Otto ore ad Arcore per decidere che i comuni non si riducono, le province manco a parlarne, che la spesa pubblica (impedimento strutturale alla creazione di ricchezza) resta com’è, che le pensioni non vale la pena, la criminale mediazione politica può ben essere amnistiata e che, ciononostante, i saldi rimarrano invariati. Miiiii, e come? Due sono le cose: o ci ritroviamo al governo due aritmetici geniali, oppure i medesimi ritengono possibile prendere per il culo il mondo finanziario intero.
Miracolo: gli addendi calano, i saldi no
La sinistra e la sua costola
E quindi aveva ragione D’Alema. Lega e sinistra della stessa materia organica sono fatte: retorica demagogica, ideologismo ottuso, utopismo parassitario. E anti-berlusconismo.
Le pensioni non si toccano – intimano all’unisono il Bossi e il Bersani. Non si toccano ma non si capisce razionalmente perché, visto che la vita media si è allungata al di là di ogni ragionevole argomentazione a difesa del limite temporale di un’era demografica fa; visto che le pensioni che non si devono toccare sono quelle di chi una pensione garantita – e pure cospicua al di là di ogni ragionevole argomentazione di sostenibilità – ce l’ha. E ce l’ha ancora, quella cospicua pensione, solo perché invece c’è un sacco di altra gente che la pensione, pur dovendo coattamente contribuire al comune fondo previdenziale, alla fine non l’avrà.
Buon finto federalismo, Terronia
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Con l’introduzione del federalismo municipale, cioè a partire da quest’anno (!) i trasferimenti statali ai comuni arriveranno da un fondo denominato “sperimentale di riequilibrio”, e non più dal capitolo ‘trasferimenti agli Enti Locali’ del Ministero dell’Interno. Il fondo sperimentale, vincolato ad un regime transitorio di 5 anni, si alimenta del gettito delle imposte di registro, bollo, ipotecaria e catastale; dei tributi catastali speciali, dell’Irpef sui redditi fondiari e della cedolare secca sugli affitti. Il resto, a partire dal 2014, entrerà ai comuni sotto le sembianze dell’Imu (imposta municipale unica), che raggrupperà le diverse tasse comunali attuali (ICI, addizionale Irpef ecc.).
Un senatore piddino, Marco Stradiotto, ha fatto due calcoli ed ha scoperto che il meccanismo previsto dagli autori della riforma federale squilibra i trasferimenti
a vantaggio dei comuni con il maggior numero di seconde case. E questo potrebbe finire con l’incentivare politiche urbanistiche redditizie ma viziose. Vero, falso?
Non è l’immigrato che ti ruba il lavoro, è Tremonti che non fa le riforme
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Negli ordini professionali di immigrati non ce ne sono. I ‘negri’ fanno gli operai, le pulizie in casa della gente, badano ai nostri nonni. Non fanno l’avvocato, il giornalista, il commercialista. Il mercato professionale italiano, dunque, è immune dalla competizione a ribasso che si verifica invece nei gradini più bassi della scala dei mestieri, dove la presenza dello straniero pare minacciare di più l’occupabilità dei lavoratori italiani.
Eppure, un giovane professionista italiano oggi fatica parecchio a trovare un lavoro adeguatamente remunerato. Molto spesso anzi pur di fare capolino nell’oligarchia degli attivi, un neo-professionista accetta di lavorare gratis per un periodo indeterminatamente lungo, per poi magari negoziare col capo un simbolico contributo alla fatica versata: un tot in centesimi di euro per ogni prestazione – chessò: un articolo, una dichiarazione dei redditi, una causa civile.
Il mercato degli ordini – si dirà – è un mercato chiuso. Ed in più l’offerta di professionalità è talmente over quota rispetto alla domanda da far risultare scontato l’alto tasso di non-occupazione, o di occupazione non adeguatamente remunerata.
Il fatto però è che, proprio perché chiuso, il mercato delle professioni è immune da quella che viene emotivamente considerata la causa principale del degrado quantitativo e qualitativo della nostra occupazione, e cioè gli immigrati.
Se un giovane operaio italiano ha difficoltà ad accettare un posto di lavoro con uno stipendio da fame, mentre un operaio straniero quell’imbarazzo parrebbe non avvertirlo, il giovane compatriota in tuta blu si avvertirà vittima di una competizione sleale, a ribasso. Insostenibile, dunque.
Ebbene sappia l’amico che in realtà la stessa crudele competizione che patisce lui la subisce pure il giovane professionista che, pur non avendo i negher in studio, viene posto dalle circostanze del suo mercato laburista davanti al medesimo dilemma dell’operaio: rimanere disoccupato o tirare a campare con quel poco che il mercato è ancora in grado di dare?
E qui casca l’asino. Il problema del nostro beneamato paese non è certo la competizione sleale dei cinesi o dei polacchi regolari ma il fatto che manca il ‘cosa’ per cui competere. Scarseggia il lavoro per cui ci si è formati mentre le opportunità di fare impresa si scontrano con costi proibitivi di accesso. Questo avviene perché il sistema italiano – con le sue insopportabili rigidità – scoraggia la creazione di ricchezza. Perché l’economia – in una dimensione sotto-infrastrutturata, pachidermicamente burocratizzata e strutturalmente anti-innovativa come la nostra – l’economia, si diceva, in un sistema così non respira, soffoca.
Ci sono in Italia più disoccupati tra giovani e donne, e più al sud che al nord. Al sud tuttavia ci sono anche meno immigrati. Le alte percentuali di non occupazione dunque non sembrano davvero potersi spiegare con la concorrenza al ribasso della forza lavoro non nata sul suolo patrio.
Checché ne dicano Lega e Pdl la priorità numero uno del nostro impaurito paese non è cacciare gli immigrati ma fare quelle riforme che rendano possibile innovare, investire, mettere in moto le cose e creare ricchezza, occupazione, imprenditorialità.
Perché parliamo di questo? Perché la maggioranza di governo ha recentemente ipotecato quell’opportunità accordando alla corporazione forense quelle tariffe minime
che permettono al notabilato di mantenersi viziosamente castale.
Il governo, i provvedimenti sostanziali per la crescita, si ostina a ritenerli non così urgenti, e comunque non tali da dover incidere radicalmente sugli attuali asset del nostro sviluppo. Possibile ci fossero spese pubbliche più importanti della riforma dell’Università? Se si, accidenti, che Tremonti ci spieghi quali.
Crescete e moltiplicatevi – diceva il tale. Non mi spingerei a tanto. In fondo, già riuscire a crescere è un obiettivo dall’esito affatto scontato.
Chi di (nuovo) Popolo ferisce, di Partito (degli ex) perisce
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Al governo comanda Tremonti. Nel Pdl non comanda nessuno. O meglio, una pluralità di Nessuno. Berlusconi è nudo, è solo. E saperlo così – senza scettro, senza regno – alla mercé di un tributarista valtellinese così antropologicamente anti-berlusconiano – beh, che pena!
Ma se l’è voluta lui, Silvio. Perché in questa sua terza reinassance politico-governativa – diciamolo – il vecchio caro Silvio non ne ha azzeccata una.
E il patto d’acciaio con la Lega. E il partito-non-partito. E l’erinni rosso-chiomata e i suoi mini-cavalieri delle libertà. E la sarapalin dei (tea)party al Billionaire. E l’agenda ad personam. E i Fini da finire. E le Marcegaglia da paraculare. E il popolo da irretire – contro l’evidenza, contro i fatti.
E mentre la corte lo lusingava, e diceva sissignore, e tutti gli sghiribizi gli concedeva, ed all’odio feroce lo aizzava, e la realtà gli parodiava, lui – Silvio – perdeva il potere, pezzo dopo pezzo. Gli raccontavano che aveva i numeri, e invece i numeri non li aveva. Gli dicevano che il penalista di famiglia lo avrebbe tirato fuori dai guai e invece i guai, se possibile, il recordman della giurisprudenza incostituzionale li ha persino aggravati. Gli dicevano che il governo aveva fatto questo e aveva fatto quello e invece il ‘questo’ e il ‘quello’ erano buste vergognosamente vuote. E lo sapevano tutti, Silvio, che erano vuote.
Del Pdl, ad esempio, che vogliamo pensare?
Che mentre i cuochi ti rosolavano l’ex-co-fondatore, inebriandoti dell’odore di sangue spadellato, i maître selezionavano le riserve pregiate della cantina politica che tu stesso, Silvio, avevi contribuito a riempire, per mescerlo al bicchiere di chi ti succederà.
Troppo facile, caro Silvio, dar la colpa al partito, quando la colpa semmai è tua. Perché sei tu che il Pdl lo hai voluto così: Popolo da ammansire con la tua spiazzante anarchia dittatoriale. Lo hai voluto de-strutturato, de-politicizzato, de-intellettualizzato. Ne hai fatto un covo di ex, senza costrutto né prospettiva né influenza cultural-decisionale. Cos’è, che vuole, per chi/cosa si batte sto Pdl?
Verdinizzavi il tuo, Silvio, ma intanto pascevi i partiti (e il potere) altrui, e sbeffeggiavi chi – con lungimiranza – dava corpo alla tua eterea intuizione nobilitando invece coloro che – i triumviri e le loro appendici – di quella creatura aveva intanto fatto polpette.
Silvio caro, ti sei fatto del male da solo. E oggi che in casa Pdl vengono giù le pareti e il tetto fa acqua e gli spifferi – uff – dappertutto, beh si scopre che a ridurla così sono stati i tuoi più caparbi compagni di baldoria che tu stesso aizzavi e motivavi a fare di più, più casino, più teatro.
Caro Silvio, ma chi ti aspetti ti seguirà alla prossima tornata? Chi ha apprezzato la musica propagandistico-governativa suonata sin qui, sceglierà chi quello spartito l’ha scritto e diretto, cioè la Lega. E chi invece col Pdl avrebbe voluto intonare una sonorità ambiziosamente innovativa? Beh, vedrà l’espatrio in terre politicamente più feconde come l’opzione più democraticamente sensata.