Post contrassegnati da tag ‘nick clegg’

15 ottobre 2010

Rette (universitarie) più alte per tutti

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Nel Regno Unito l’Università funziona. Decisamente meglio che da noi, eppure non ancora abbastanza. Non è abbastanza attraente per i ragazzi poveri, non abbastanza aperta alla competizione tra atenei. C’è un tetto alle rette – voluto dal Labour – che ne impedisce la piena autonomia, c’è un sistema di prestiti ideato per favorire gli studenti meno abbienti che tuttavia finisce col gravare più pesantemente su quelli che, una volta entrati nel mondo del lavoro, guadagnano di meno.
Il sistema poi è estremamente oneroso per le casse dello Stato. Il governo Cameron-Clegg ha dunque commissionato ad un panel di esperti – manager ed amministratori dei principali atenei nazionali – un’Independent Review of Higher Education Funding and Student Finance, affidandone la presidenza a Lord John Browne, noto per i trascorsi al vertice di BP.
Dice Browne: “La review propone un piano radicale fondato sulla scelta dello studente. Per la prima volta le università saranno pagate non più per il fatto di esistere, ma per essere state scelte dagli studenti.”

L’obiettivo della riforma delineata dalla commissione è fare degli studenti il motore di un mercato aperto dell’alta formazione nel quale realizzare una competizione tra atenei chiaramente incardinata alla qualità dell’offerta.
La soluzione trovata è la liberalizzazione delle rette. Abrogando il cap, gli studenti che vorranno accedere alle Università più prestigiose dovranno pagare la retta fissata dall’ateneo scelto, dunque di più dei 3290 pound da sborsare oggi per entare nei college più cari. La riforma tuttavia prevede un aumento – non una contrazione – dei sussidi per i meno abbienti ed un meccanismo più equo per la restituzione dei crediti.

Con il regime attuale i laureati devono cominciare a restituire il prestito contratto per i loro studi al raggiungimento del reddito annuo di 15.000 sterline. Con la riforma quella soglia verrà portata a 21.000.
“Ci aspettiamo che quel 20% di laureati che si piazza in fondo alla classifica dei compensi post degree, pagherà meno che nel regime attuale – assicura l’ideatore della riforma – mentre solo il 40% dei top earners dovrà restituire allo stato l’intero ammontare del debito”.
Le stime di Browne sono confortate da quelle dell’Institute for Fiscal Studies, il prestigioso think tank che ha definito la Browne Review “più progressista del sistema in vigore”.

Al governo la linea ‘free tuition‘ piace. C’è però un problema: i Libdem ci avevano fatto contro la campagna elettorale. Appoggiare la riforma significherebbe sostanzialmente tradire un impegno con gli elettori. Lo staff liberal-democratico al governo tuttavia pare davvero essersi convinto che in fondo il ‘tetto’ alle rette universitarie non è affatto il miglior modo per garantire qualità e diffusione dell’alta formazione, soprattutto tra i poor background.
Non sarà facile convincere anche la base. Ma l’arretramento sulla liberalizzazione pare ormai scongiurato. La riforma, quindi, è probabile che si farà.

La strada scelta nel Regno Unito per valorizzare l’asset della formazione e della ricerca è quella di premiare il merito, cioè sacrificare i rami secchi del sistema universitario e liberare risorse da investire nelle realtà più feconde. Non solo Oxbridge ma anche i potenziali nuovi operatori – new entrants in un mercato consolidato nel quale tuttavia, se capaci, potranno puntare a competere. Come? Attraendo allievi, docenti, dunque risorse con cui creare e promuovere attività didattiche e ricerca di qualità. Ecco, tutto questo allo Stato permetterà oltretutto di risparmiare un bel po’, soprattutto sulla spesa improduttiva – nella fattispecie quella impiegata per mantenere in vita università e centri di ricerca di scarso o nullo valore accademico.

Una strada analoga potrebbe essere seguita in Italia. La riforma Gelmini avrebbe dovuto essere il primo passo. Un emendamento presentato da Benedetto Della Vedova in Commissione Cultura alla Camera – dove era appunto in discussione la riforma, prima del ‘colpo di scena’ contabile – proponeva, guarda un po’, proprio la liberalizzazione delle rette.
L’emendamento di FLI – scriveva Piercamillo Falasca nel darci notizia dell’iniziativa – è come una goccia di benzina: di per sé non serve a far girare il motore, ma un piccolo incendio nel dibattito lo può provocare.”

In fondo in Uk, i Libdem hanno cambiato idea. Sono diventati favorevoli alla liberalizzazione delle rette perché hanno compreso – numeri ed analisi alla mano – che l’hard discount dell’università non è affatto la migliore soluzione per le distorsioni sociali che nascono ‘a monte’. E che anzi l’unica strada per aggredirle davvero quelle distorsioni è lasciare che il mercato, in un quadro di regole chiaro e trasparente, risolva la cosa da sé.

9 maggio 2010

Deve essere Cameron e deve essere Tory

Penso che i Tory siano gli unici a non aver perso le elezioni e che dunque la guida del governo spetti a loro. Credo i Libdem siano i grandi sconfitti: hanno perso voti, oltre che seggi. Cionostante il pallino del governo al momento è in mano a loro. Clegg non ha alcun diritto di porre la riforma del sistema elettorale come condizione per un accordo di governo, perché quell’istanza non è stata giudicata dagli elettori prioritaria. La democrazia britannica funziona bene, e lo dimostra la centralità assunta dal partito numericamente meno rappresentativo nello stabilire chi andrà al governo e con quale policy: i Libdem sono comunque stati protagonisti dell’agenda di queste elezioni, è giusto riconoscere loro il diritto di voice and choice.

Credo che il Labour non abbia la legittimità politica a proporsi come alternativa. Il Labour ha drammaticamente perso voti e seggi. Deve stare all’opposizione.

Credo che David Cameron debba essere il prossimo Primo Ministro, e credo debba governare un governo di minoranza. Credo debba presentare il suo programma e in quel programma indicare obiettivi che singolarmente possano trovare maggioranze variabili in parlamento. Credo che di questi obiettivi, Cameron debba chiaramente indicare le priorità, in modo che sia lui a definire l’agenda e non sottostare alle pressioni dei partiti di minoranza.

Credo che il sistema elettorale possa essere tra questi obiettivi, ma certamente non tra gli obiettivi prioritari.

Credo infine che Cameron possa raccogliere attorno al suo governo un consenso popolare superiore al consenso elettorale appena registrato se solo riuscirà ad impartire al governo un ritmo sintonizzato sulle priorità della gente, ovvero l’economia, il lavoro, la recessione.

29 aprile 2010

I liberal americani votano Clegg

di Kuliscioff per The Front Page

“Comunque andrà a finire, in questi giorni abbiamo assistito ad un’alternativa e virtuosa canalizzazione dell’onda anti-politica che monta ormai potente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. E se l’appeal personale di Clegg è certamente un fattore importante nella sua incredibilmente rapida ascesa politica (…), lui e i Libdem stanno giocando un ruolo cruciale nell’orientare l’attenzione del pubblico su temi che i due partiti principali hanno troppo a lungo ignorato”.

Così Katrina Vanden Heuvel, in un editoriale apparso mercoledì sulle colonne del Washington Post. Heuvel non è una contributor qualsiasi, ma il direttore ed editore della rivista eminentemente “liberal”, The Nation, presso la quale, nel 1990, lo stesso Clegg svolse un internship che, evidentemente, gli ha portato un gran bene. Il successo di Clegg – scrive l’ex capo della nuova promessa della politica inglese – è illuminante anche per quanti, “da questa parte dell’oceano”, si battono per l’affermazione di politiche alternative a quelle proposte dal mainstream. Politiche che, tuttavia, nell’attuale sistema rigidamente bipartitico statunitense non hanno chance di emergere. È questa, invece, la fortuna di Clegg che, ad esempio in politica internazionale, con la sua opposizione al Trident è riuscito a imporre in agenda le ragioni minoritarie di quelli che, pur chiaramente filo-americani, ritengono superata la vecchia formula della special relationship tra Londra ed Washington.

“Per ragioni storiche e culturali – osserva Vanden Heuvel – ci sarà sempre un legame particolare tra i due paesi. Ma a differenza dei partiti maggiori, i Libdem hanno capito che quel tipo di relazione privilegiata – in cui gli Stati Uniti assumono gli oneri del vecchio impero britannico e la Gran Bretagna fa loro da vice leale, – non serve più gli interessi di nessuno dei due paesi – se mai lo ha fatto”. L’esempio citato a supporto del ragionamento è la guerra in Irak, voluta dai laburisti, appoggiata dai conservatori ma respinta, sin dall’inizio, dalla minoranza liberal-democratica.

L’endorsement dell’opinionista del Post si conclude con l’auspicio che il caso Clegg possa insegnare qualcosa anche alla politica americana, sia per incoraggiarla a osare soluzioni innovative sia per interrogarsi sulla sostenibilità del suo modello politico. Segnale che la sbornia Obama può a questo punto già dirsi passata.

Etichette: , , , ,
27 aprile 2010

Clegg fa il leghista

di Kuliscioff per The Front Page

Clegg rischia di superare il Labour, per voti ma non per seggi. I Tory rischiano di avere la maggioranza relativa, ma di non poter governare da soli. I LibDem non rischiano nulla: comunque andrà, loro al governo ci andranno, in coalizione con gli uni o con gli altri. E se sarà il blu dei conservatori o il rosso dei laburisti la scelta cromatica che Clegg impartirà alla coalizione, comunque sia la linea di governo è già tracciata: sarà fatta la legge elettorale proporzionale.

Nel week-end Cameron ha “aperto” al confronto, così confermando la effettiva eventualità di un bicolore lib-con. Contrari alla riforma, i Tory si dicono tuttavia disponibili a non respingere pregiudizialmente le istanze di Clegg. Istanze che queste elezioni rendono particolarmente popolari persino tra gli agnostici delle fedi costituzionali. Perché il problema che si è fatto centrale in questa epocale campagna elettorale è il forte squilibrio che, con l’attuale sistema elettorale maggioritario uninominale, se anche i LibDem risultassero il secondo partito dopo i Tory, otterrebbero comunque meno seggi del Labour.

È così da sempre. Ma mai il gap è apparso così macroscopicamente ingiusto come questa volta. Tant’è che il tema del dibattito politico è adesso diventato la legge elettorale, il must della battaglia libdem. Come il federalismo per la Lega, la riforma in senso proporzionale è la “irrinunciabile pre-condizione” di qualsiasi accordo, per conseguire la quale Clegg è disposto ad allearsi con chiunque.

Ed infatti il leader libdem, non senza rischiare ma consapevole di giocarsi la partita della vita, ha già avvisato i rivali. Al Labour ha mandato a dire che, qualora arrivasse terzo, la superiorità numerica dei suoi parlamentari non gli darebbe comunque legittimità politica a formare un governo. Ovvero: il premier non sarà Brown (assai poco entusiasta di pensionare il vecchio caro First Pass the Post). Ai Tory, che secondo le attuali intenzioni di voto si classificano primo partito, Clegg ha teso una mano: se dite sì alla riforma, il governo si può fare insieme (con Cameron premier).

Il fatto è che il proporzionale non lo vogliono né i Tory né il Labour. O meglio, nel Labour qualcuno che ne auspica l’introduzione c’è: è l’attuale ministro dell’Interno, Alan Johnson, non proprio un browniano, che ha dato una sorta di avallo pubblico alla strategia di Clegg, ovvero: un governo lib-lab, senza l’attuale primo ministro, e che ponga la riforma in cima alla sua agenda. Peter Mandelson, che in questa fase lavora per Brown, non ha certo gradito la fuga in avanti del collega, che all’esterno è suonata un po’ come se Brown fosse ormai praticamente fuori gioco. E se questa percezione dilagasse nell’opinione pubblica, più di quanto non faccia già, il rischio sarebbe quello della profezia che si auto-avvera, ovvero consegnare il Labour alla subalternità ai LibDem. La partita è più aperta che mai. Ma il pallone libdem la porta l’ha già centrata.

21 aprile 2010

Istruzioni di cleggismo

du Kuliscioff per The Front Page

La cleggmania avanza. Si fa contagiosa, isterica. Solca la Manica e giunge da noi. Da noi però la patologia smette di manifestarsi con le esplosioni di bulimia predittiva che devastano il Regno Unito, per riapparire sotto forma di una “dissenteria comparativa”, che è contagiosa ma non letale.

Mentre lì ci si interroga se sia più posh Nick Clegg che è il nipote-di-una-baronessa, oppure David Cameron che è un etoniano-figlio-di-magistrato; se questo o quello potranno essere designati premier in un potenziale governo di coalizione lib-lab; se Rupert Murdoch cambierà linea, e se si quale prenderà… Ebbene, da noi ci si chiede: ma a quale dei politici di casa nostra somiglierà mai sto fenomeno dello sparigliamento politico che è il leader libdem? Sai mai che il suo terzismo vincente possa far trovare la quadra tripolare pure alle nostrane anime perse nella desolazione maggioritaria? Sai mai, appunto. Perché la risposta è no. E il perché potrà facilmente intuirsi se solo si avrà la pazienza di prendere in mano il manifesto Libdem e di ponderarne – pacatamente – le implicazioni.

Si scoprirebbe che il successo di Nick Clegg non è la tv, non è la comunicazione, non è la storia del suo partito, non sono le idee del suo partito (giuste ma sempre le stesse: meno stato e più libertà civili), e neppure quella bizzarra astrazione che chiamiamo “valori” e che, masticata dalle fauci partitiche, ha smesso semplicemente di significare alcunché.

Ebbene, Nick Clegg sta avendo successo a) perché la sua opzione appare credibile a cospetto delle due alternative maggiori, Labour e Tory, nei confronti delle quali gravano disaffezione e sfiducia, e b) perché è riuscito a dare senso concreto alla sua storia, alle sue idee, costruendoci su un progettino di governo semplice semplice ed a tutti comprensibile. Un progettino che la libertà, la giustizia, le opportunità non le invoca ma le fa “sentire”.

Sarà che Clegg, a quello che dice crede sul serio? E che i progetti di cui racconta li metterebbe in cantiere davvero se arrivasse al governo? E che, se arrivasse al governo, farebbe pure la madre di tutte le riforme, e cioè la rivoluzione costituzionale? (Sottolineo: se Clegg arrivasse al potere, eliminerebbe la House of Lords ed istituirebbe una seconda Camera eletta; introdurrebbe il proporzionale, pensionando “la” legge elettorale – il turno unico di britannico conio, appunto.) Questi stravolgimenti epocali egli, Clegg, li farebbe in una legislatura. Serve altro a capire la differenza tra evocare il change e farlo perpecire?

Ora, tutto questo potrebbe insegnare parecchio agli enfant prodige che in Italia si è deciso di ibernare in attesa, chissà, di tempi migliori. Tempi in cui al potere ci arrivi non perché hai vinto una competizione – foss’anche una gara di bocce – ma perché qualcuno ti designa erede. Tempi in cui lo spazio politico è un’astrazione, un’alchimia geo-referenziale che in realtà non ha alcuna materialità. Tempi in cui, insomma, Fini o D’Alema o Rutelli o Casini hanno un ruolo, condizionano ma come fossero degli Avatar che, dall’aldilà, quotidianamente escursionano su un mondo – quello reale – di cui ignorano, come dire?… la grammatica elementare.

Il fatto è che dubito si scongeleranno mai, i nostri.

Dunque, a chi sta loro vicino io intanto consiglierei di lasciarli nel freezer a trastullarsi con i loro week-end nell’agritursimo dell’uomo comune. E poi consiglierei di riflettere su quanto segue:

1 – Non pensate che vi sia anche la più remota affinità tra la politica britannica e quella di casa nostra. E la più triviale delle ragioni è: lì lo stipendio da parlamentare è da fame e i partiti sono finanziati da privati.

2 – Non attribuite a Fini spazi di manovra assimilabili, per agio, a quelli di Clegg. Questi, davanti a sé, non ha Berlusconi.

3 – Non lasciatevi sedurre dalla tentazione di proiettare Casini (e men che meno Rutelli) sull’onda lunga del terzismo europeo. Qual è il valore aggiunto della terzietà casinista? Non l’istanza confessionale – a soddisfare la quale provvede già la santa alleanza pidiellino-leghista. Non quella riformista, ché chi ha mai capito quali riforme sostanziali vorrebbe mettere in agenda Casini?

4 – Uno spazio da suggerire ad un terzista potenziale, in realtà c’è: quello lasciato scoperto dal Popolo della Libertà, e cioè la libertà. Ma se Berlusconi, dopo averlo sedotto, quello spazio l’ha abbandonato, una ragione c’è: ed è che si prendono 15 voti, quelli dei lettori del Sole 24 Ore. Non uno di più. Il che non vuol dire che la libertà non vende. Vuol dire solo che per venderla bisogna nutrirne la domanda.

5 – Quando si ragiona di (e si ambisce a perseguire il) bene comune, è assolutamente necessario reprimere la tentazione di cercare gli attrezzi nella cassetta delle facoltà normative a disposizione degli eletti. La politica non è lì per realizzare il paradiso in terra, legiferando. È lì per garantire agli umanoidi-elettori l’esercizio più pieno della loro…lo dico?…ebbene, della loro libertà. Ovvero meno Stato, ovunque.

È un discrimine culturale. Non si può stare un po’ di qua e un po’ di là. Se si è per i diritti e le libertà civili si è anche per la parità tra accusa e difesa nel processo, e per la responsabilità (penale?) dei magistrati; si è per dare ai dipendenti di un’azienda in crisi non la cassaintegrazione a vita, ma l’opportunità di farsi essi stessi imprenditori (rilevando asset e rendendoli produttivi, ad esempio); non si è per il “diritto” all’avanzamento di carriera per anzianità nella pubblica amministrazione ma per il riconoscimento del valore e l’affermazione imperativa della produttività come “dovere civile” verso i finanziatori-stakeholder dell’impiego pubblico e cioè i contribuenti. Si è per mandare a casa insegnanti e dirigenti di scuole che mortificano il concetto di istruzione, e si è per la revoca del mandato ad amministratori locali e rappresentati in parlamento che producono spesa improduttiva – cioè, fondamentalmente, servizi pubblici inefficienti e bilanci insensati.

Tutte queste cose Clegg le pensa, le mette nero su bianco nel suo manifesto e, ciononostante, piace. Nonostante i tagli promessi su lavoro pubblico e spesa sociale; nonostante la manovra straordinaria annunciata per aggredire il debito… Perché in Inghilterra quando si dice “debito” la gente comune capisce, capisce che è male, capisce che qualunque sia stata la ragione che lo ha creato è stata una ragione sbagliata e dunque imperdonabile per la classe politica che l’ha perseguita facendone ricadere il costo sui cittadini, ovvero imponendo per via fiscale la limitazione della loro libertà.

Ecco, o voi che siete la “squadra” degli aspiranti Clegg nostrani (amici di Fini, amici centristi, amici dei piddini novisti…), qualcosa voi la proteste fare:

a – Lasciate gli ibernati nel loro comodo freezer
b – Prendetene voi il posto
c – Leggete e informatevi

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 1.608 other followers