Matteo Renzi ha tutto per riuscire. La sua mission è riappacificare l’opzione politica denominata centro-sinistra con quella prosaica occorrenza chiamata mondo reale. E per conseguirla, questa mission, non occorre uno che si tuffi nella metafisica dell’uomo nuovo anti-berlusconiano ma uno che, più banalmente, si immerga nella logica dell’uomo normale.
Renzi ha tutto. Tranne la Thatcher
Si fa presto a dire opposizione
di Kuliscioff per theFrontPage
All’opposizione ci si sta se non si approva la linea della maggioranza. E se non si approva quella linea è perché se ne ha in mente una alternativa. L’opposizione politica si fa offrendo di un provvedimento, un’iniziativa, una scelta politica del governo, un quadro ragionato delle sue negatività, per opporvi una soluzione altra. L’opposizione funziona se quest’altra soluzione è argomentata bene, presentata meglio, se è capace di orientare l’agenda – anche dei media – e disorientare il governo.
Ottimismo, compagni!
di Kuliscioff per the Front Page
6000 parole, 5500 delle quali ad occupare lo spazio tra un “new generation” (15 volte) e un “change” (30). A due-minuti-due dalla fine, eccoti il key message: “ottimismo”. E in rapida successione, le articolazioni “optimistic”, “we-are-the-optimistics”, “labour-is-the-party-of-optimism”, e via così fino al delirante epilogo: “We are the optimists and together we will change Britain”. E questo è quel che resta del primo speech di Ed Miliband, nuovo leader del Labour Party, il quarantenne che ha portato una nuova generazione al potere e che in qualche modo vuole cambiare le cose. Il ‘come’ verrà dopo. Ottimismo, compagni!
Miliband, Clegg: è tendenza underdog. E c’è pure un perché
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Ed Miliband è il nuovo leader dei laburisti britannici. Era l’underdog, come Nick Clegg. Dato fuori gioco 100 a 1. Alla BBC sbarellano completamente quando, da Manchester, il Labour riunito in Conference annuncia che il winner è lui, il fratello minore di David. Ha preso i voti dei parlamentari e della base, praticamente è fatta – osservava il political editor del network internazionale che aveva appena pronosticato, in diretta, la vittoria di David. Ma nel Labour votano anche le Unions, non solo members ed eletti. E i sindacati – in massa – hanno scelto Ed
.
È tendenza underdog, ormai è acclarato. Solo quattro mesi fa, l’ingresso dei Libdem al governo aveva aperto uno scenario inconsueto nella politica britannica: la coalizione, il superamento degli steccati, l’arrivo al potere di una forza tipicamente anti-potere, più sociale che politica, come gli ambiental-libertari di Nick Clegg. Oggi è la volta di Ed, il fratello minore, il meno bello, il meno brillante, il meno blairiano, il meno potente e quello con le minori chance di riportare il Labour al potere.
Nel suo primo discorso da vincitore, Ed ha l’espressione dilaniata dal dolore tipica di chi ha appena compreso di essersi imbarcato in una mission più grande di lui. Garantisce al fratello di amarlo so much, e di avere anche capito quanto importante sia per il partito essere capace di “reach out”, arrivare ad un elettorato più esteso della base laburista, dote questa di cui David è campione. Un minuto dopo però, rassicura l’altro Ed tra i 5 in corsa per la leadership, Ed Balls, che il suo Shadow Chancellor sarà lui. Il neo-leader dice cioè di condividere la posizione economica keynesiana anti-taglia-deficit che ha meritato all’ex braccio destro di Gordon Brown l’attenzione possibilista persino del Financial Times. Scegliere Balls però significa mettere fuori gioco la sponda politica che fa capo a David Miliband, che alla retorica keynesiana preferisce il discorso sulla responsabilità, il discorso dei Libdem, in sostanza.
La vittoria di Ed comunque non va ricondotta tanto ad una svolta politica del partito, piuttosto ad un suo arretramento sulla ridotta identitaria della sua tradizione. Avendo perduto appeal presso i settori della società più inclini al cambiamento, il Labour si è richiuso su se stesso, sui militanti storici, sulle lobby sindacali che del partito detengono un terzo delle options, e sui potentati residuali.
La rappresentanza interna insomma è squilibrata sulle lobby conservatrici.
“Il Labour – scrive il Guardian
– dei tre principali partiti è il solo che non sceglie il leader sulla base di un sistema one-member-one-vote. Il Labour usa ancora un sistema basato sui collegi elettorali in cui gli MPs, gli iscritti e i sindacati membri o affiliati hanno ciascuno un terzo dei voti. Tutto questo rende il sistema del Labour un relitto. Ed offende pure la democrazia, visto che il voto di un parlamentare vale circa 600 volte più del voto di un iscritto ordinario.”
Il problema tuttavia non è tanto che i sindacati abbiano votato Ed, permettendone l’elezione (cosa oltretutto sempre successa a tutti i leader laburisti, anche a Blair) quanto che Ed la pensi sostanzialmente come loro. Come le Unions, Ed è infatti convinto che il Labour debba battersi per un capitalismo diverso, lontano dal cinismo brutale del modello americano, che il mercato sia irrimediabilmente fonte di ingiustizia e che vada pertanto controllato, temperato, orientato ad operare in un’ottica redistributiva, cioè sociale per definizione.
Ecco, il problema è che Ed ha davvero in testa il radical change di cui va dicendo e che pure un suo fondamento politico lo trova. Come ha osservato un ex vice-leader del Labour, Roy Hattersley
, Miliband “was the leadership candidate most likely to swing the vote to Labour for the simple reason that, more than any of his rivals, he identified with the people whose support Labour needs”.
Molti commentatori, sui giornali del giorno dopo, consideravano la vittoria di Ed il segno della guarigione dalla patologia B&B, il frazionismo personalistico costruito per un quindicennio dalle armate di Brown e di Blair. E questo è vero, non foss’altro perché Ed è sempre stato un crossboarder, uomo di Brown sì, ma amabilmente dialogante con l’altra metà del cielo nella quale gravitava all’uopo il fratello. C’è però più di un sospetto sul fatto che la sfida tra i Miliband Bros abbia gettato nel partito i semi di una nuova tragedia politico-shakespeariana, quella tra il looser ed il winner che ventura volle fossero appunto anche figli degli stessi genitori.
Che farà adesso David? Riuscirà a metabolizzare l’umiliazione della sconfitta, a non lasciarsi travolgere dalla sindrome Flash Gordon condannandosi ad un’ossessiva rivalità, e ad onorare l’impegno assunto alla vigilia del voto di collaborare con Ed in caso di sconfitta?
L’aspetto psicologico finisce, come si vede, col prevalere sul politico. È normale che sia così quando di mezzo c’è il capitale emotivo investito nelle relazioni familiari.
David comunque ormai è il looser. Ma non tanto perché ha perso una battaglia politica teoricamente già vinta, quanto perché è stato battuto dal fratello, mai considerato, in tutta la non breve carriera condotta côte à côte, un vero competitor.
E questo ci riporta a Clegg e alla ‘tendenza underdog’.
Ci chiediamo: ma non è che la gente, gli elettori, siano davvero più maturi, più avanti di quanto l’establishment politico sia indotto a ritenere, al punto da premiare due come Ed e Clegg, che si infilano in un’impresa titanica, mostrando che il cambiamento – qualunque ne sia la direzione – si può fare davvero?
Cioè, è possibile che il bisogno di cambiare registro sia così profondo da imporre alla politica l’urgenza di elaborare soluzioni politiche avanzate e coraggiose, e su quelle resettare la competizione sul mercato elettorale?
Certo, non sempre cambiamento fa rima con miglioramento. Nel caso di Junior Miliband, ad esempio, il change promesso è un omaggio al pensiero del padre Ralph, celebre teorico e praticante marxista, che in “Vietnam and Western Socialism”, opera del 1967, scriveva che il “catalogo degli orrori” degli Stati Uniti contro il popolo vietnamita era stato compiuto “in nome di un’enorme bugia”.
Ecco, per argomentare il suo cambiamento, ad Ed non è servito altro che aggiornare il concetto elaborato dall’avo, all’orrore contemporaneo della guerra in Irak.
Thatcher dunque Blair dunque Cameron
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Il corso politico di Margaret Thatcher ha segnato il paese in maniera più profonda ed irreversibile di quanto il partito conservatore di allora fu in grado di comprendere. L’impietoso opportunismo con cui venne liquidata la Lady di Ferro e dissipata la sua eredità si rivolse contro lo stesso establishment tory auto-inflittosi per i tre lustri successivi l’espiazione della marginalità.
Fu Tony Blair a fiutare l’affare: il capitale riformatore accumulato dal paese durante l’era thatcheriana era pronto ad essere impiegato in un temerario, radicale investimento politico che avrebbe coinvolto la Gran Bretagna in una nuova fase di modernizzazione. Così fu. Fu un cambiamento sostanziale nella cultura politica della sinistra britannica – con l’implacabile archiviazione della retorica socialista – nel rapporto tra la politica e il mondo produttivo, tra la politica e l’opinione pubblica.
Concluso il ciclo blairiano, l’eredità dell’ex premier, ripudiata dal partito laburista, viene riscattata da David Cameron, il quale, come Blair prima di lui, comprende l’elemento essenziale della fortuna politica del suo predecessore: l’irreversibilità ed incisività delle trasformazioni determinate nel vissuto del paese dal ‘racconto’ del neolaburismo al potere.
Nelle sue dibattutissime memorie – A Journey – che dal primo settembre monopolizzano gli affari dei bookshop d’Oltremanica, Blair riserva al neo premier conservatore un tributo rivelatore
:
“If governments don’t tackle deficits – scrive il 57enne ex premier neolaburista – the bill is footed by taxpayers, who fear big deficits now mean big taxes in the future, the prospect of which reduces confidence, investment and purchasing power. This then increases the risk of a prolonged slump”.
Blair, in sostanza, sposa la politica economica del governo lib-con, fa sue le ragioni liberali a sostegno del taglio alla spesa pubblica, confuta le tesi keynesiane dominanti nel suo partito, le stesse che, convintamente sostenute dal suo Cancelliere, Gordon Brown, hanno impedito di concludere il ciclo riformatore avviato, sin dal primo mandato, con la progressiva apertura al privato nei servizi pubblici. È su questo nodo di cultura politica che – sostiene l’ex leader laburista nel suo mediatizzatissimo best seller – si è consumato lo scontro con l’eterno antagonista.
Ed è questo il cleavage lungo il quale Cameron ha ancorato la piattaforma della coalizione al governo. Le foundation school e le fondazioni ospedaliere progettate dallo staff liberal-tory non sono infatti altro che la maturazione dell’ispirazione blairiana, lo sviluppo politicamente conseguente del processo avviato, parzialmente realizzato nei due primi mandati, ma definitivamente affossato nell’ultimo governo Labour. È Brown, con il suo ritorno allo ‘stato pesante’, ad avere in effetti fornito ai liberali dei due partiti rivali l’assist cruciale al recupero del blairismo ed alla conseguente riscrittura della piattaforma liberal-conservatrice, come già avevano fatto i tory anti-thatcheriani rispetto alla terza via neolaburista.
Come la Thatcher riconobbe in Blair il suo ‘erede’, così oggi Blair riconosce nel leader del partito conservatore il continuatore dell’esperienza riformatrice che, pur con molte ombre, ha consegnato alla Gran Bretagna un decennio di effervescenza culturale e prosperità economica. Una continuità nella diversità, quella tra i riformismi blariano e cameroniano. Diverso infatti è il contesto economico, diverse le prospettive di sviluppo, diverse le priorità determinate dall’agenda geo-economica internazionale.
I laburisti post-blairiani, con l’eccezione (timida) di David Miliband, stanno commettendo oggi lo stesso errore compiuto allora dai conservatori post thatcheriani: leggere nella sconfitta elettorale il rifiuto dell’esperienza riformatrice.
È vero il contrario. Quando Blair lasciò Downing Street non fu per l’Iraq: fu per l’ormai incolmabile cesura tra lui e il Cancelliere (e la maggioranza del suo partito) sull’identità New Labour, ovvero la direttrice liberale che Blair avrebbe voluto condurre all’estrema conseguenza: liberare il welfare dalla presenza pubblica e le amministrazioni territoriali dalla dipendenza dallo stato centrale.
È su questa direttrice che David Cameron, appresi gli errori di Blair – non ultima la deriva sulle libertà civili – ha restituito ai Tory la bandiera della modernizzazione ed ai liberali della coalizione le chiavi di Downing Street. È così che rinasce la ‘nuova destra’ europea. Ed è su questo orizzonte che la ‘nuova destra’ italiana dovrà fondare le proprie coordinate, se vorrà davvero offrire un contributo alla civilizzazione della politica nazionale.