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22 settembre 2011

Grecia e Italia: una faza (di tolla), una raza (corrotta)

La Grecia è afflitta in via terminale dal più atavico dei mali mediterranei: la corruzione. L’Italia, beh, fate voi. I guai economico-democratico-sociali dell’una e gli speculari economico-democratico-sociali guai dell’altra derivano da lì. Non c’è un problema – chessò – di fancazzismo nella pubblica amministrazione, tangenti,  evasione fiscale, nepotismo, arroganza trans-istituzionale. Il problema è il marciume, incurabile, affondato nelle viscere del sistema da cui le sù menzionate occorrenze derivano. Tant’è che nessuno – né in Grecia né in Italia – quel sistema si immagina anche solo di emendare, nel profondo s’intende. Allora, mi chiedo: ma che senso ha continuare con la farsa delle misure di salvataggio – l’ultima in ordine di buffonata è la minaccia di non erogare ai greci il prestito necessario per pagare gli stipendi della sua indecentemente prolifica Pa – senza fare nulla di eccezionalmente concreto per estirpare il bubbone corruttivo?

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6 agosto 2011

Un mercato chiamato Cina

Credo che del declassamento degli Usa ai mercati freghi davvero poco. Un’agenzia di rating non è un oracolo. Fa valutazioni soggettive, punto. A volte fondate, a volte no. A volte, poi, manco si accorge della voragine che si apre sotto i suoi occhi – è già successo, in fondo, no? Anzi, è stata proprio quella reiterata ‘distrazione’ delle varie Fitch e Standard & Poor’s ad aver creato sto pandemonio economico-finanziario, in cui nessuno si fida più di nessuno, e le regole non si capisce più chi le fa, anche perché, una volta fatte – tardi e male – vengono immediatamente ignorate perché, appunto, fatte troppo tardi e troppo male per poter giovare ad alcunché.

30 luglio 2011

Gli affari della Deutsche Bank

Prodi li definisce egoisti, i tedeschi. Egoisti perché, invece di tenersi in casa le mele bacate vendutegli dai vicini, spendere una fortuna in deodoranti per coprirne a cospetto degli ospiti il fetore, e ritrovarsi all’ora di pranzo con il paniere gravido di roba non commestibile, ebbene loro delle mele bacate decidono di privarsi prima che i bachi gli invadano la credenza.

25 maggio 2010

Prodi, l’Europa, l’Italia e il grande boh!

di Simona Bonfante per the Front Page

Romano Prodi, ospite del Financial Times, discetta di Europa. Egli fu il presidente della Commissione che nel 2004 realizzò la conquista dell’Est – l’allargamento a 27 – e il varo del transatlantico costituzionale – ricordate? -, quello naufragato ancora prima di lasciare il porto grazie alla manomissione dei motori da parte di Francia e Olanda.

Lo strutturalismo europeista, teorizzato e praticato dal professore, è la precipua ragione per cui la Gran Bretagna l’Europa la vuole frequentare soltanto in vacanza. L’apparato tecnocratico europeo che Prodi si è un sacco divertito a disegnare è infatti oggettivamente letale per gli interessi di un paese come il Regno Unito, dove le strutture finanziarie e produttive si misurano sul mercato, ovvero la competizione su efficienza, creatività, flessibilità. Efficienza, creatività, flessibilità che l’apparato plutocratico europeo e la sua compulsività normativa non aiutano certo ad affermare. Quello degli inglesi non è anti-europeismo, ma logica di mercato. Quello di Prodi non è europeismo, ma metafisica burocratico-istituzionale. Chi dei due vuol più bene ai cittadini europei?

Che l’Europa compia “un grande passo avanti verso il federalismo fiscale” – auspica il professore, il quale saluta con favore il bailout che ha permesso di sostituire i flebili vincoli del patto di stabilità in una “more muscular co-ordination.” Peccato che il bailout, o il coordinamento muscolare dei mercati finanziari europei che Prodi benedice, non serve affatto né a rafforzare l’Europa sul medio termine, né a fermare la speculazione nell’immediato, perché questa si fonda sulla ragionevolissima constatazione che se uno Stato è strutturalmente impostato per crescere poco e spendere troppo, sarà destinato comunque a crollare. E a meno di pretendere che l’investitore si immoli al martirio, non si capisce perché dovrebbero fingere di credere che il bailout cambi tutto e finire, come un cretino, travolto dalle sue pretenziose e retoriche macerie?

Prodi, tuttavia, non si arrende all’evidenza. Per lui la Grecia conferma la necessità di un’Europa ancora più rigida. Anche perché, dice, il disastro finanziario di queste settimane era in realtà un’evenienza impossibile da prevedere. Imprevedibile la Grecia? Ma come, Romano: i conti falsi di Atene tu li hai avuti tra le mani e li hai approvati. Che la Grecia sarebbe finita male – e con lei il resto dell’eurozona – era prevedibile, eccome. E non è che adesso puoi tirarti fuori e dire che la colpa di tutto non sei tu, non è il tuo moloch istituzionale, non è la tua fregola di passare alla storia come l’uomo capace di irizzare la UE, ma i mercati!

Comunque, al lettore di FT – cioè all’intero mondo economico globale – Prodi consegna un epilogo dei suoi, che di certo non mancherà di illuminarlo. “Se anche la ripresa tarderà ad arrivare – dice infatti Prodi -, se anche avrà un costo altissimo, e se anche procurerà un danno all’immagine dell’Europa, la nave dell’Unione europea sta ormai veleggiando nella direzione gusta.” La direzione giusta, per capirci, è il default. E quanto alla traversata, non sarà affatto uno spasso neanche lei. In pratica, si salvi chi può.

L’Italia vista dall’America: la New York Review of Books parla del “Berlusconi’s New Rival”, cioè Fini. “Gli italiani – scrive l’autrice – hanno un monosillabo, un’interiezione, che significa ‘I don’t know’: Boh! E Boh! è probabilmente il solo commento plausibile per descrivere l’attuale situazione politica del paese”.

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24 marzo 2010

La destra delude, non perde

di Kuliscioff per The Front Page

Alle europee 2009 la destra trionfa e un po’ dappertutto si dice: la sinistra va controvento. Alle regionali 2010, la gauche in Francia trionfa. Per la sinistra italiana – ma non solo – è il segno che il vento cambia.

In Italia e in Francia si tratta di un voto di midterm, influenzato ma non dipendente dalle sfortune dei rispettivi governi nazionali. Né in Italia né in Francia, tra un’elezione e la successiva, a sinistra è successo nulla di nuovo. Nulla di politicamente rilevante. Nulla che possa indurre a ritenere che, se si fosse votato per il governo nazionale, piuttosto che per i governatorati regionali, la sinistra avrebbe avuto in mano le carte giuste per con-vincere.

Eppure in Francia – e, se il risultato regionale le darà ragione, anche in Italia – da questa vittoria la sinistra ha ricavato la certezza che per vincere basti fare la sinistra – demagogica, allarmista. L’opposto della destra, insomma. La sinistra delle 35 ore contro la destra del lavorare di più per guadagnare di più. La sinistra delle tasse ai ricchi contro la destra che le tasse ai ricchi le taglia. La sinistra della chiusura domenicale degli esercizi commerciali contro la destra che i centri commerciali li vorrebbe aperti H24.

Ma in Francia, come in Italia, la destra è debole non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto: non aver fatto le riforme, non aver liberato il lavoro, non aver sbloccato le attività produttive dalle zavorre corporative. La gauche però questo non l’ha capito. Crede di aver vinto. E crede di aver vinto per esser riuscita a smascherare le politiche anti-proletarie delle rispettive destre di governo. Non ha capito che non ha beccato un voto a destra e che semmai i voti di Sarko sono andati ai populisti Le Pen, più o meno come sta avvenendo da noi, tra Pdl e Lega.

In Francia, come in Italia, la sinistra fa solo opposizione e la fa pure male. Opposizione antropologica, prima che politica. Sarkozy è un capo-partito, non un capo-popolo. È uomo di ribalta. È potente e prepotente, debordante e – ahilui! – inconcludente. Chi l’ha eletto non aveva nulla contro il suo essere bling bling, anzi. Nulla contro la sua ostentata prepotenza. Nulla contro la sua inelegante debordanza. Chi l’ha votato credeva che le Président avrebbe fatto esattamente  quello che aveva promesso.

Ma son passati tre anni e Sarko ha fatto poco. Ha stressato il sistema impuntandosi su provvedimenti inutili – tipo l’eliminazione della pubblicità nella Tv pubblica – e persino folli – tra tutti, il “grande fratello” contro la pirateria informatica -, ma ha archiviato come “irricevibili” le proposizioni capaci di dare credibilità al suo governo e prospettive alla sua “nuova” Francia.

In Italia, siamo stressati uguale. E delusi uguale. E nelle urne lo diremo. Diremo anche – da liberali – che è meglio Bonino di Polverini. Meglio Bresso di Cota. Ma dicendo questo non stiamo sostenendo che la gauche plurielle che Bersani sta raccattando a suo coté è quello che serve al Paese. Diciamo, piuttosto, che vorremmo si facesse quello che Berlusconi non ha mai fatto: liberare il paese. Liberarlo, non annichilirlo oltre con leggi e burocrazie liberticide. Liberarlo, non asfissiarlo con misure proteggi-tutto – lavoratori, donne, professionisti, stampa, Sud – che privilegiano pochi e rovinano tanti.

La sinistra non vince, in Francia come in Italia, se per una stagione una nomenclatura la spunta sui deficit degli antagonisti. Non vince se ha paura di dire che Berlusconi e Sarkozy hanno fallito, non per quello che sono ma per quello che non hanno saputo fare. Passerà a nuttata, ma convincere (e governare) è un’altra cosa.

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