è andata. Aveva puntato sulla Clinton, e si è visto come è andata pure lì. E se punta ora su Ed, beh, è probabile che anche stavolta sbagli.

9 maggio 2010

Deve essere Cameron e deve essere Tory

Penso che i Tory siano gli unici a non aver perso le elezioni e che dunque la guida del governo spetti a loro. Credo i Libdem siano i grandi sconfitti: hanno perso voti, oltre che seggi. Cionostante il pallino del governo al momento è in mano a loro. Clegg non ha alcun diritto di porre la riforma del sistema elettorale come condizione per un accordo di governo, perché quell’istanza non è stata giudicata dagli elettori prioritaria. La democrazia britannica funziona bene, e lo dimostra la centralità assunta dal partito numericamente meno rappresentativo nello stabilire chi andrà al governo e con quale policy: i Libdem sono comunque stati protagonisti dell’agenda di queste elezioni, è giusto riconoscere loro il diritto di voice and choice.

Credo che il Labour non abbia la legittimità politica a proporsi come alternativa. Il Labour ha drammaticamente perso voti e seggi. Deve stare all’opposizione.

Credo che David Cameron debba essere il prossimo Primo Ministro, e credo debba governare un governo di minoranza. Credo debba presentare il suo programma e in quel programma indicare obiettivi che singolarmente possano trovare maggioranze variabili in parlamento. Credo che di questi obiettivi, Cameron debba chiaramente indicare le priorità, in modo che sia lui a definire l’agenda e non sottostare alle pressioni dei partiti di minoranza.

Credo che il sistema elettorale possa essere tra questi obiettivi, ma certamente non tra gli obiettivi prioritari.

Credo infine che Cameron possa raccogliere attorno al suo governo un consenso popolare superiore al consenso elettorale appena registrato se solo riuscirà ad impartire al governo un ritmo sintonizzato sulle priorità della gente, ovvero l’economia, il lavoro, la recessione.

1 maggio 2010

Meglio Tony di Gordon

“I don’t really believe what Tony says, not after the war [in Iraq]. But I would still prefer him to Gordon Brown for prime minister because he’s a class act. He wouldn’t have forgotten about a microphone”.

Meglio di un politologo, questo meccanico londinese commenta la visita telecamerizzata di Blair ad un policlinico a nord di Londra: una manciata di minuti che ci spiegano perché, nonostante tutto, Tony avrebbe ancora potuto far vincere il Labour.

27 aprile 2010

Clegg fa il leghista

di Kuliscioff per The Front Page

Clegg rischia di superare il Labour, per voti ma non per seggi. I Tory rischiano di avere la maggioranza relativa, ma di non poter governare da soli. I LibDem non rischiano nulla: comunque andrà, loro al governo ci andranno, in coalizione con gli uni o con gli altri. E se sarà il blu dei conservatori o il rosso dei laburisti la scelta cromatica che Clegg impartirà alla coalizione, comunque sia la linea di governo è già tracciata: sarà fatta la legge elettorale proporzionale.

Nel week-end Cameron ha “aperto” al confronto, così confermando la effettiva eventualità di un bicolore lib-con. Contrari alla riforma, i Tory si dicono tuttavia disponibili a non respingere pregiudizialmente le istanze di Clegg. Istanze che queste elezioni rendono particolarmente popolari persino tra gli agnostici delle fedi costituzionali. Perché il problema che si è fatto centrale in questa epocale campagna elettorale è il forte squilibrio che, con l’attuale sistema elettorale maggioritario uninominale, se anche i LibDem risultassero il secondo partito dopo i Tory, otterrebbero comunque meno seggi del Labour.

È così da sempre. Ma mai il gap è apparso così macroscopicamente ingiusto come questa volta. Tant’è che il tema del dibattito politico è adesso diventato la legge elettorale, il must della battaglia libdem. Come il federalismo per la Lega, la riforma in senso proporzionale è la “irrinunciabile pre-condizione” di qualsiasi accordo, per conseguire la quale Clegg è disposto ad allearsi con chiunque.

Ed infatti il leader libdem, non senza rischiare ma consapevole di giocarsi la partita della vita, ha già avvisato i rivali. Al Labour ha mandato a dire che, qualora arrivasse terzo, la superiorità numerica dei suoi parlamentari non gli darebbe comunque legittimità politica a formare un governo. Ovvero: il premier non sarà Brown (assai poco entusiasta di pensionare il vecchio caro First Pass the Post). Ai Tory, che secondo le attuali intenzioni di voto si classificano primo partito, Clegg ha teso una mano: se dite sì alla riforma, il governo si può fare insieme (con Cameron premier).

Il fatto è che il proporzionale non lo vogliono né i Tory né il Labour. O meglio, nel Labour qualcuno che ne auspica l’introduzione c’è: è l’attuale ministro dell’Interno, Alan Johnson, non proprio un browniano, che ha dato una sorta di avallo pubblico alla strategia di Clegg, ovvero: un governo lib-lab, senza l’attuale primo ministro, e che ponga la riforma in cima alla sua agenda. Peter Mandelson, che in questa fase lavora per Brown, non ha certo gradito la fuga in avanti del collega, che all’esterno è suonata un po’ come se Brown fosse ormai praticamente fuori gioco. E se questa percezione dilagasse nell’opinione pubblica, più di quanto non faccia già, il rischio sarebbe quello della profezia che si auto-avvera, ovvero consegnare il Labour alla subalternità ai LibDem. La partita è più aperta che mai. Ma il pallone libdem la porta l’ha già centrata.

12 marzo 2010

Iraq: The political trial reality show

di Simona Bonfante per Libertiamo

Abbiamo tutti presente il processo Enimont. Non il processo in sé, ma lo show televisivo. Quello delle ascelle pezzate dell’Antonio Di Pietro ancora togato, quello della bavetta angolare del terrorizzato segretario DC Arnaldo Forlani, quello della orgogliosa contro-requisitoria del “cinghialone”, guest star della corrida giudiziario-spettacolare che ha deliziato le serate catodiche del teleutente primo-repubblichino.
Un’era politico-televisiva fa, si dirà. Vero, eppure il format “umilia il potente alla sbarra” ha fatto scuola. Al punto da essere divenuto un cult persino nella democrazia campione del garantismo liberale che è il Regno Unito.
Parliamo della Iraq Inquiry, l’inchiesta promossa dal governo di Gordon Brown per far luce sulla complessa vicenda che ha portato la Gran Bretagna di Tony Blair a dichiarar guerra, al fianco degli Stati Uniti di George Bush, all’Iraq di Saddam Hussein. Inchiesta, manco a dirlo, condotta in diretta multimedia in nome del sacrosanto diritto del tele-contribuente a godersi la sua fetta di spettacolo.
La britannica Inquiry, presieduta da Sir John Chilcot, non ha potere inquisitorio. Il mandato che le è stato conferito infatti è confinato alla dinamica politico-giuridica del warm-up – quando, come e perché, nonostante la contrarietà dell’Onu, il governo britannico abbia avallato l’attacco – per far tesoro dell’esperienza, ovvero perché una roba simile non si abbia a riproporre mai più. Se ne converrà: è la trama perfetta di un law thriller.
La britannica Inquiry più che un ruolo istituzionale o inquisitorio sembra assolvere quello del format-provider, non avendo infatti null’altro da fare che tradurre lo script meta-bellico – già ampiamente noto – in reality-fiction. Siffatto esercizio si compie nell’audizione in diretta web dei protagonisti dell’affaire, a cominciare dal Primo Ministro di allora, Tony Blair, passando per il suo spin doctor, Alistair Campbell, il suo Ministro egli Esteri, Jack Straw, il Cancelliere nonché attuale premier, Gordon Brown, e tutta l’ampia rassegna di antagonisti “storici”, ovvero quelli che votarono contro la guerra, pur essendo Labour Mps ovvero deputati della maggioranza.

Detto per inciso: nessuna delle testimonianze sin qui raccolte contribuisce a far luce su alcunché. Cosa ci sia poi ancora da scoprire su una vicenda, come la guerra in Iraq, già scannerizzata dai media globali in ogni microscopico aspetto e fatta oggetto di una liberissima pluralità di performance documentaristico-cinematografare, resta un mistero. Infatti non si chiede all’Inquiry di scoprire un bel nulla. Si chiede solo di soddisfare la domanda di reality-fiction del tele-elettore e, possibilmente, di far passare al suddito il desiderio di porsi le domande vere – tipo perché la guerra e non, piuttosto, l’esilio del dittatore.
Si chiede un media event che per 8 ore di fila ogni 15 giorni tenga schiacciata l’audience a ironizzare sulla performance del potente di turno. Perché non c’è dubbio che sia spettacolare e persino divertente vedere in tv l’ex premier, o il neo premier, costretto alla sbarra come un qualunque scolaretto interrogato da un’inquisizione tanto inutile nelle sue finalità quanto efficace nelle sue modalità. Lo spettatore gode. La stampa gongola. La politica ride. La storia piange.

La Iraq Inquiry non ha alcun senso né storico né politico. Ha senso esclusivamente mediatico.
Non è affatto un caso che sia stato deciso di audire il Primo Ministro Gordon Brown lo scorso 5 febbraio, in piena campagna elettorale, e non dopo – come originariamente si era ritenuto, per non turbare l’esito delle elezioni politiche che si terranno entro il prossimo maggio – poiché a grande richiesta lo spettatore ha preteso che lo spettacolo, cui avevano già dato vita le precedenti puntate, quelle con Blair, Campbell, ecc,  continuasse.
Ricordiamo tutti il processo Enimont. La carica drammaturgica che ne ha accompagnato la trasmissione televisiva. Ricordiamo tutti il fardello retorico di cui ci facevamo carico, noi tele-giudici, nel disquisire sulle storture del sistema e sull’opportunità della sua esemplare condanna. Infatti! Il risultato di quella video-catarsi collettiva è sotto gli occhi di tutti

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