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2 dicembre 2010

Competere è meglio che rottamare

di Kuliscioff per the FrontPage

È inutile, non c’è modo di togliersi dalle palle quegli inetti che guidano il partito lombardo. Neanche le (finte) dimissioni presentate dopo l’imbarazzante caso Boeri sono andate a buon fine. D’altra parte hanno solo perso tutto il perdibile, come quel buonuomo di Filippo Penati – mentore raffinatissimo e consigliori con due neuroni così.

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2 luglio 2010

I signori di Milano

di Kuliscioff per the Front Page

Il 13 maggio scorso sulle pagine milanesi del Corriere della Sera viene pubblicato il Manifesto per Milano. Sottotitolo: “Il coraggio e l’orgoglio”. Testo prolisso, segaiolo, salottiero, redatto da tre benemeriti esponenti dell’avanguardia civile ambrosiana – Giangiacomo Schiavi, Fulvio Scaparro, Marco Vitale – promotori di un appello all’impegno comune perché Milano possa ritrovare lo splendore che fu. Invitano chi, i nostri? I loro pari, naturalmente. (Per una tavola sinottica dell’universo paritetico in questione, cliccare qui.)

I coscritti della civica milanesità, comunque, accolgono la sfida e rispondono al Manifesto che è un piacere, tant’è che non passa settimana che sulle pagine locali del Corrierone non appaia un nuovo contributo. E, certo, poi uno va a vedere i nomi e si dice epperbacco che fior fior di intelligenze, e quale serietà, e quale autorevolezza morale! Tra loro, per dire, i protagonisti dei destini culturali, artistici, economici metropolitani dell’ultimo ventennio. I post-politici di trasversale comunanza, gli intellò dalle buone maniere e letture a modino e… les entrepreneurs, bien sûr.

Nel club dei contributori al Manifesto per Milano ci sono, ad esempio, i costruttori confindustriali, con i loro sempre nuovi modelli di sviluppo progressista da proporre alla città. Stavolta, ad esempio, lanciano l’idea di lavorare perché la Milano del cemento diventi un ‘marchio’. Gran bella trovata, davvero. Peccato che Santa Giulia e Bicocca – tanto per citare due delle più recenti esperienze di riqualificazione della estesissima città ex industriale – il brand-Milano l’abbiano già creato, ma nella categoria merceologica “desertificazione urbana”.

Ecco, costoro – insieme ad una pluralità di uomini di cultura, politici terzisti, personalità istituzionali e varia civica umanità – sono l’avanguardia morale della capitale lombarda. Quella che si ritrova nel ‘decalogo’ stilato dal Corriere, il primo comandamento del quale recita Ritrovare l’anima.

Tra questi signorilissimi cognomi si rintracciano tutte le firme vergate in calce ai principali dossier cittadini dell’era post-craxiana. Ma si fa finta che, invece, di quanto fatto sin qui alcuno di loro abbia mai avuto la minima responsabilità. Si parla del fallimento di Expo, ad esempio. Cioè di business mancato. E l’architetto Boeri – che Expo ha progettato -  al Corriere parla invece di cascine. Cioè di altro.

Ecco, è questo scarto che, francamente, sta sui coglioni.  Credo che Pierluigi Battista, i testé descritti esponenti dell’avanguardia civile ambrosiana li definirebbe ‘conformisti’. Ma potrei sbagliarmi visto che è il suo stesso giornale a metterne in gran spolvero la prosopopea.

Milano ha smesso di essere qualunque cosa l’abbia mai resa ‘capitale morale’ nel momento stesso in cui le sue élites illuminate e i suoi civilissimi cittadini si accordarono per conferire la delega della propria civica moralità al Palazzo di Giustizia. Ciascuno dei sottoscrittori del Manifesto – a cominciare dal promotore editoriale, il Corriere della Sera – convenne allora sull’opportunità che il timone di Milano passasse da ‘loro’ – quelli di prima – a ‘noi’ – quelli di ora.

Quello che c’è ora – e quello che c’è stato dans l’entre-temps – è conseguenza di quel sostrato culturale sostanzialmente conservatore che il Corriere stesso ha contribuito a nutrire. Se in via Solforino si ama evocare concetti impegnativi come ‘coraggio’ ed ‘orgoglio’, non sarebbe male si mostrasse poi di saperli anche praticare quei nobilissimi valori, ad esempio illuminando i lettori sul tipo di rapporto che la redazione del quotidiano milanese intrattiene con il potere milanese – di cui non è certo la politica quello più condizionante.

Sarebbe un grande scatto di orgoglio per il Corriere se, in omaggio ai valori professati nel Manifesto per Milano – merito, innovazione, impegno – cominciasse ad esempio a raccontare come quelle che ci si ostina a riconoscere come le élites cittadine siano, in realtà, troppo dentro al sistema fallace che essi stessi pretendono di emendare, per potersene mai fare davvero agenti di cambiamento.

E non sarebbe male ammettere che tra quelle élites c’è pure lui, il Corriere Milano, così aggrappato alla sua aura di autorevolezza da ignorare i difetti del suo giornalismo paludato, il suo grado di innovazione pari a zero, la sua atarassica impermeabilità per quei fenomeni socio-culturali striscianti che, se da una parte segnano la rotta del declino di un certo modo di intendere Milano, dall’altra indicano quello che, ancora in potenza, può farsi architrave di una metropoli rigenerata.

E i segnali, a voler vedere, non mancano. A cominciare dal giornalismo metropolitano, sia d’inchiesta che di opinione, che viaggia assai più spedito verso l’innovazione sui blog, di quanto invece non riesca a fare un Corriere così zavorrato dall’esigenza di giustificare l’esistenza di sé – e del club di cui è socio – da non saper più, a quanto pare, stare dalla parte della modernità.

All’establishment milanese, e dunque al Corriere – mi si dirà – va comunque riconosciuto il senso di responsabilità civile che, pur nell’afasia temporale, ne motiva il contributo alla prosperità della vita municipale. E come no. Cosa ne sarebbe mai di Milano se non ci fosse quella sua civicamente blasonatissima borghesia che non si tira mai indietro quando c’è da dare una mano, che si tratti della Scala o di Expo. Expo, già, quello per il quale si sta già lavorando alacremente, di ad in ad, perché ne possa venir fuori il successo che la città merita.

E che sarà un successo ormai pochi dubitano. Vista l’efficacia dell’impegno profuso sinora da governo e amministrazioni locali, Expo 2015 sarà un successo eccome. Per Smirne, naturalmente.

22 giugno 2010

La risposta di Davide Corritore

Davide Corritore risponde al post Change Milano. No change indeed, pubblicato qualche giorno fa su s-fiducia costruttiva.

Corritore entra nel merito della proposta, spiega l’idea di ‘finanza civica’ ed illustra in dettaglio gli strumenti elaborati dal ‘laboratorio’ Change Milano.

Gli argomenti avanzati dallo staff di Corritore meritano attenzione. E dibatterne pubblicamente – di questa come delle altre voci progettuali che si leveranno di qui alle prossime comunali – è senz’altro il miglior modo per scongiurare la mortificazione di un’ennesima campagna elettorale retorica e dilettantesca.

Cara Simona, chiedendo scusa per il ritardo con cui rispondo alle tue osservazioni (il tempo è sempre più tiranno) ti invio le mie riflessioni in relazione ad ognuna delle criticità da te rilevate nel commento che hai dedicato alla proposta di ‘nuova finanza civica’ elaborato dal laboratorio progettuale del PD ‘Change Milano’. Per semplicità di lettura, ho concentrato in blocchi omogenei le tue osservazioni e la mie risposte.

SIMONA: Tre le leve della proposta suggerita da Corritore: formazione finanziaria, emissioni di titoli comunali e fusione delle partecipate in un’unica holding…….Apprezzabile, ad esempio, è l’ambizione alla formazione finanziaria delle coscienze milanesi. In effetti, tra i limiti della formazione scolastica del nostro paese uno dei più gravi è la rimozione della cultura economica dai curriculum formativi. Ma la formazione civica proposta da Change Milano, consiste in corsi comunali in tutto simili a quelli erogati dalle tradizionali scuole civiche, parecchio efficienti nella ville ambrosiana.

DAVIDE: Mi pare di capire che vi sia un tua ampia condivisione sul tema strategico della formazione finanziaria dei cittadini posto da Change Milano, e che la tua critica presuma una riduttività della proposta che equipari ai tradizionali corsi comunali. A tale proposito, credo sia necessario ricordare quanto è esplicitamente scritto nel progetto (disponile sul sito) : “Change Milano propone una scuola fortemente strutturata….Un progetto che riprende le esperienze recentemente avviate dall’amministrazione americana e dal governo inglese che hanno riconosciuto la criticità del tema. Non un corso per il Tempo libero, ma una vera e propria scuola con il contributo – come avviene all’estero – di docenti delle università, giornalisti, economisti e personalità indipendenti da interessi dei mercati finanziari. L’obiettivo prioritario della scuola è fornire supporto per leggere al meglio le variabili economiche e finanziarie, trasferendo ai cittadini la conoscenza e gli strumenti di misurazione del rischio e di pianificazione autonoma delle risorse. Tra le materie di studio sarebbe naturalmente compresa anche la lettura semplificata del bilancio comunale…”

Lascio valutare a te, e ai lettori del tuo blog, se questa impostazione abbia più profondità di quella che tu evochi. Aggiungo soltanto che essa è frutto di un lungo e proficuo lavoro svolto da Change Milano con un panel di 10 operatori assai qualificati del settore, e con l’interlocuzione di istituzioni sensibili al tema: personalmente ho incontrato e discusso del tema con i vertici di AIAF e di Borsa Italiana (nel cui palazzo si potrebbe secondo me svolgere parte di questi corsi), trovando ampio riscontro e contributi aggiuntivi.

SIMONA: Quanto alla Holding all comprehensive, oggettivamente, non è neppure questa una grande novità. Al contrario, fare gruppo è ormai il più standard dei modi ‘finanziari’ per trasferire le perdite da una controllata all’altra. E questo è tutto fuorché un bene per il mercato, cioè i risparmiatori che, nella fattispecie changemilanista, sono i civici contribuenti. La novità nella proposta piddina ci sarebbe stata se, magari, si fosse immaginata la cessione del controllo dal pubblico al privato, l’immissione sul mercato delle società attualmente controllate dal pubblico (cioè dal parassitismo politico) per liberarle da quella che è la ragione della loro stessa esistenza: far pascere la bestia con il denaro del contribuente. Che oggi ci sia Moratti – che non ci piace – e domani, nel consiglio di amministrazione della mega-holding, ci possa essere Corritore – che invece ci piace – non credo faccia alcuna differenza in termini di ‘innovazione’: finché sarà pubblico il controllore e l’attore di servizi e beni municipali, non ci sarà mercato. E finché non ci sarà mercato, a pagare il costo del monopolio sarà sempre e solo il cittadino.

DAVIDE: Cara Simona, credo che su questo fronte tu non abbia dato una lettura corretta alla nostra proposta che – come potrai constatare leggendo il progetto sul sito – non contiene alcun riferimento a ‘holding all comprehensive’, cioè ad una società unica in cui verrebbero fuse tutte le attività svolte in precedenza dalle partecipate del Comune. Forse per questo errore di lettura fai riferimenti inappropriati alle conglomerate che i gruppi finanziari usano per trasferire perdite ( e non solo..) da una società all’altra. Nel nostro caso non si crea alcuna società unica: ogni partecipata manterrebbe la propria entità giuridica e gestionale (compresi profitti e perdite…), avendo come riferimento proprietario e di indirizzo un veicolo al 100% comunale che avrebbe il compito di dare indirizzi strategici chiari e unitari nell’interesse della comunità dei milanesi. La proposta nasce dall’osservazione attenta della realtà milanese delle società partecipate e dalla necessità di garantire meglio gli interessi dei c.d ‘stake holder’, cioè i destinatari dei benefici : innanzitutto i cittadini, con i loro bisogni soddisfatti dai servizi, e poi i dividendi delle società, con cui si finanziano nel bilancio comunale altri servizi. A Milano questa doppia missione e stata sempre meno garantita: nel 2009 Zincar è fallita con un buco di 18 milioni di Euro, mentre negli anni precedenti molte delle società hanno presentato buchi di bilancio. E, accanto a questi buchi, non si è assistito a un incremento della qualità dell’offerta dei servizi ai cittadini (vogliamo ad esempio parlare del cibo che mangiano i bambini delle scuole, o della condizione degli impianti sportivi?). Al di là delle particolari situazioni deficitarie, la necessità di un più chiaro ruolo di indirizzo nelle società partecipate appare significativo anche in altri casi. Tra questi ricordo il tema di ATM e le linee guida da coordinare in relazione all’impiego delle sue risorse: ad esempio, si deve crescere gareggiando per la gestione dei mezzi pubblici di altre città europee? O si deve invece promuovere con decisione l’integrazione con società di trasporto della ‘grande’ Milano che ospitano ogni giorno centinaia di migliaia di city users? La dissertazione potrebbe continuare, ma il denominatore comune non cambierebbe: è necessario tornare a una politica pubblica di indirizzo e di qualità, dopo anni in cui il ‘privatismo’ in politica (inteso come la delega incondizionata a improbabili manager politici o la delega a sistemi autarchici di gestione) non ha migliorato né i servizi né i conti delle partecipate. Si tratta di ripercorrere gli antichi passi della managerialità pubblica, che hanno segnato momenti significativi del riformismo milanese, nel solco di quella cultura francese della pubblica amministrazione che attua politiche di indirizzo con elevate visioni, qualità manageriali, e significativi risultati economici. In quest’ottica, scrive il progetto di Change Milano, la nuova società di indirizzo potrebbe anche promuovere nuove società/iniziative imprenditoriali in settori strategici per la crescita della città e della comunità: ad esempio una rete capillare di accessi wi fi in ogni angolo della città (sul modello delle reti municipali wireless americane). Il modello che si propone con il nuovo veicolo del Comune è un ruolo nuovo del settore pubblico, anche ‘driver’ oculato in alcuni settori economici in cui l’interesse di comunità non riesce ad essere soddisfatto dall’iniziativa privata. Non è socialismo municipale, ma una banale applicazione di concetti assai più profondi che il Presidente Obama sta progettando per lo stato più liberista del mondo. Un disegno nato dalla constatazione che l’ideologia dello Stato ‘assente’ a cui abbiamo assistito nell’ultimo corso storico è l’origine dei guasti dei cittadini di tutto il mondo èd è per questo opportuno ridisegnare per il settore pubblico un nuovo ruolo di equilibrio e di ‘facilitatore’ degli interessi di comunità. Bisogna cioè meditare sul nuovo posizionamento da attribuire al settore pubblico, senza dovere sconfinare nell’ideologia della supremazia pubblica. Nella nostra visione il pubblico è chiamato a garantire l’interesse superiore di comunità (ad esempio che tutti, e non solo i benestanti, possano accedere alla rete), qualora gli operatori privati non siano in grado di farlo. Ovviamente tutto ciò è anche agli antipodi dell’idolatria, secondo cui il ‘pubblico’ è parassitismo e il ‘privato’ è efficienza dei servizi. Dopo il decennio che abbiamo passato, non esiste più nessuna scuola di pensiero del mondo che proponga questa visione manichea, e anche un significativo pensatore del centro destra italiano, quale Tremonti, si è convinto del ruolo rilevante del pubblico nei settori chiave della società.

SIMONA: I BOC – che Change Milano chiama BIC (Buoni Investimento Civici) lo ammettono gli stessi autori della proposta: non sono una novità. Semmai una variazione sul medesimo tema dei Buoni comunali da far sottoscrivere ai contribuenti, convincendoli magari di contribuire ad un investimento ‘civico’ cioè non misurabile nel suo valore effettivo. In fondo, I BIC non sono altro che tasse di scopo, solo che ai cittadini si vuol lasciare intendere si tratti di finanza. E se così è, meglio i vecchi BOC. Quanto meno, quando si rivolgono al mercato, si impegnano a garantire un tasso certo. Mentre incerta, incertissima, è la misura del valore ‘civico’. Chi decide se un aiuola vale più di un parcheggio?

DAVIDE: Anche nel riferimento ai Buoni di Investimento Civici, sembra che tu non abbia dato una lettura corretta della nostra proposta: dici che sarebbero meglio i vecchi BOC, che “quanto meno si impegnano a garantire un tasso certo” . Nel progetto è scritto con chiarezza: gli strumenti proposti sono obbligazioni riconducibili alle normative sui Buoni Ordinari Comunali, cioè hanno un tasso assolutamente certo, che – aggiungo per completezza – può essere superiore al tasso dei BOT con uno spread aggiuntivo non superiore all’1%. Dunque è assolutamente inesatto dire che i BIC da noi proposti non hanno un tasso sicuro e predeterminato. E per di più – come abbiamo sottolineato – questo tasso può essere addirittura superiore al rendimento dei titoli di stato a breve. Forse per effetto di questa lettura erronea hai parlato di ‘tassa di scopo’, un concetto non corretto anche alla luce di un’accademica considerazione statistica: se il Comune sostituisse le tradizionali fonti bancarie con i BIC, otterrebbe un tasso di indebitamento più basso di almeno 2 punti percentuali rispetto ai tassi bancari, ottenendo a regime un risparmio annuo di interessi – sul totale delle passività – pari a circa 70 milioni di Euro. E i cittadini, sottoscrivendo questi Buoni civici, otterrebbero un tasso aggiuntivo rispetto ai tradizionali BOT. Insomma, guadagnerebbe sia il Comune che il cittadino: nei Paesi anglosassoni questa casistica si definisce ‘win win’, perché entrambe le parti sono soddisfatte. Altro che tassa di scopo! Al di là delle considerazioni strettamente finanziarie, è forse importante sottolineare anche il valore civico di strumenti quali i Buoni di Investimento Civico da noi proposti. Essi potrebbero essere emessi, come è scritto, a favore dei risparmiatori milanesi che volessero un rendimento certo abbinato alla realizzazione di progetti territoriali di utilità collettiva: si cita nel progetto il caso allo studio di Barona Wireless, finanziabile dai cittadini di quella zona. Si può immaginare allo stesso modo una serie di progetti e opere specifiche finanziabili con emissioni ad hoc sottoscritte dai milanesi, con un effetto di coinvolgimento che avrebbe l’effetto di favorire l’indipendenza economica della città rispetto ai tradizionali canali di finanziamento. Una sorta di federalismo finanziario in cui i milanesi avrebbero la possibilità di reimpiegare il loro risparmio nella città stessa, con rendimenti interessanti, e con minori paure sulla solvibilità del debitore (tema non irrilevante nella recente storia finanziaria del mondo…). Ma il progetto presentato non si ferma ai Milanesi: si prevede ad esempio una serie di emissioni di Buoni milanesi da collocarsi all’estero con la finalità di promuovere il marketing territoriale della città di Milano per attrarre visitatori per l’Expo 2015, che uniscano al rendimento alcuni servizi (pacchetti turistici all inclusive, con viaggio, permanenza, spostamenti e accesso all’Esposizione e a eventi della città). E ancora, si immaginano, sul fronte internazionale, emissioni riservate ai fondi sovrani di importanti nazioni del mondo (India, Dubai, ecc..) alla ricerca di opportunità per rafforzare gli interscambi economico-diplomatici.

Insomma, i Buoni civici potrebbero vedere utilizzi plurimi con un caratteristica condivisa: la proposta di una nuova finanza fortemente concentrata in investimenti utili a una comunità di cittadini.

SIMONA: Comunque se ne può parlare. (Ma se ne vuole davvero parlare?)

Ne hanno parlato il Sole e il MilanoFinanza. Ne hanno parlato come di una ‘voce’ promettente emersa dalle secche economico-culturali piddine (l’ufficio stampa di Corritore funziona meglio di quello degli apparati). Ne ha parlato pure le Ragioni. Dicendosi scettica. E questo alla squadra di Change Milano non ha fatto piacere. Il che è comprensibile. Meno comprensibile è perché non abbiano ritenuto di replicare all’opinione critica, oltretutto espressa con nome e cognome, semplicemente entrando nel merito delle loro ragioni.

DAVIDE: Come avrai visto: se ne può parlare eccome, considerando anche la prolissità della mia risposta (…) e la pubblicazione della tua nota e della mia replica nel gruppo Change Milano costituito su Facebook. Era dovuta una mia replica alle tue osservazioni di merito, dissenzienti rispetto alle nostre, ma comunque di merito. E proprio per questo, per il suo disinteresse sul merito, ho deciso di non rispondere alla nota da te citata e pubblicata sul sito Ragioni. Non ho risposto perché essa ha diffuso un ‘pezzo’ più attento alle metafore ironiche sulla mia persona (e ai miei colleghi di partito) che al merito delle nostre proposte. E poiché avremmo deciso di intervenire a dibattiti strettamente legati ai contenuti e non a dinamiche personalistiche, si è ritenuto di non dovere ribattere a quelle osservazioni.

Ringraziandoti per l’attenzione ti mando un caro saluto, nell’augurio di un ulteriore confronto dialettico in occasione della prossime proposte di Change Milano.

A presto.

Davide

17 giugno 2010

Change Milano. No Change indeed!

Change Milano è il laboratorio di idee messo in piedi per il Pd da Davide Corritore, il mito dei consiglieri comunali dell’Italia intera.  Quello che ha fatto una sola operazione nella sua ancora giovane carriera  politica. Ma un’operazione di peso: smascherare il bug dell’affaire derivati.

Onore a Corritore. La finanza lui la conosce ed è, il suo, un caso più unico che raro di professionista italioto che, prestato alla politica, non dimentica la materia di cui sa, agendo -nei limiti delle facoltà politiche del suo partito – di conseguenza.

Della sua competenza, Corritore sta adesso cercando di fare un asset per i democratici milanesi, ovvero per la di loro proposta politica alle prossime comunali.

Change Milano suona un sacco bene. Sa di nuovo, di moderno. Sa – ed è questa l’essenza innovativa dell’esperienza piddina – di progetti concreti.

Il primo di questi progetti riguarda la finanza. Finanza Civica, per la precisione.

Tre le leve della proposta suggerita da Corritore: formazione finanziaria, emissioni di titoli comunali e fusione delle partecipate in un’unica holding.

Ne hanno parlato il Sole e il MilanoFinanza. Ne hanno parlato come di una ‘voce’ promettente emersa dalle secche economico-culturali piddine (l’ufficio stampa di Corritore funziona meglio di quello degli apparati). Ne ha parlato pure le Ragioni. Dicendosi scettica. E questo alla squadra di Change Milano non ha fatto piacere. Il che è comprensibile. Meno comprensibile è perché non abbiano ritenuto di replicare all’opinione critica, oltretutto espressa con nome e cognome, semplicemente entrando nel merito delle loro ragioni.

Vista nel merito, la proposta appare anche a chi scrive meno innovativa e – diciamolo – più modesta nella sostanza, di quanto il brand Corritore potesse lasciare sperare.
Apprezzabile, ad esempio, è l’ambizione alla formazione finanziaria delle coscienze milanesi. In effetti, tra i limiti della formazione scolastica del nostro paese uno dei più gravi è la rimozione della cultura economica dai curriculum formativi. Ma la formazione civica proposta da Change Milano, consiste in corsi comunali in tutto simili a quelli erogati dalle tradizionali scuole civiche, parecchio efficienti nella ville ambrosiana.

Quanto alla Holding all comprehensive, oggettivamente, non è neppure questa una grande novità. Al contario, fare gruppo è ormai il più standard dei modi ‘finanziari’ per trasferire le perdite da una controllata all’altra. E questo è tutto fuorché un bene per il mercato, cioé i risparmiatori che, nella fettispecie changemilanista, sono i civici contribuenti.

La novità nella proposta piddina ci sarebbe stata se, magari,  si fosse immaginata la cessione del controllo dal pubblico al privato, l’immissione sul mercato delle società attualmente controllate dal pubblico (cioé dal parassitismo politico) per liberarle da quella che è la ragione della loro stessa esistenza: far pascere la bestia con il denaro del contribuente.
Che oggi ci sia Moratti – che non ci piace – e domani, nel consiglio di amministrazione della mega-holding, ci possa essere Corritore – che invece ci piace – non credo faccia alcuna differenza in termini di ‘innovazione’: finché sarà pubblico il controllore e l’attore di servizi e beni municipali, non ci sarà mercato. E finché non ci sarà mercato, a pagare il costo del monopolio sarà sempre e solo il cittadino.

I BOC – che Change Milano chiama BIC (Buoni Investimento Civici) lo ammettono gli stessi autori della proposta: non sono una novità. Semmai una variazione sul medesimo tema dei Buoni comunali da far sottoscrivere ai contribuenti, convincendoli magari di contribuire ad un investimento ‘civico’ cioé non misuralbile nel suo valore effettivo. In fondo, I BIC non sono altro che tasse di scopo, solo che ai cittadini si vuol lasciare intendere si tratti di finanza. E se così è, meglio i vecchi Boc. Quanto meno, quando si rivolgono al mercato,  si impegnano a garantire un tasso certo. Mentre incerta, incertissima, è la misura del valore ‘civico’. Chi decide se un aiuola vale più di un parcheggio?

Comunque se ne può parlare. (Ma se ne vuole davvero parlare?)

17 giugno 2010

Referendun trans-partisan a Milano

di Kuliscioff per the Front Page

La raccolta-firme non è ancora partita ma i promotori dei 5 referendum su ambiente e mobilità a Milano – l’ex assessore Edoardo Croci, il radicale Marco Cappato e il verde Enrico Fedrighini – registrano già un consenso – diciamo – transpartisan. Si sapeva degli ambientalisti, non si sapeva ancora dell’ex ministro leghista, Giancarlo Pagliarini (attualmente consigliere comunale indipendente) né dell’architetto Stefano Boeri (quello della Maddalena, ma anche di Expo).

E men che meno si immaginava che pure il presidente del Consiglio comunale, il pidiellino Manfredi Palmeri (nella foto), facesse outing pro-refendario, impegnandosi alla presenza della stampa a far campagna per alcuni dei 5 quesiti proposti, e a dare garanzia che sulla convalida delle firme, lui c’è. È successo oggi, a Palazzo Marino, alla consegna delle 100 firme del comitato promotore nelle mani dell’istituzione perché la procedura burocratica abbia ufficialmente a partire. Ci vorrano ancora un paio di settimane per avere il ‘go’ dell’amministrazione ma la partita ormai è cominciata.

Ma dicevamo di Palmeri. Il giovane Manfredi è politico garbato. E non è uno sprovveduto. È un esponente importante del Pdl milanese. E appoggia i referendum ambiental-liberal-radicali che per la seconda volta nella storia interpelleranno i milanesi per decidere sul futuro della loro città. Un quesito riguarda Ecopass, la creatura di Croci, il bocconiano reclutato da Moratti perché facesse quella roba lì, ma poi ripudiato quando quella roba lì – una vera congestion charge – avrebbe dovuto cominciare a diventare una cosa seria.

Ora, se Palmeri accoglie Croci e i radicali a braccia aperte, vuol dire che negli obiettivi, come nei modi, dell’azione di governo della città, la sua sensibilità lo porta a sentirsi più vicino al liberalismo referendario dei promotori piuttosto che all’ecumenismo retrospettivo di sciura Letizia. Lui certo non la metterebbe così, ma… E poi, ammettere che Moratti sia fra i peggior sindaci – e fra i meno liberali – della storia di Milano, non significa ancora mettersi contro il Pdl ambrosiano. Significa semmai lavorare ad un piano B per le comunali della prossima primavera.

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