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27 agosto 2011

Hollywood, salva il soldato Obama

Immaginatevi un film che racconti una Gerusalemme pacificata, con arabi ed ebrei naturali con-cittadini di una confederazione di autonomie territoriali, composta da Palestina e Isreale, Libano e Siria. Una specie di Stati Uniti del Medio Oriente con le sue università, le sue aziende, il suo turismo, le sue istituzioni, la sua pittoresca varietà etnico-culturale.

6 agosto 2011

Un mercato chiamato Cina

Credo che del declassamento degli Usa ai mercati freghi davvero poco. Un’agenzia di rating non è un oracolo. Fa valutazioni soggettive, punto. A volte fondate, a volte no. A volte, poi, manco si accorge della voragine che si apre sotto i suoi occhi – è già successo, in fondo, no? Anzi, è stata proprio quella reiterata ‘distrazione’ delle varie Fitch e Standard & Poor’s ad aver creato sto pandemonio economico-finanziario, in cui nessuno si fida più di nessuno, e le regole non si capisce più chi le fa, anche perché, una volta fatte – tardi e male – vengono immediatamente ignorate perché, appunto, fatte troppo tardi e troppo male per poter giovare ad alcunché.

15 novembre 2010

Montezemolo, il remainder degli ex

di Kuliscioff per the Frontpage

Walter Veltroni e Goffredo Bettini sono stati un tempo, rispettivamente, ad e strategist manager del Pd. La loro non era una missione impossibile. Non dovevano a tutti i costi trasformare un out-of-business come il Pd (non un partito nuovo ma un’ammucchiata di roba vecchia) in un leader del mercato politico italiano. Dovevano solo occuparsi di elaborare un’offerta competitiva, innovativa, che spiazzasse la concorrenza, che quanto meno ne minacciasse la tenuta. Si trattava di definire ed implementare una strategia manageriale, neanche particolarmente rivoluzionaria. Questo tipo di operazioni in genere si innescano con tre leve: il brand, il prodotto, il processo.

22 luglio 2010

Nichi figlio di Dio (cioé fratello di Silvio)

di Kuliscioff per the Front Page

Nichi, figlio di Dio, mandato tra noi a mondare l’Italia. Epurare il paese dall’osceno del villaggio. Vaporizzare – come nell’Oceania di 1984 – l’esistito berlusconiano e il non esistente piddino.

Il Pd non c’è più. Non c’è mai stato. L’arcangelo Silvio? Non c’è più neanche lui. Non era l’inferno, lui. Semmai l’infermo. Sta al San Raffaele, infatti, con quel sant’uomo di Don Verzé. Non deve espiare. Deve solo capire. Per lui, la Ghedini vs.Travaglio-terapia. “Capisci, Silvio, dove ci hai portato?”

Nichi ha vinto le primarie. Nichi ha vinto le elezioni. Nichi regna e sarà per sempre.

E le acque che si aprono al suo passaggio. E le masse di precari continuativamente salariate. E le partite Iva che fanno cooperazione. E le macchine che vanno a vapore. E i Suv trasformati in mini-bus a trazione umana. E D’Alema che lavora alla catena della nuova Panda. E le Tv che si accendono da sole, la sera, per l’elegia quotidiana dell’anti-leader. E il cielo che è sempre più bluuuuuuu.

E i capannoni industriali della penisola a.n. (avanti nichi) divenuti nell’era d.n. (dopo nichi) fabbriche di bellezza. E aiuole ogni tre metri. E acqua calda gratis. E i giovani, tanti giovani, anarchicamente belli. E i vecchi – pochi vecchi – anarchicamente saggi. E i neri – tanti neri – anarchicamente ricchi. L’estetica è etica, cioè négligé.

Italia al G8. Tre giorni in piazza con Nichi – arcobaleni e sonorità. Italy for a no global world.

Nichi negli Usa. Una zappata all’orto bio di Michelle e poi da Barack a discutere di pace, bellezza e amore. L’accordo: Fabbriche di Nichi in Afghanistan. Missione: esportazione della creatività. Volontari in partenza da Ciampino. Italy will save you, brothers.

Nichi in Islanda. Missione: risvegliare il vulcano che ha bloccato i cieli del mondo. Operai di Nichi in pellegrinaggio al cratere. Italy for a plenty-of-ash world.

Nichi alla Ue. Con lui il consigliere economico, Giulio ‘crociato’ Tremonti. Finanza brutta, mercato sciacallo. Italy for a Pil-free world.

Nichi a San Pietro, cioè a casa sua. Officia messa. Bersani serve. Diretta su Radioradicale. Amen.

Nichi a Rimini, al Meeting delle Fabbriche. Roberto Formigoni, leader della minoranza eretica (o era erotica?), governa il chiosco delle mozzarelle. Al dispensatore di diritti – il bancomat dell’era d.n. – Susanna Camusso, o chi per lei. Al certificatore di legalità – l’anagrafe dell’era d.n. – Fabio Granata, o chi per lui.

Pierfredi Casini allo stand dei Lego: vende modellini della grande casa dell’armonia. Cristiani uniti. Ciccio Rutelli non ci sta, ma tanto ormai al centro (e a sinistra e a destra) c’è solo lui, Nichi.

Nichi e il popolo redento. E gli ultimi che sono primi. E i primi che sono tanti, di più. Sono tutti.

Tutti tranne brutti, machos, tette rifatte, pillole erettili, Nathan Falcos, velone, produttori di statuette del Duomo di Milano, bevitori di Coca Cola, mangiatori di mango, indossatori di mutande D&G, portatori di riporti, esegeti di individualità, facinorosi esaltatori di quelle peculiarità che fanno la differenza. Per tutti costoro, nell’era d.n. c’è la rieducazione.

Pentitevi, e Nichi-grande fratello-Vendola – in diretta web – vi salverà.

29 aprile 2010

I liberal americani votano Clegg

di Kuliscioff per The Front Page

“Comunque andrà a finire, in questi giorni abbiamo assistito ad un’alternativa e virtuosa canalizzazione dell’onda anti-politica che monta ormai potente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. E se l’appeal personale di Clegg è certamente un fattore importante nella sua incredibilmente rapida ascesa politica (…), lui e i Libdem stanno giocando un ruolo cruciale nell’orientare l’attenzione del pubblico su temi che i due partiti principali hanno troppo a lungo ignorato”.

Così Katrina Vanden Heuvel, in un editoriale apparso mercoledì sulle colonne del Washington Post. Heuvel non è una contributor qualsiasi, ma il direttore ed editore della rivista eminentemente “liberal”, The Nation, presso la quale, nel 1990, lo stesso Clegg svolse un internship che, evidentemente, gli ha portato un gran bene. Il successo di Clegg – scrive l’ex capo della nuova promessa della politica inglese – è illuminante anche per quanti, “da questa parte dell’oceano”, si battono per l’affermazione di politiche alternative a quelle proposte dal mainstream. Politiche che, tuttavia, nell’attuale sistema rigidamente bipartitico statunitense non hanno chance di emergere. È questa, invece, la fortuna di Clegg che, ad esempio in politica internazionale, con la sua opposizione al Trident è riuscito a imporre in agenda le ragioni minoritarie di quelli che, pur chiaramente filo-americani, ritengono superata la vecchia formula della special relationship tra Londra ed Washington.

“Per ragioni storiche e culturali – osserva Vanden Heuvel – ci sarà sempre un legame particolare tra i due paesi. Ma a differenza dei partiti maggiori, i Libdem hanno capito che quel tipo di relazione privilegiata – in cui gli Stati Uniti assumono gli oneri del vecchio impero britannico e la Gran Bretagna fa loro da vice leale, – non serve più gli interessi di nessuno dei due paesi – se mai lo ha fatto”. L’esempio citato a supporto del ragionamento è la guerra in Irak, voluta dai laburisti, appoggiata dai conservatori ma respinta, sin dall’inizio, dalla minoranza liberal-democratica.

L’endorsement dell’opinionista del Post si conclude con l’auspicio che il caso Clegg possa insegnare qualcosa anche alla politica americana, sia per incoraggiarla a osare soluzioni innovative sia per interrogarsi sulla sostenibilità del suo modello politico. Segnale che la sbornia Obama può a questo punto già dirsi passata.

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