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25 gennaio 2011

‘Tradire’ la causa palestinese, ovvero lavorare alla pace

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Concedere agli israeliani l’annessione delle colonie (illegalmente sottratte ai territori palestinesi) a Gerusalemme est in cambio di terre ‘altrove’, rinunciare al ritorno dei rifugiati ed addirittura accordare ai nemici l’espulsione di cittadini arabi indesiderati dal territorio israeliano. Tutto questo in cambio della pace – duratura e definitiva. Per Hamas, roba così si chiama ‘tradimento’. A tradire la causa, secondo i leaks in corso di diffusione da parte della Tv araba Al Jazeera e del britannico Guardian, i negoziatori che, per conto dell’Autorità palestinese, avrebbero trattato con la controparte la rinuncia a quei principi che al palestinese medio è stato da sempre insegnato essere non solo ‘non negoziabili’ ma addirittura fondativi dell’identità della causa comune. Quegli stessi principi – il ritorno dei rifugiati, oltre alla liberazione delle terre occupate – che hanno cristallizzato il processo ormai ventennale nel suo stato di processo, appunto, impedendone guarda caso l’approdo all’obiettivo – il prodotto, cioè la pace. La pace pertanto resa solo una chimera.

8 aprile 2010

Cercasi riformatore disperatamente

di Simona Bonfante per Libertiamo

Il Financial Times dedica un pezzo alla “Italy still unable to see beyond Berlusconi”.
L’autore, Geoff Andrews, tutor alla Open University, riprende nell’articolo le tesi già discusse nel volume ‘Not a Normal Country: Italy after Berlusconi’ – testo evidentemente poco dalemiano!
Nell’articolo si prova a spiegare l’esito delle regionali. Ovvero come sia possibile che, nonostante il bisogno ormai impellente che l’Italia ha di riforme, e nonostante l’ormai patologico disinteresse dell’attuale Capo del Governo a realizzarle, come mai – si diceva – gli italiani possano ancora accordargli la fiducia, a lui personalmente oltre che alla sua maggioranza.
“This means that a country that desperately needs political reforms to revitalise an ailing economy remains locked in an impasse” – sentenzia Andrews.

L’autore, puntiglioso, prosegue elencando le “several reasons why Italy needed to demonstrate a new commitment to reform. First – osserva – after all that has happened to Mr Berlusconi, his European allies hoped for some hint of a change of leadership: some sign of the stability that could halt a rapidly declining economy.”
Cioè afferma che in Europa lo vogliano far fuori!

“Second – insiste Andrews – political and constitutional reform is crucial in order to make the country more transparent, meritocratic and competitive”.

E su questo, come non convenire.

“Third – conclude – there needed to be some indication that the “dirty” politics of widespread fraud and corruption in Italy’s public life, which has had a significant effect on attempts to deal with public debt, could be addressed by a new vision of a cleaner and more trustworthy political class.”
E qui, più che politologia si fa metafisica!

Comunque, sono queste le premesse che impediscono al ragionamento dell’autore di apparire razionalmente consono al risultato delle elezioni italiane. Almeno, è così all’apparenza, dacché una ragione a tutto ciò, Andrews se la da. E quella ragione è Enrico Letta. Del vice di Bersani pare si sia discusso addirittura a Birmingham, in un seminario promosso dalla Open University sulla “Italy in a post-Berlusconi era”. Letta – constata l’autore – ha le idee giuste su quali siano le riforme necessarie al paese. Peccato solo che non dica mai come intenda realizzarle!
Già! Come intende realizzarle il Pd le riforme?

Un po’ ovunque in Europa si ricorda L’Aquila, un an après. Le Journal du Dimanche, caustico, fa ironia sul Premier. Con la sua attitudine a dire bugie, e con tutti quegli aquilani a cui un anno fa aveva promesso la casa e che invece la casa non ce l’hanno ancora…beh, osserva il quotidiano edito dal gruppo Lagardère di proprietà del miglior amico di Sarkozy, forse è la consapevolezza del malcontento ad aver sconsigliato a Berlusconi di presenziare alla cerimonia, mandando in sua vece l’amabile Gianni Letta!

La butta sul tragico, invece, Le Figaro, che nel breve reportage “L’Aquila désespère de renaître de ses cendres” raccoglie gli addolorati ricordi di quella tragica notte e le istantanee della città fantasma di oggi. Il risultato è un pezzo da brividi.

Stupisce infine Le Monde, che, dopo aver raccontato delle case, dei lavori compiuti agli edifici del centro, dei tanti sfollati con un tetto sulla testa celebra l’anniversario all’insegna di uno speranzoso “L’Aquila, époque renaissance”.

31 marzo 2010

Regionali, la stampa estera minimizza

di Simona Bonfante per The Front Page

Delle elezioni italiane si è dato un sacco conto sulla stampa internazionale. Avant et aprés. Catastrofici i pronostici della vigilia, “interpretativi”, quando non negazionisti, i reportage sui risultati.

Il conservatore Times sottolinea la svolta a destra della coalizione di Berlusconi – ma se simpatia c’è, non la si lascia trapelare. Il progressista Guardian relativizza l’esito: la partecipazione è stata la più bassa nella storia quindi la vittoria, praticamente, non è una vittoria. E poi c’è la preoccupante avanzata della Northern League, enfatizzata dal quotidiano da un’immagine di Bossi senior e Bossi Trota che, certo, agli occhi del britannico lettore proprio rassicurante non deve apparire.

Il Financial Times che constata che “Berlusconi makes gains in regional elections” osservado tuttavia come il Partito democratico di Pierluigi Bersani, “quarto leader in appena due anni”, pur avendo patito una “sconfitta totale”, abbia ritenuto di rivendicare l’avanzata rispetto alle ultime europee.

Le Figaro, all’indomani delle urne, dedica un pezzo alla vittoria di Caldoro. Chissà perché! Forse il giornalista, vista la bella giornata, avrà pensato di farsi un giretto sulla costa partenopea. Il titolo – La Campanie gagnée par un poulain du «Cavaliere» – può trarre in inganno. In realtà, il neogovernatore proto-craxiano, definito un “pupillo” del Cavaliere è raccontato con pregevole verosimiglianza. In spiaggia o in barca, si sa, i giornali spopolano ed il corrispondente francese, si presume, abbia letto le interviste pre-elettorali rilasciate a pochi giorni dall’apertura delle urne, dall’ancora semisconosciuto candidato, facendone un puntuale résumé.

Assolutamente pregevole è il contributo offerto ai suoi lettori da Le Monde con una meritoria opera di sintesi audiovisiva prodotta dal corrispondente in Italia, il quale consapevole che per scriverne per benino avrebbe finito col farne praticamente un saggio, ha la brillante idea di mandare in redazione qualche foto d’archivio – Bossi e Berlusconi, Bossi da solo, Zaia, la prima della Padania… – corredate di commento sonoro nel quale racconta che “la Ligue du Nord, parti populiste et xénophobe, allié au Peuple de la liberté de Berlusconi, dirigera pour la première fois deux régions, la Vénétie et le Piémont.” E per illuminare i lettori su cosa giustifichi gli aggettivi “xenofobo” e “razzista” rivolti al partito di Umberto Bossi, l’audio-commentatore cita il federalsimo fiscale che – ammonisce – “è una roba un po’ complicata da spiegare” ma che, insomma, più o meno consiste nel fatto  che il ricco nord non ha più voglia di sprecare il proprio denaro per il sud povero e malato.

Ora, siccome la stampa internazionale al nostro paese riserva attenzione solo quando Berlusconi finisce sulla graticola per una qualunque di quelle sue bizzarre trasgressioni al galateo istituzionale universalmente condiviso, e visto che invece delle regionali le grandi testate internazionali hanno cominciato a parlare sin dalla vigilia, mettiamo al bando la modestia e approfondiamo.

Parliamo, ad esempio, di cosa scriveva l’Independent, quotidiano amato dalla sinistra-sinistra britannica sebbene, dopo anni di crisi che ne minacciavano la chiusura, si sia appena lasciato comprare dal magnate russo naturalizzato in Uk, Alexander Lebedev, già proprietario del London Evening Standard e della Novaya Gazeta, il periodico democratico-libertario moscovita sul quale scriveva la compianta Anna Politkovskaya. Ebbene, nel riportare – indignata – “gli insulti verbali lanciati dal Primo Ministro Silvio Berlusconi alla volta di una donna politica di opposizione” (leggi: Mercedes Bresso), la testata spiega ai lettori che un tale sbarellamento del premier è da imputarsi “al calo di consensi ed alla prospettiva di una sconfitta umiliante”. Profetico, no?

L’Economist invece alla vigilia non si avventura in sentieri impervi limitandosi a cavalcare l’evergreeen del Berlusconi-museruola dei media. Il solito pezzo, aggiornato degli ultimi episodi della soap “conflitto di interessi” che ormai da un quindicennio il settimanale economico londinese declina in tutte le ricorrenze comandate. Tipo, appunto, le vigilie elettorali. Il pezzo si dedica alle new entry del fantastico mondo del tirannide tycoon – Augusto Minzolini ed AgCom friends  – ed ai nuovi capi di imputazione – la chiusura di Annozero. L’impalcatura della trama regge al tempo, come un format di qualità. Ma non regge alla realtà poiché, constato il risultato, l’autorevole settimanale dovrà correggere il tiro e titolare “A surprisingly good result for Italy’s prime minister”.

Ironico le Journal du Dimanche, quotidiano sarkozienne, che ripercorre la “epica campagna” del Cavaliere, descrivendola una “commedia dell’arte” combattuta a suon di  manifestazione con 150.000 partisans ed il supporto di bizzarre iniziative editoriali, tipo il tomo “sobriamente intitolato” L’amour l’emporte toujours sur l’envie et sur la haine. Puntualmente, il giornale spiega che l’opera, “dedicata a l’Italia che sa amare”, raccoglie una parte delle 50.000 testimonianze ricevute dopo l’aggressione nelle quali i fan esortano il premier a “clonarsi”. “Proprio come un topo”, chiosa l’autore.

Ebbene, a proposito della lungoveggenza della stampa straniera sui fatti nostrani, si segnala un fenomeno curioso. Sapete su chi aveva puntato la nuova destra mediatica britannica alla vigilia elettorale? Su “Little Renato” in corsa alla conquista della città lagunare.  A rapire il Times, in particolare, le “big ideas to revive dying Venice” avanzate dal Ministro Brunetta. Ah, se solo i veneziani leggessero il Times!

10 marzo 2010

Iraq, Italia: per la stampa straniera siamo noi un pericolo per la democrazia

di Kuliscioff per The Front Page

Possiamo anche ignorarli, gli opinionisti stranieri, quando riservano al nostro paese quelle articolesse tranchant e zeppe di pregiudizi che paiono scritte sotto dettatura da un cronista dell’Unità. Non possiamo ignorarli, però, i giornali stranieri quando del nostro paese cominciano a parlare come di una minaccia alla democrazia europea.

Perché se si sparge la voce che l’Italia è ormai ridotta ad una via di mezzo tra la Grecia e la Bulgaria, una specie di regime putiniano, oltretutto a rischio default, hai voglia a replicare con dotte interpretazioni storico-politologiche sul peculiare rapporto tra gli italici cittadini e le italiche istituzioni. Un pensierino su quello che sta succedendo sulla stampa straniera in queste ultime settimane, dunque, io lo farei.

Per dire, scrive di noi Dominique Moïsi, consigliere dell’Ifri (Institut français des relations internationals), su Les Echos – testata francese liberal-capitalista. Dice Moïsi che di fronte al fallimento dello Stato di diritto in Italia – le leggi ad personam, il cambiamento delle regole a partita avviata… – l’Europa dovrebbe intervenire come fece nel 2000 quando la vittoria di Jörg Haider in Austria pose il problema della violazione dei valori democratici comunitari.

Scrive di noi il Financial Times. E di che parla la bibbia del capitalismo globale? Parla dei derivati che strangolano centinaia di Comuni italiani, più o meno con lo stesso potenziale distruttivo che ha appena costretto la Grecia al semi-default.

Scrive di noi pure il Guardian – celebre testata liberal-progressista britannica – che racconta la storia di Walter Litvinenko, padre di Alexander (ricordate? La spia russa anti-Putin avvelenata a Londra col polonio). Ebbene, il povero Walter spiega di essersi trasferito in Italia, dopo la morte del figlio, confidando nell’asilo politico che invece gli viene negato. E non solo – racconta il nostro – le autorità gli negano il riconoscimento di perseguitato dal regime proto-Kgb, ma gli chiudono pure, apparentemente senza motivo, il ristorante che aveva aperto con la famiglia in quel di Rimini.

Secondo il signor Litvinenko, il problema è politico. O meglio, il problema è l’Italia del Berlusconi-miglior-amico-di-Putin. Che, appunto, le stesse autorità britanniche sospettano di essere il mandante dell’omicidio del figlio. E pure per Paolo Guzzanti – anch’egli audito dai reporter inglesi – la ragione per cui il governo italiano ha negato ai Litvinenkos l’italico asilo è perché l’idea che Berlusconi ha della democrazia non è che una reinterpretazione apicellian-mignottara del regime liberofobico di putiniana creazione.

Un’opinione, ovviamente. Non ci sono prove. Salvo il lettone, l’endorsement del nostro premier al dittatore bielorusso, il business energetico italo-russo siglato dal nostro governo in sfregio al gasdotto “democratico” europeo, l’empatica sinergia con la via libica alle relazioni euro-internazionali…

A proposito, contemporaneamente sulle medesime testate si inneggia al successo delle elezioni in Iraq: una vittoria della democrazia, si dice.

25 febbraio 2010

Perfida Albione

di Kuliscioff per The Front Page

Intercettazioni, monnezza mediatica, avvisi di garanzia postati a mezzo stampa? L’Italia della libertà di sputtanare ci fa rabbrividire? Ma signori, sono bazzecole! Bazzecole rispetto alla prova di civiltà giornalistica che sta dando di sé in queste settimane la stampa britannica.

Quel campione di anglosassone progressismo editoriale che è il feriale Guardian – con il supporto dell’Observer, testata-sorella in ecumenica uscita domenicale – si è infatti intestato il merito di una campagna diffamatoria che a cospetto le dieci-domande-di-Repubblica sono un giochetto da educande.

La vittima dell’infamata è il Primo Ministro, Gordon Brown. Il quale, nell’ultimissima fatica letteraria del chief political editor dell’Observer, Andrew Rawnsley, viene dipinto come una specie di psicopatico, uso a menare fendenti fisici e verbali a sottoposti e collaboratori. Uno sclerato seriale, insomma.

Gli episodi si sprecano. E le testimonianze, beh quelle – assicura l’autore dello scooppone – sono tutte di primissima mano.

L’opera che racconta le gesta del Gordon furioso si intitola “The End of the Party”. Domenica scorsa, l’Observer ne ha pubblicato un estratto, garantendo ai lettori la serializzazione a puntate settimanali. Da allora è un quotidiano centellinare particolari sempre più mortificanti, sempre più morbosamente invitanti l’acquisto dell’opera omnia del fango primo-ministeriale. L’ultima scrupolosa rivelazione, in ordine di anticipazione, racconta dello scazzo finale tra lui, il Gordon in waiting, e Tony, all’epoca ancora primo ministro scarsissimamente motivato a cedere il comando ad un sempre più spazientito Cancelliere. Era l’autunno del 2006, Blair avrebbe dovuto aver già mollato da un paio di mesate e invece niente. È allora che Brown  – questa l’inedita rivelazione del libro – prende Blair da parte e gli urla in faccia quello che teneva dentro probabilmente dai tempi del fantomatico accordo della Granita’s: “Mi hai rovinato la vita” – gli dice. Parola più parola meno.

Gli interessati smentiscono. Ma tanto a che serve? Verosimile è verosimile. Dacché era noto pure ai lindi ciottoli di Whitehall che Brown era almeno dal secondo mandato laburista che ambiva a mettersi in tasca le chiavi del N.10. Tuttavia era Blair che la gente votava. Ed era Blair che il New Labour riconosceva come leader. E pure quando per il Tony esportatore della democrazia cominciano i guai, sempre lui – Tony – vince le elezioni, le terze consecutive. E leader vincente non si cambia.

Poi Tony con la fratellanza bushiana esagera e nel partito cominciano a mugugnare. Gordon trova l’occasione e organizza un putsch parlamentare che costringe Blair alle dimissioni. Il resto è storia.

Una storia tuttavia meno rosea di quella che Brown sognava. Perché l’umiliazione di Blair è stata per il rivale una vittoria di Pirro. Tant’è che da quando Brown ne assume la leadership, il Labour perde – e malamente – tutte le tornate elettorali cedendo terreno ai New Tory di quel brillante communicator che è David Cameron.

E lì anche i meno blairiani cominciano a pentirsi di aver mollato l’ex leader…Il quale, tuttavia, ormai convertito ai sacri offici di Romana Chiesa ed alle terrene lusinghe della consulenza d’impresa, delle sorti del partito – e come dargli torto – se ne fotte.

Ora, però…

Ora la campagna mediatica contro il Gordon schizzato riempie le anglossassoni paginate di giornale, che le altre notizie – a cospetto – sbiadiscono. E sì che tra le altre notizie c’è, per dire, lo scandaletto delle intercettazioni illegali pagate da Murdoch per assicurare alle testate del gruppo gli scoop che hanno reso imbattibili i segugi giornalistici di News of the World. Tutto in secondo piano. Tutto relativo.

La notizia da dosare a puntate da qui alle prossime elezioni è il caratteraccio di Gordon Brown.

Ecco il segreto del giornalismo-cane-da-guardia-della-democrazia: non guardare in faccia nessuno ché il vero cronista deve avere un solo padrone, il portafoglio.

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