Post contrassegnati da tag ‘libdem’

13 gennaio 2011

Manager, ma quanto costi al taxpayer?

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Fa specie vedere una banca salvata con i soldi del taxpayer riconoscere al suo boss un bonus milionario. Succede in Gran Bretagna.
Bob Diamond è chief executive della Barclays da appena qualche giorno. Promosso al top job per il rimarchevole lavoro compiuto negli ultimi 14 anni alla guida di Barclays Capital, il ramo investment della banca.  Quel lavoro che due annetti orsono ha portato il sistema finanziario britannico, di cui la banca che lo stipendia è parte, alla morte cerebrale, ed il governo, accorso al suo capezzale, a compiere il miracolo del ritorno in vita. Pagano i sudditi, signor bancheire. Si serva pure. Ed il banchiere non si tira certo indietro.

20 dicembre 2010

Un voto alternativo

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

L’Alternative Vote, il sistema elettorale australiano di cui Angelo Panebianco, nel suo editoriale domenicale, ha messo in evidenza le virtù è lo stesso sistema che i Libdem, i ‘terzo-polisti’ d’Oltremanica, amerebbero introdurre in Gran Bretagna. Non dello stesso avviso i Tory, che dei Libdem sono alleati di governo, ma che di cambiare il maggioritario secco che lì chiamano First Pass the Post, non hanno alcun ragionevole motivo. Il fatto è che l’attuale sistema produce sì stabilità e alternanza, ma condanna le forze politiche minoritarie alla marginalità. E se questo non è mai stato un problema devastante per la democrazia britannica, solidamente bipartitica, un motivo di riflessione, più che un problema, ha cominciato a divenirlo in occasione dell’ultima tornata elettorale quando, come noto, si è verificata la sorprendente affermazione politica (più che numerica) dei Libdem, che ha costretto a rispolverare un oggetto istituzionale raro e anomalo del parlamentarismo britannico: l’Hung Parliament. Il parlamento del Regno oggi è ‘appeso’ ai voti ed alla solidità della coalizione, e non più solo di un partito. Per ora comunque pare funzionare.

15 ottobre 2010

Rette (universitarie) più alte per tutti

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Nel Regno Unito l’Università funziona. Decisamente meglio che da noi, eppure non ancora abbastanza. Non è abbastanza attraente per i ragazzi poveri, non abbastanza aperta alla competizione tra atenei. C’è un tetto alle rette – voluto dal Labour – che ne impedisce la piena autonomia, c’è un sistema di prestiti ideato per favorire gli studenti meno abbienti che tuttavia finisce col gravare più pesantemente su quelli che, una volta entrati nel mondo del lavoro, guadagnano di meno.
Il sistema poi è estremamente oneroso per le casse dello Stato. Il governo Cameron-Clegg ha dunque commissionato ad un panel di esperti – manager ed amministratori dei principali atenei nazionali – un’Independent Review of Higher Education Funding and Student Finance, affidandone la presidenza a Lord John Browne, noto per i trascorsi al vertice di BP.
Dice Browne: “La review propone un piano radicale fondato sulla scelta dello studente. Per la prima volta le università saranno pagate non più per il fatto di esistere, ma per essere state scelte dagli studenti.”

L’obiettivo della riforma delineata dalla commissione è fare degli studenti il motore di un mercato aperto dell’alta formazione nel quale realizzare una competizione tra atenei chiaramente incardinata alla qualità dell’offerta.
La soluzione trovata è la liberalizzazione delle rette. Abrogando il cap, gli studenti che vorranno accedere alle Università più prestigiose dovranno pagare la retta fissata dall’ateneo scelto, dunque di più dei 3290 pound da sborsare oggi per entare nei college più cari. La riforma tuttavia prevede un aumento – non una contrazione – dei sussidi per i meno abbienti ed un meccanismo più equo per la restituzione dei crediti.

Con il regime attuale i laureati devono cominciare a restituire il prestito contratto per i loro studi al raggiungimento del reddito annuo di 15.000 sterline. Con la riforma quella soglia verrà portata a 21.000.
“Ci aspettiamo che quel 20% di laureati che si piazza in fondo alla classifica dei compensi post degree, pagherà meno che nel regime attuale – assicura l’ideatore della riforma – mentre solo il 40% dei top earners dovrà restituire allo stato l’intero ammontare del debito”.
Le stime di Browne sono confortate da quelle dell’Institute for Fiscal Studies, il prestigioso think tank che ha definito la Browne Review “più progressista del sistema in vigore”.

Al governo la linea ‘free tuition‘ piace. C’è però un problema: i Libdem ci avevano fatto contro la campagna elettorale. Appoggiare la riforma significherebbe sostanzialmente tradire un impegno con gli elettori. Lo staff liberal-democratico al governo tuttavia pare davvero essersi convinto che in fondo il ‘tetto’ alle rette universitarie non è affatto il miglior modo per garantire qualità e diffusione dell’alta formazione, soprattutto tra i poor background.
Non sarà facile convincere anche la base. Ma l’arretramento sulla liberalizzazione pare ormai scongiurato. La riforma, quindi, è probabile che si farà.

La strada scelta nel Regno Unito per valorizzare l’asset della formazione e della ricerca è quella di premiare il merito, cioè sacrificare i rami secchi del sistema universitario e liberare risorse da investire nelle realtà più feconde. Non solo Oxbridge ma anche i potenziali nuovi operatori – new entrants in un mercato consolidato nel quale tuttavia, se capaci, potranno puntare a competere. Come? Attraendo allievi, docenti, dunque risorse con cui creare e promuovere attività didattiche e ricerca di qualità. Ecco, tutto questo allo Stato permetterà oltretutto di risparmiare un bel po’, soprattutto sulla spesa improduttiva – nella fattispecie quella impiegata per mantenere in vita università e centri di ricerca di scarso o nullo valore accademico.

Una strada analoga potrebbe essere seguita in Italia. La riforma Gelmini avrebbe dovuto essere il primo passo. Un emendamento presentato da Benedetto Della Vedova in Commissione Cultura alla Camera – dove era appunto in discussione la riforma, prima del ‘colpo di scena’ contabile – proponeva, guarda un po’, proprio la liberalizzazione delle rette.
L’emendamento di FLI – scriveva Piercamillo Falasca nel darci notizia dell’iniziativa – è come una goccia di benzina: di per sé non serve a far girare il motore, ma un piccolo incendio nel dibattito lo può provocare.”

In fondo in Uk, i Libdem hanno cambiato idea. Sono diventati favorevoli alla liberalizzazione delle rette perché hanno compreso – numeri ed analisi alla mano – che l’hard discount dell’università non è affatto la migliore soluzione per le distorsioni sociali che nascono ‘a monte’. E che anzi l’unica strada per aggredirle davvero quelle distorsioni è lasciare che il mercato, in un quadro di regole chiaro e trasparente, risolva la cosa da sé.

27 settembre 2010

Miliband, Clegg: è tendenza underdog. E c’è pure un perché

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Ed Miliband è il nuovo leader dei laburisti britannici. Era l’underdog, come Nick Clegg. Dato fuori gioco 100 a 1. Alla BBC sbarellano completamente quando, da Manchester, il Labour riunito in Conference annuncia che il winner è lui, il fratello minore di David. Ha preso i voti dei parlamentari e della base, praticamente è fatta – osservava il political editor del network internazionale che aveva appena pronosticato, in diretta, la vittoria di David. Ma nel Labour votano anche le Unions, non solo members ed eletti. E i sindacati – in massa – hanno scelto Ed.

È tendenza underdog, ormai è acclarato. Solo quattro mesi fa, l’ingresso dei Libdem al governo aveva aperto uno scenario inconsueto nella politica britannica: la coalizione, il superamento degli steccati, l’arrivo al potere di una forza tipicamente anti-potere, più sociale che politica, come gli ambiental-libertari di Nick Clegg. Oggi è la volta di Ed, il fratello minore, il meno bello, il meno brillante, il meno blairiano, il meno potente e quello con le minori chance di riportare il Labour al potere.

Nel suo primo discorso da vincitore, Ed ha l’espressione dilaniata dal dolore tipica di chi ha appena compreso di essersi imbarcato in una mission più grande di lui. Garantisce al fratello di amarlo so much, e di avere anche capito quanto importante sia per il partito essere capace di “reach out”, arrivare ad un elettorato più esteso della base laburista, dote questa di cui David è campione. Un minuto dopo però, rassicura l’altro Ed tra i 5 in corsa per la leadership, Ed Balls, che il suo Shadow Chancellor sarà lui. Il neo-leader dice cioè di condividere la posizione economica keynesiana anti-taglia-deficit che ha meritato all’ex braccio destro di Gordon Brown l’attenzione possibilista persino del Financial Times. Scegliere Balls però significa mettere fuori gioco la sponda politica che fa capo a David Miliband, che alla retorica keynesiana preferisce il discorso sulla responsabilità, il discorso dei Libdem, in sostanza.

La vittoria di Ed comunque non va ricondotta tanto ad una svolta politica del partito, piuttosto ad un suo arretramento sulla ridotta identitaria della sua tradizione. Avendo perduto appeal presso i settori della società più inclini al cambiamento, il Labour si è richiuso su se stesso, sui militanti storici, sulle lobby sindacali che del partito detengono un terzo delle options, e sui potentati residuali.

La rappresentanza interna insomma è squilibrata sulle lobby conservatrici.
Il Labourscrive il Guardian dei tre principali partiti è il solo che non sceglie il leader sulla base di un sistema one-member-one-vote. Il Labour usa ancora un sistema basato sui collegi elettorali in cui gli MPs, gli iscritti e i sindacati membri o affiliati hanno ciascuno un terzo dei voti. Tutto questo rende il sistema del Labour un relitto. Ed offende pure la democrazia, visto che il voto di un parlamentare vale circa 600 volte più del voto di un iscritto ordinario.”

Il problema tuttavia non è tanto che i sindacati abbiano votato Ed, permettendone l’elezione (cosa oltretutto sempre successa a tutti i leader laburisti, anche a Blair) quanto che Ed la pensi sostanzialmente come loro. Come le Unions, Ed è infatti convinto che il Labour debba battersi per un capitalismo diverso, lontano dal cinismo brutale del modello americano, che il mercato sia irrimediabilmente fonte di ingiustizia e che vada pertanto controllato, temperato, orientato ad operare in un’ottica redistributiva, cioè sociale per definizione.

Ecco, il problema è che Ed ha davvero in testa il radical change di cui va dicendo e che pure un suo fondamento politico lo trova. Come ha osservato un ex vice-leader del Labour, Roy Hattersley, Miliband “was the leadership candidate most likely to swing the vote to Labour for the simple reason that, more than any of his rivals, he identified with the people whose support Labour needs”.

Molti commentatori, sui giornali del giorno dopo, consideravano la vittoria di Ed il segno della guarigione dalla patologia B&B, il frazionismo personalistico costruito per un quindicennio dalle armate di Brown e di Blair. E questo è vero, non foss’altro perché Ed è sempre stato un crossboarder, uomo di Brown sì, ma amabilmente dialogante con l’altra metà del cielo nella quale gravitava all’uopo il fratello. C’è però più di un sospetto sul fatto che la sfida tra i Miliband Bros abbia gettato nel partito i semi di una nuova tragedia politico-shakespeariana, quella tra il looser ed il winner che ventura volle fossero appunto anche figli degli stessi genitori.

Che farà adesso David? Riuscirà a metabolizzare l’umiliazione della sconfitta, a non lasciarsi travolgere dalla sindrome Flash Gordon condannandosi ad un’ossessiva rivalità, e ad onorare l’impegno assunto alla vigilia del voto di collaborare con Ed in caso di sconfitta?
L’aspetto psicologico finisce, come si vede, col prevalere sul politico. È normale che sia così quando di mezzo c’è il capitale emotivo investito nelle relazioni familiari.
David comunque ormai è il looser. Ma non tanto perché ha perso una battaglia politica teoricamente già vinta, quanto perché è stato battuto dal fratello, mai considerato, in tutta la non breve carriera condotta côte à côte, un vero competitor.

E questo ci riporta a Clegg e alla ‘tendenza underdog’.
Ci chiediamo: ma non è che la gente, gli elettori, siano davvero più maturi, più avanti di quanto l’establishment politico sia indotto a ritenere, al punto da premiare due come Ed e Clegg, che si infilano in un’impresa titanica, mostrando che il cambiamento – qualunque ne sia la direzione – si può fare davvero?
Cioè, è possibile che il bisogno di cambiare registro sia così profondo da imporre alla politica l’urgenza di elaborare soluzioni politiche avanzate e coraggiose, e su quelle resettare la competizione sul mercato elettorale?

Certo, non sempre cambiamento fa rima con miglioramento. Nel caso di Junior Miliband, ad esempio, il change promesso è un omaggio al pensiero del padre Ralph, celebre teorico e praticante marxista, che in “Vietnam and Western Socialism”, opera del 1967, scriveva che il “catalogo degli orrori” degli Stati Uniti contro il popolo vietnamita era stato compiuto “in nome di un’enorme bugia”.
Ecco, per argomentare il suo cambiamento, ad Ed non è servito altro che aggiornare il concetto elaborato dall’avo, all’orrore contemporaneo della guerra in Irak.

21 settembre 2010

Clegg scommette: tagli oggi, benefici (anche elettorali) domani

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

I Libdem sono al governo per la prima volta in 60 anni. Ce li ha portati Nick Clegg, l’underdog dell’ultima campagna elettorale. Il mood nel partito però non è dei migliori. Non piace l’aggressione frontale del governo lib-con a welfare e servizi pubblici; non piacciono per niente le Free School, contro le quali i delegati riuniti a Liverpool, per la prima Conference del partito dall’arrivo al potere, hanno addirittura approvato una mozione che ne prescrive il boicottaggio. Una cosa analoga, per capirsi, alle manifestazioni di piazza della sinistra ambiental-comunista contro il governo Prodi, del quale la medesima faceva parte. Il motivo di cotanto accanimento nella base libdem sui provvedimenti del governo? Il fatto che, appena tre mesi fa, ci facevano contro la campagna elettorale.

Le cose però dopo il voto prendono una piega diversa. Cameron il liberale sposa Clegg il libertario. Si fa un programma che prende il liberal side dei rispettivi partiti, e nasce un governo di coalizione che neutralizza, da una parte, il conservatorismo sui diritti civili dei tory, e dall’altra il socialdemocraticismo economico dei libdem.
Si approva il primo budget che, a parte due o tre cosette – l’estensione della no tax area per i redditi più bassi, il pupil premium per gli studenti socialmente svantaggiati, l’aumento delle pensioni – è praticamente la summa del manifesto tory. Clegg però lo rivendica come fosse suo, spiegando ai militanti allibiti, che fare politica progressista non significa lasciare alle generazioni future il conto del debito accumulato dalla generazione attuale, e che dunque i tagli non sono una scelta conservatrice, non una scelta liberal-democratica, ma semplicemente una scelta giusta.

I sondaggi tuttavia danno il partito del Vice Premier in calo di dieci punti dal risultato di maggio (dal 23 al 14%) . Non a caso si discute già l’eventualità – smentita – di una lista Lib-Con alle prossime elezioni. La risposta di Clegg? Fedeltà ai principi liberal-democratici (non si deroga alle posizioni storiche del partito, per esempio sul Trident), ma non si cambia idea sull’impianto generale del progetto lib-con. Ed alla sua famiglia politica riunita a congresso prova anche a spiegare perché: «I am incredibly proud that the Lib Dems have taken this really big, brave step. I think we will benefit from it in the end. It requires not only courage; it requires patience.»

Quello del leader libdem –mettiamola così – è un investimento sul futuro. Le politiche anti-spesa, oggi necessarie, saranno solo un lontano ricordo nel 2015, quando si ri-voterà, perché allora ne saranno già manifesti i benefici, in termini di diminuzione delle tasse e ripresa economica. E questa è una bella scommessa perché in realtà nessuno può ancora dire se con la piattaforma economica del governo la ripresa e la riduzione del deficit ci saranno davvero.

Visione prospettica, dunque. Il sottosegretario al Tesoro, il giovanissimo Danny Alexander, prova a darne un saggio: la lotta all’evasione fiscale. Proprio a Liverpool il nostro annuncia infatti lo stanziamento straordinario (quasi un miliardo di sterline) deciso dal governo per stanare i cittadini fiscalmente infedeli, e garantire fresh cash al bilancio dello Stato. Un messaggio a «quelli che credono che pagare le tasse sia una scelta di vita », un messaggio che allo zoccolo duro libdem – in gran parte fatto di dipendenti pubblici – deve essere suonato un sacco fair. E poi c’è l’apertura, annunciata da Clegg nel suo discorso conclusivo, alle tasse di scopo per le amministrazioni locali che, attualmente prive di prerogative fiscali, potrebbero acquisire inedito potere rispetto al governo centrale. Anche questa, musica per le orecchie libdem.

Ecco quindi come differenziarsi dai tory senza accanirsi sulla distruzione del partito rivale: concentrarsi sul cambiamento radicale – negli assetti democratici e nell’economia pubblica – di cui il paese ha bisogno. È così che, secondo Clegg, il partito si assicurerà il futuro elettorale: non enfatizzando le diversità con i partner, ma mostrando coraggio sulle riforme, fermezza sui tagli, attenzione al futuro.

Praticamente, la linea centrista della responsabilità siculo-nazionale! Uguale, salvo il dettaglio che il futuro in questione, nella prospettiva cuffarian-miccicheana, non è quello dell’isola e neppure quello del paese ma, va da sé, quello loro personale e delle rispettive, devastanti costituency. L’assist del Premier, d’altra parte, ha offerto proprio a quei campioni del ‘professionismo politico’, l’opportunità di ballare ancora un po’ sul Titanic che affonda. Che si divertano pure, per carità. Ma, ci chiediamo: e tutto questo a che pro? Ah, già, fargliela pagare ai finiani!

Torniamo in Uk. La linea Clegg è la fairness liberale. Un esempio? L’opposizione del sottosegretario all’economia, Vince Cable, al cap sull’immigrazione imposto dai tory. Fissare per legge un tetto agli ingressi – è sua opinione – può funzionare a sedare gli impulsi di chi, per la sua personale sicurezza o per semplice timore della competizione, vuol vedere in giro meno stranieri, ma non certo per dare una soluzione razionale ai problemi di competitività del tessuto produttivo nazionale. Opporsi al cap per ragioni economiche significa per i libdem capitalizzare consenso tra gli innovatori di destra, cioè nel bacino di Cameron.

Volando ancora più alto, l’ambizione del leader libdem è mostrare al grande pubblico che il suo partito è ormai fit to run the country. O meglio, «che una politica diversa è possibile, che la politica delle coalizioni è possibile. È questo il big prize. »

Il big prize – va da sé – verrà assegnato il prossimo maggio, quando si celebrerà il referendum sulla legge elettorale. Libdem e Tory stavolta giocano sulle opposte metà campo, e sarà quello il momento della verità, anche perché la battaglia per l’Alternative Vote, Clegg può ancora vincerla. L’AV prevede la possibilità di esprimere una doppia scelta sulla scheda elettorale: una first choice ed un second best. Questo modello, attualmente in vigore solo in Australia, non modifica la struttura uninominale dei collegi ma offre più spazio ai partiti terzi. Se l’AV sostituisse il tradizionale First Pass the Post, il modello coalizionale da eccezione diventerebbe la regola. Ed allora sì che per i libdem – e la democrazia bipartitica del Regno Unito – comincerebbe davvero tutta un’altra storia.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 1.608 other followers