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13 settembre 2011

Miliband copia Renzi. Cioé sfancula i sindacati

Non gliel’ha mandato a dire, il leader post New Labour eletto con il supporto dei sindacati: glielo ha proprio detto in faccia, all’annuale appuntamento della Trade Unions Conference. Gli ha detto: ‘scioperare contro gli interventi sulle pensioni del servizio pubblico, è un errore‘. E giù fischi. Ma quelli si sapevano già. E non per questo Miliband il giovane si è lasciato intimorire o magari solo condizionare. 

12 gennaio 2011

Si fa presto a dire opposizione

di Kuliscioff per theFrontPage

All’opposizione ci si sta se non si approva la linea della maggioranza. E se non si approva quella linea è perché se ne ha in mente una alternativa. L’opposizione politica si fa offrendo di un provvedimento, un’iniziativa, una scelta politica del governo, un quadro ragionato delle sue negatività, per opporvi una soluzione altra. L’opposizione funziona se quest’altra soluzione è argomentata bene, presentata meglio, se è capace di orientare l’agenda – anche dei media – e disorientare il governo.

28 settembre 2010

Ottimismo, compagni!

di Kuliscioff per the Front Page

6000 parole, 5500 delle quali ad occupare lo spazio tra un “new generation” (15 volte) e un “change” (30). A due-minuti-due dalla fine, eccoti il key message: “ottimismo”. E in rapida successione, le articolazioni “optimistic”, “we-are-the-optimistics”, “labour-is-the-party-of-optimism”, e via così fino al delirante epilogo: “We are the optimists and together we will change Britain”. E questo è quel che resta del primo speech di Ed Miliband, nuovo leader del Labour Party, il quarantenne che ha portato una nuova generazione al potere e che in qualche modo vuole cambiare le cose. Il ‘come’ verrà dopo. Ottimismo, compagni!

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27 settembre 2010

Miliband, Clegg: è tendenza underdog. E c’è pure un perché

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Ed Miliband è il nuovo leader dei laburisti britannici. Era l’underdog, come Nick Clegg. Dato fuori gioco 100 a 1. Alla BBC sbarellano completamente quando, da Manchester, il Labour riunito in Conference annuncia che il winner è lui, il fratello minore di David. Ha preso i voti dei parlamentari e della base, praticamente è fatta – osservava il political editor del network internazionale che aveva appena pronosticato, in diretta, la vittoria di David. Ma nel Labour votano anche le Unions, non solo members ed eletti. E i sindacati – in massa – hanno scelto Ed.

È tendenza underdog, ormai è acclarato. Solo quattro mesi fa, l’ingresso dei Libdem al governo aveva aperto uno scenario inconsueto nella politica britannica: la coalizione, il superamento degli steccati, l’arrivo al potere di una forza tipicamente anti-potere, più sociale che politica, come gli ambiental-libertari di Nick Clegg. Oggi è la volta di Ed, il fratello minore, il meno bello, il meno brillante, il meno blairiano, il meno potente e quello con le minori chance di riportare il Labour al potere.

Nel suo primo discorso da vincitore, Ed ha l’espressione dilaniata dal dolore tipica di chi ha appena compreso di essersi imbarcato in una mission più grande di lui. Garantisce al fratello di amarlo so much, e di avere anche capito quanto importante sia per il partito essere capace di “reach out”, arrivare ad un elettorato più esteso della base laburista, dote questa di cui David è campione. Un minuto dopo però, rassicura l’altro Ed tra i 5 in corsa per la leadership, Ed Balls, che il suo Shadow Chancellor sarà lui. Il neo-leader dice cioè di condividere la posizione economica keynesiana anti-taglia-deficit che ha meritato all’ex braccio destro di Gordon Brown l’attenzione possibilista persino del Financial Times. Scegliere Balls però significa mettere fuori gioco la sponda politica che fa capo a David Miliband, che alla retorica keynesiana preferisce il discorso sulla responsabilità, il discorso dei Libdem, in sostanza.

La vittoria di Ed comunque non va ricondotta tanto ad una svolta politica del partito, piuttosto ad un suo arretramento sulla ridotta identitaria della sua tradizione. Avendo perduto appeal presso i settori della società più inclini al cambiamento, il Labour si è richiuso su se stesso, sui militanti storici, sulle lobby sindacali che del partito detengono un terzo delle options, e sui potentati residuali.

La rappresentanza interna insomma è squilibrata sulle lobby conservatrici.
Il Labourscrive il Guardian dei tre principali partiti è il solo che non sceglie il leader sulla base di un sistema one-member-one-vote. Il Labour usa ancora un sistema basato sui collegi elettorali in cui gli MPs, gli iscritti e i sindacati membri o affiliati hanno ciascuno un terzo dei voti. Tutto questo rende il sistema del Labour un relitto. Ed offende pure la democrazia, visto che il voto di un parlamentare vale circa 600 volte più del voto di un iscritto ordinario.”

Il problema tuttavia non è tanto che i sindacati abbiano votato Ed, permettendone l’elezione (cosa oltretutto sempre successa a tutti i leader laburisti, anche a Blair) quanto che Ed la pensi sostanzialmente come loro. Come le Unions, Ed è infatti convinto che il Labour debba battersi per un capitalismo diverso, lontano dal cinismo brutale del modello americano, che il mercato sia irrimediabilmente fonte di ingiustizia e che vada pertanto controllato, temperato, orientato ad operare in un’ottica redistributiva, cioè sociale per definizione.

Ecco, il problema è che Ed ha davvero in testa il radical change di cui va dicendo e che pure un suo fondamento politico lo trova. Come ha osservato un ex vice-leader del Labour, Roy Hattersley, Miliband “was the leadership candidate most likely to swing the vote to Labour for the simple reason that, more than any of his rivals, he identified with the people whose support Labour needs”.

Molti commentatori, sui giornali del giorno dopo, consideravano la vittoria di Ed il segno della guarigione dalla patologia B&B, il frazionismo personalistico costruito per un quindicennio dalle armate di Brown e di Blair. E questo è vero, non foss’altro perché Ed è sempre stato un crossboarder, uomo di Brown sì, ma amabilmente dialogante con l’altra metà del cielo nella quale gravitava all’uopo il fratello. C’è però più di un sospetto sul fatto che la sfida tra i Miliband Bros abbia gettato nel partito i semi di una nuova tragedia politico-shakespeariana, quella tra il looser ed il winner che ventura volle fossero appunto anche figli degli stessi genitori.

Che farà adesso David? Riuscirà a metabolizzare l’umiliazione della sconfitta, a non lasciarsi travolgere dalla sindrome Flash Gordon condannandosi ad un’ossessiva rivalità, e ad onorare l’impegno assunto alla vigilia del voto di collaborare con Ed in caso di sconfitta?
L’aspetto psicologico finisce, come si vede, col prevalere sul politico. È normale che sia così quando di mezzo c’è il capitale emotivo investito nelle relazioni familiari.
David comunque ormai è il looser. Ma non tanto perché ha perso una battaglia politica teoricamente già vinta, quanto perché è stato battuto dal fratello, mai considerato, in tutta la non breve carriera condotta côte à côte, un vero competitor.

E questo ci riporta a Clegg e alla ‘tendenza underdog’.
Ci chiediamo: ma non è che la gente, gli elettori, siano davvero più maturi, più avanti di quanto l’establishment politico sia indotto a ritenere, al punto da premiare due come Ed e Clegg, che si infilano in un’impresa titanica, mostrando che il cambiamento – qualunque ne sia la direzione – si può fare davvero?
Cioè, è possibile che il bisogno di cambiare registro sia così profondo da imporre alla politica l’urgenza di elaborare soluzioni politiche avanzate e coraggiose, e su quelle resettare la competizione sul mercato elettorale?

Certo, non sempre cambiamento fa rima con miglioramento. Nel caso di Junior Miliband, ad esempio, il change promesso è un omaggio al pensiero del padre Ralph, celebre teorico e praticante marxista, che in “Vietnam and Western Socialism”, opera del 1967, scriveva che il “catalogo degli orrori” degli Stati Uniti contro il popolo vietnamita era stato compiuto “in nome di un’enorme bugia”.
Ecco, per argomentare il suo cambiamento, ad Ed non è servito altro che aggiornare il concetto elaborato dall’avo, all’orrore contemporaneo della guerra in Irak.

27 settembre 2010

Futuro e Libertà ‘oltre’ e ‘nonostante’ Fini

di Kuliscioff per the Front Page

In Inghilterra è l’era degli underdog. Ed Miliband, il candidato alla leadership del Labour, dato perdente 100 a 1, ha battuto il fratello fico. Oooooooh, stupore di tutti. Lo stesso che appena quattro mesi fa coglieva gli esperti della materia impreparati a fare i conti con l’imprevisto scatto di Nick Clegg. Nessuno allora ci avrebbe scommesso un penny che la voglia di cambiamento fosse tale da lasciare anche solo sospettare una remota chance di successo per una forza marginale e geneticamente anti-potere come i Libdem. E invece i Libdem non solo al potere ci arrivano, non solo ci stanno con i Tory, ma vivono la cosa pure un sacco bene.

Ed M. è l’uomo delle Unions, quello che vuole cambiare il capitalismo. Nella locuzione ‘cambiare il capitalismo’ tuttavia quello che conta di questi tempi sembra essere il performativo cambiare, non l’oggetto dell’azione verbale. Ed M. era quello che ai suoi ha dato più l’idea che il cambiamento, con lui, fosse davvero possibile. Il dettaglio che la direzione del cambiamento prospettata da Ed M. fosse la socialdemocrazia svedese (che per l’appunto è ormai in via d’estinzione), in fondo, ai laburisti votanti importava poco. Il sentimento di chi ha scelto il giovane Miliband è una cosa molto simile all’ardore ideale che ha spinto lo scorso maggio gli elettori britannici a preferire Clegg ai frontrunner dei partiti-establishment: resettare il potere.

Ora, tutta questa voglia di cambiamento che si muove alla cieca, più che indicare una rotta politica, sembra suggerire uno shift di fase del sentire civile, e questo sollecita alla politica l’urgenza di aggiornare il proprio orizzonte – ideale oltre che programmatico.

La bussola è il change, cambiare purchessia. E questo, mah, sarà un bene, sarà un male… Certo è che non sempre cambiamento fa rima con miglioramento. Per Ed Miliband, ad esempio, cambiare vuol dire tornare ai fondamenti del marxismo, riadattarli al trip anti-globale attuale per costruire i presupposti di uno scontro di classe millennio-compatibile.

In un commento al post dedicato al disegno di Fini, si rimprovera all’autore di “ragionare in termini più da prima repubblica che non attinenti ai dati reali”. Di fare ragionamenti tipo “Sposto un pedone qui, avanzo con la torre là…”. Si osserva poi che sebbene il popolo elettore non abbia mai contato granché, nel momento in cui una forza politica ha bisogno di quel voto come dell’aria che respira, allora il valore dell’elettore nel rapporto negoziale con l’eletto cambia. Le chiavi analitiche con cui interpretare i segni della politica, ed i compassi con cui tracciare gli scenari futuri, vanno insomma aggiornati. Andrebbe incluso tra le variabili del sistema politico il coefficiente entropico della voglia di cambiamento.

Si vuole cambiare, tutti vogliono cambiare. Quelli che votano Berlusconi da sedici anni nella speranza che il cambiamento promesso finalmente arrivi. Vogliono cambiare quelli che votano Lega, e che continueranno a votarla finché il cambiamento non arriverà (!). Chiama il cambiamento il messianesimo di Vendola, il guevarismo di Grillo, il qualunquismo di Di Pietro. Niente di serio, ma l’offerta è tutta qui. Non offre nulla il Pd, che pure è la principale forza di opposizione. Non offre nulla il Pdl, che pure è la principale forza di maggioranza. Persino Casini sta mostrando di essere più connesso al mood contemporaneo dei suoi avversari bipolari, con quella verve anti-sistema eruttata contro gli impresentabili del suo partito, ed il rifiuto a Berlusconi del fianco su cui puntellare il ribaltone. Tutto questo a Casini vogliamo scommettere che frutterà?

Fini non è il cambiamento. Non solo perché contiguo al sistema di potere che governa il paese da tre lustri, ma perché, politicamente parlando, più che un innovatore Fini è un rupturiste. Le ‘cesure’ culturali che lo hanno reso popolare a sinistra – dal ripudio di Mussolini alla svolta bio-libertaria – non lo hanno mai aperto ad una prospettiva di riflessione costruttiva: hanno avuto solo l’effetto di far chiudere un capitolo della storia politica sua e dei suoi seguaci, senza però riuscire mai ad aprirne uno nuovo.

Se la storia di Fini non lo travolgerà, in effetti, quel nuovo capitolo potrebbe ancora aprirlo Fli. Basterebbe che i ‘giovani’ del gruppo – i Bocchino, i Della Vedova – scommettessero su un partito sì ispirato alla dissidenza finiana, ma politicamente ‘oltre’ e ‘nonostante’ Fini. Servirebbe, cioè, che si avviasse una competizione sulle idee con cui dar senso a quella suggestione rupturiste che ha fatto nascere Futuro e Libertà. Si avrebbe l’opportunità di sfidare il modello Berlusconi con un contro-modello da destra liberal-democratica, competitiva, decomplessata. E sarebbe un sacco innovativo se questo modello emergesse da un’autentica competizione per la leadership, come quella che si è appena giocata nel Labour.

Tra i missini, i socialisti ed i liberali confluiti in Fli il meglio attrezzato ad elaborare contenuti politically hot è il liberal-liberista Benedetto Della Vedova. Che se ne intende di economia, ha l’indole della fairness che gli deriva dalla scuola pannellian-cattolica, che quando va in Tv risulta un sacco più rassicurante di alcuni dei suoi esagitati amici finiani, ma che non ha i voti dei suddetti né mezzi paragonabili a quelli che hanno permesso a Bocchino di creare il network Generazione Italia.

Il mercato politico italiano, però, è potenzialmente più dinamico di quanto non appaia. È l’offerta giusta che manca. Quella che possa offrire una ragionevole speranza che il dopo possa non essere peggio del prima. Ma perché quell’offerta sia credibile, non può certo spuntare solo quando un comprimario dello status quo come Fini avrà concesso di levare le tende. Dovrà essere lanciata subito, per coerenza al principio della contendibilità della leadership in nome della quale si è compiuta la secessione dal Pdl. Non sarebbe una contesa tra titanici Ego, ma tra profili politici tutto sommato estranei al big business, ma già maturi per entravi. Potrebbe essere una scossa davvero salutare se si compisse oggi, e per mano radicale, la rimozione dei padri-padroni della patria secondo-repubblicana. Potrebbe essere – chissà – la folata liberale che travolge il tavolo da gioco

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