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10 luglio 2011

Back to blogging

Kuliscioff ritorna a bloggettare. In esclusiva, intendo.
Non saranno riprodotti gli articoli pubblicati altrove, ché quelli li potete leggere, appunto, altrove. Ad esempio su Libertiamo.it, Processomediatico.it, FareItalia.it, theFrontPage.it.

Il blog sarà Kuliscioff’s, punto.

Non scrivo qui da mesi. E non è stato necessariamente un male.
Oggi. A Roma fa un caldo bestia, con terremotino farlocco incorporato.

Intanto, in Terronia, Brunetta si sposa, Sacconi testimonia, Tremonti tace e Berlusconi non ci va. Il News of the World, per l’occasione, chiude. A Mirabello, Alfano fa il Pdl nuovo, ma con i vecchi: Urso & co entusiasti. Mette la vita, al centro. E fa bene. Chissà perché, però, si preoccupa di quella in fieri e che forse manco ci sarà.

12 ottobre 2010

Le firme false di Formigoni

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

I radicali, sempre loro. Ricordiamo tutti la tragica farsa delle scorse regionali: prima la lista del Pdl in Lazio estromessa per un ritardino nella presentazione (causa panino). Poi il ricorso in Lombardia che, inizialmente accolto dall’Ufficio regionale presso la Corte d’appello di Milano per conclamate irregolarità nelle firme in calce alla lista “Per la Lombardia”, rischia di bissare l’umiliazione del partito capitolino.
Formigoni sclera, ma non demorde. Ci prova persino con l’amico Alfonso Marra, presidente della Corte d’Appello responsabile della sentenza (per questo maldestro tentativo di intercessione il Governatore verrà successivamente sentito dai magistrati impegnati a districare la matassa della presunta P3).

Insomma il Pdl è nel panico. Il governo azzurro-verde corre a suo modo ai ripari. Vara un decreto ad listam – roba di un’arroganza normativa tale da far apparire le leggi ad personam un peccatuccio veniale. Il decreto oltretutto si dimostra giuridicamente inefficace ad impedire l’affondamento del transatlantico delle (eccessive) libertà.

La lista di Formigoni, infatti, sarà riammessa a prescindere da quel obbrobrio giuridico decretato d’urgenza dal team governativo. Il Tar, al quale il Celeste Governatore ed il Pdl Lombardo si erano rivolti per chiedere una sospensiva della sentenza della Corte d’appello, rileva un vizio di competenza: solo la lista esclusa – cioè “Per la Lombardia” – ha il diritto di ricorrere alla giustizia amministrativa. Non i radicali dunque.

Si svolgono le elezioni. Il governatore uscente incassa il terzo mandato consecutivo. La legge impedirebbe di esercitarne più di due. Formigoni ma anche il Pd, che ha nel Presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, il suo proprio tri-veterano del governatorato regionale, propendono per un’interpretazione ‘estensiva’ della normativa.
Lasciamo perdere.

Torniamo al clima di quei giorni. La concitazione, le battute di spirito. La delirante invocazione del principale partito di governo del comandamento supremo del regime democratico, la volontà popolare, per legittimare la liceità, o comunque l’accettabilità, della violazione delle regole, delle leggi dello stato, delle norme previste a tutela della democrazia. A sentire i pidiellini – ma non solo loro – sembrava che i radicali avessero compiuto un golpe. In realtà quelli della lista Pannella-Bonino, in Lombardia come in Lazio, non avevano fatto altro che ‘pretendere’ il rispetto della legge. Un atto invero eversivo.

Comunque, ai primi di ottobre, sei mesi dopo le elezioni, il colpo di scena. I radicali sottopongono le firme in calce alla lista «Per la Lombardia» ad una perizia calligrafica. Viene fuori che almeno 350 firme sono false. Firme clonate, falsificate. Una stessa mano a vergare in luogo di trecento-e-passa cittadini il cui nome figura tra i sottoscrittori della lista. Una violazione della legge così sfacciata da apparire…normale. Dovuta, addirittura. Perché suvvia così fan tutti, in Italia. Quasi tutti, invero. Ma in fondo raccogliere firme a norma di legge è praticamente impossibile. I listini – lo sappiamo tutti – vengono chiusi solo ai tempi supplementari. Il tempo materiale per sottoporre ai cittadini la ‘vera’ lista dei candidati, sulla base della quale chiedere la sottoscrizione, sostanzialmente non c’è. Se è vero che lo prescrive la legge, ebbene la legge non ha contezza di quanto complicato sia fare le liste. Quante richieste dell’ultimo minuto. Quante bocche da sfamare. Quante igieniste dentali da premiare. A tutto questo si potrebbe riporre rimedio. Basterebbe ad esempio considerare le prescrizioni di legge vincolanti, quindi adeguarsi. Organizzarsi per tempo, mobilitare i certificatori. Fare le cose per bene. Come tutti i cittadini normali.

Se le regole che disciplinano modalità e forme della partecipazione elettorale possono essere violate, bypassate come se fossero il Manuale delle Giovani Marmotte; se possono ritenersi una ‘formalità’ burocratica da contrapporre alla ‘sostanzialità’ della volontà popolare, beh è l’intera architettura democratica che viene meno.

In Lombardia adesso si rischia davvero di tornare alle urne. Sarebbe una tragedia, certo. Sarebbe clamoroso. Probabilmente non sarebbe neanche capito dai cittadini – sarebbe visto come uno spreco di soldi. Ma forse aiuterebbe la nostra democrazia a salvarsi ad un pelo dal precipizio. Perché, signori, non è bene accettare, come fosse filosoficamente accettabile, che lo Stato abbia la facoltà di fare il delinquente.

Per la cronaca.
Il Tar ha respinto due dei tre ricorsi presentati dai radicali. In uno veniva chiesto di far decadere tutti i consiglieri regionali eletti lo scorso marzo. In un altro si chiedeva l’annullamento del provvedimento di ammissione della lista “Per la Lombardia” di Roberto Formigoni. Su un terzo ricorso il Tar ha ordinato di «integrare il contraddittorio anche a mezzo di pubblici proclami».

30 marzo 2010

La presunzione della Bresso

Durante le settimane di oscuramento, sulle tv private sono andate in onda trasmissioni di approfondimento serie, interessanti, persino divertenti. È andata così perché Dio ha voluto che una sua creatura, casualmente prestata al servizio della Commissione di vigilanza Rai, Marco Beltrandi, mettesse in piedi quel casino della par condicio, segnale timido ma compromettente che la giustizia divina esiste.

E giustizia divina ha voluto che per almeno un paio di settimane, invece di Stracquadanio e Donadi, delle cose politiche teleparlassero giornalisti e discussant, analisti e politologi, tutti particolarmente ispirati. E che ti facevano costoro in tv? Urlavano? Si menavano? Si davano reciprocamente del ladro e del fascista? Macché. Argomentavano. Niente di meno. Roba da paese catodicamente civile. Stavo già abituandomi a guardare il futuro televisivo con ottimistica predisposizione. Stavo giusto cominciando a sentirmi a mio agio con i canali nazionali e pacificata con il mio paese.

Ma il miracolo è durato poco. È durato finché il Tar, accogliendo il ricorso di La7 e Mediaset, ovvero sovvertendo la volontà divina, ha decretato il ritorno dei frontmen della competizione politica nazionale. Politici che le sparano mosce, assurde, infondate. E politici rivali che rilanciano con sparate ancora più mosce, più assurde, più infondate. Da cambiar canale, spegnere la tele. Capitolare. Oppure guardare la Rai che, oltre Minzolini e Gabanelli, fa le fiction, gli show con i pacchi o i documentari.

C’è ancora chi si ostina a ritenere che si vince o si perde in tv. E che più si va in tv più si vince. Tra costoro c’è Rosy Bindi. Bindi il flagello di dio. Che più c’è dice-fa-pensa-a-voce-alta e più distrugge. E ieri sera a Porta a Porta ha distrutto molto più che i maroni del pacifico telespettatore…

Ma tra gli apologeti dell’equità mediatica c’è anche Marco Pannella, che solo a sentirlo, l’altra notte, commentare il risultato elettorale e smadonnare sul regime infilandoci dentro il compendio del pensiero transradicale, transnazionale, transpartito, transgandhiano mi veniva voglia di perdere conoscenza sotto le percosse di un secondino nazistoide in forza presso le patrie galere, con la speranza di non risvegliarmi più.

Torniamo alla tv. Grillo, io non l’ho visto in tv in questa campagna elettorale. Non sapevo neanche ci fosse, il suo movimento a cinque punte (o è cinque stelle?) sulla scheda elettorale che mi sono preoccupata di studiare alla vigilia delle elezioni per poi capire che no, non avrei proprio saputo chi votare. Né perché farlo. Grillo non è andato in tv ma ha preso una caterva di voti. La Lega i voti li ha presi a prescindere dalla tv. Il Pd, andando in tv i voti, se è possibile li ha persi.

Mi ha colpito il commento amaro della Bresso, rilasciato a notte fonda, una volta constatata la sconfitta. Ha detto, la Bresso, che in questo paese governare bene non premia. Che per vincere conviene riempire la capa delle gente di stronzate populiste. In pratica, andare in tv a spararle a ruota, contro i negri – tutti stupratori – e le mucche – che quelle italiane ce l’hanno meglio – che la gente ci casca e ti vota. Ecco, fino a quel momento, sinceramente, avevo parteggiato per lei e mi dolevo della sconfitta sua come di quella di Emma Bonino, convinta che i loro programmi fossero migliori e dispiaciuta del fatto che invece gli elettori non la pensassero così. Ma quel commento…

Mi è apparsa all’improvviso la gente che mi circonda, quelli che conosco e quelli di cui mi limito ad ipotizzare il ménage. Quelli che lavorano, fanno figli, consumano, litigano per il parcheggio e per i rumori nel condominio, vanno al supermercato e comprano il Mulino Bianco perché lo vedono nella pubblicità. Quelli che la domenica comprano le paste e, se c’è bel tempo, si fanno la passeggiata e se i negozi sono aperti fanno persino shopping. Quelli che si vestono tutti uguali, con le griffe contraffatte e gli occhialoni à la Beckham. Quegli stessi stronzi che, quando è il momento, votano.

Ecco, mi son venuti in mente loro e ho capito grazie alla Bresso che tutti costoro sono null’altro che una massa informe di coglioni. Bisognerebbe commissariarli, accidenti, costringerli ad un TSO, riconoscerne l’incompatibilità con lo status di cittadinanza, negare loro la facoltà di partecipare alla decisione pubblica perché… perché semplicemente quelli non sono in grado di capire.

di Kuliscioff per The Front Page

E scriviamolo nella costituzione, cazzo, che il diritto di voto è incompatibile con il favore accordato alla Lega Nord o al Pdl. E che chi guarda l’Isola dei Famosi non può essere un cittadino, e che leggere il Giornale è come diventare procuratore passando l’esame a Reggio Calabria – cioè, essere un baro -, e che bocciare il buon governo di un bravo governante di sinistra è una volgarità paragonabile a quella storiaccia assurda secondo cui la Bindi sarebbe più bella che intelligente. Proprio una roba priva di fondamento.

E allora mi dico, pensa se la par condicio non ci fosse stata. Pensa se avessimo potuto sentirlo prima, in tv, il nobile pensiero della Bresso…

23 febbraio 2010

Il passaporto di Pannella

Domenica scorsa Marco Pannella, nella settimanale interlocuzione radical-radiofonica con Massimo Bordin, ha annunciato l’intenzione di portare all’Onu la battaglia per l’equiparazione tra diritti civili e diritti umani. Il confine che la filosofia del diritto non aveva sino ad ora avuto l’ardire di varcare, Pannella lo attraversa con leggiadro entusiasmo. Per convinzione, amor proprio? Mah!

Filosoficamente parlando, l’equiparazione appare priva di fondamento.

I diritti civili sono una prerogativa dei regimi democratici. I diritti umani sono il baluardo dell’universale umanità.

I diritti civili sono storicamente e politicamente determinati, parlano lingue diverse, interpretano tradizioni culturali diverse, proiettano modelli di convivenza civile diversi. I diritti umani no. Loro si consustanziano in quell’unico comune denominatore dell’esperienza terrena che è la vita umana. In un certo senso, i diritti umani precedono e prescindono dal diritto. Esistono anche quando sono violati. Sono in quanto l’essere umano è.

Banale a dirsi. Persino politicamente scorretto. Ma non è affatto detto che il sacro diritto al pieno compimento dell’esercizio umano debba realizzarsi per forza in un regime politico civil rights oriented.

Zapatero, per dire. L’omologazione legislativa tra coniugati omo ed etero non è un diritto umano. Come non lo è in sé il matrimonio, essendo null’altro – il matrimonio – che il riconoscimento burocratico di una micro-istituzione – civicamente riconoscibile ma non data in natura – che è la famiglia, intesa come ragione sociale.

E il Regno Unito che conferisce alla scienza il diritto di manipolare la vita umana, persino di clonarla, in nome della pragmatica constatazione che il citizen, nel terzo millennio, ambisce alla perfettibilità fisica? Anche quello, più che un diritto, è la legalizzazione di una facoltà, culturalmente, politicamente, storicamente fondata. Una facoltà umanamente storicizzabile, appunto. Non un diritto umano universalmente riconoscibile.

Negare ai cittadini italiani la facoltà (civile) di votare radicale alle prossime regionali equivale nella logica pannelliana alla violazione di un diritto umano.

Ora, è vero che le istituzioni italiane mortificano la legalità. Violano la legge, lo fanno impunemente. O meglio, a danno della democrazia. Ed una democrazia vilipesa è certamente un bel guaio. Lo è quantomeno perché mortifica l’essenza stessa della democrazia, ovvero il patto tra liberi cittadini che accettano di rinunciare a prerogative assolvibili anche in proprio, e di affidarle ad un gestore comune – lo stato. Perché il patto funzioni, ovviamente, le parti devono accordarsi sul rispetto delle regole convenute e sulle sanzioni eventualmente comminabili ai trasgressori. Quelle regole sono scritte nella carta costituzionale e nel corpus normativo. Chi le viola paga. E se le viola lo stato? Ebbene, se a non rispettare le regole è lo stato e se alla trasgressione non è applicata sanzione, allora il gioco democratico è dopato.

In Italia la democrazia è annichilita. I diritti civili – quelli vecchi non quelli ambiti – sono schiacciati quotidianamente da una logica clientelar-corporativa della quale si nutrono gli inclusi ed alla quale ambiscono gli esclusi. In pratica, il patto formale è ampiamente derogato a vantaggio di una sorta di accordo verbale, di natura privatistica, che nulla ha a che fare con le regole scritte ma che nei fatti è assunto a regola con il placet dei vari attori del sistema.

Ha ragione Pannella a denunciarne l’illegalità? Ha ragione ad assimilare il sistema “partitocratrico” ad un’entità criminogena che di democratico non ha più altro che la retorica? Certo che ha ragione. Ne ha da vendere.

Ma i primi ad essersi legati al collo il cappio anti-democratico di cui, secondo Pannella, sarebbero vittime, sono gli stessi cittadini. I quali, pur di rifiutare la contropartita dei diritti civili – ovvero i doveri – hanno preferito, e non da ora, legittimare un sistema parallelo fondato sulla negoziazione privata – io ti voto tu che mi dai? – perché in fondo conveniva così.

Bene, è un loro diritto. È un loro diritto sputare nel piatto democratico che – solo – dà libertà. Ma la democrazia non è un diritto. È una facoltà. Come lo è l’essere cittadino, ovvero consapevole e responsabile sottoscrittore di un patto di convivenza sociale. Rinunciare alla democrazia non è bello, non è civile.

Ma – come ci insegna la nostra travagliatissima storia – è drammaticamente umano.

16 febbraio 2010

Pannella, l’esilio politico e l’audience

di Kuliscioff per The Front Page

Domenica scorsa la tradizionale conversazione settimanale tra Marco Pannella ed il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin si è aperta con un colpo di scena. Il leader radicale annuncia in diretta di aver appena trasmesso – via comunicato stampa – un appello al Presidente della Repubblica ad intervenire “per rimuovere immediatamente la situazione di patente, totale illegalità della situazione politico-elettorale in Italia”. In caso contrario – annuncia Pannella – “riterrei di dover rinunciare alla cittadinanza italiana e chiedere asilo politico ad altri Stati membri dell’Unione europea”.

La notizia – oggettivamente – c’è. Ed infatti il direttore Bordin ci informa in tempo reale che il comunicato pannelliano è già stato ripreso dalle agenzie. Si preannuncia insomma un po’ di attenzione da parte della stampa nazionale. Magari uno sfottò – “ti diranno che fai come Eco”, si azzarda a profetizzare Bordin. Ma a Pannella se anche la cosa venisse buttata in cazzeggio non frega granché. Purché se ne parli.

Il problema sollevato dal leader radicale è serio, serissimo. Il fatto è che il regime, nei fatti, impedisce ad una forza politica non rappresentata nelle istituzioni, per quanto storicamente fondata nella vita politica nazionale, di ricorrere ai pubblici ufficiali per la certificazione delle firme necessarie alla presentazione delle liste per le elezioni regionali.

È davvero una roba da regime. L’ennesima dimostrazione della pestilenziale illegalità sulla quale si regge la Repubblica Italiana.

Ha ragione allora Pannella a drammatizzare? Ha ragione da vendere.

L’Italia è un paese liberticida, anti-democratico, governato dall’illegalità.

È il paese dei Cucchi e dei Bianzino. Il paese del Parlamento dei nominati, del potere prepotente ed irresponsabile che, con soverchia spavalderia, abusa del denaro e della cosa pubblica per fare un po’ quello che gli pare. E quello che gli pare – raramente – coincide con quello che pare al popolo.

È il paese in cui una minoranza legiferante condiziona la libertà di una maggioranza soccombente. È il paese della burocrazia che asserve il cittadino. Cittadino? Chiamiamolo col suo nome: suddito.

Ebbene quel paese è un regime, quel paese è una peste. E per quanto iperboliche possano suonare quelle definizioni partorite dalla creatività sintattico-concettuale di Marco Pannella, iperboli non lo sono affatto.

Tant’è che pure chi scrive – e non di rado – si sente sovrastata dall’imperativo morale di mandarlo a cagare, questo regime, e chiedere – come Pannella – asilo politico altrove.

L’ultimo episodio risale allo scorso dicembre quando si prospettava la sciagurata eventualità di tagliare i fondi a Radio Radicale, l’unico vero servizio pubblico per cui valga la pena pagare le tasse. Se davvero non avessero rinnovato la convenzione, io non ci  avrei pensato un attimo. Me ne sarei andata via a vivere in un paese civile.

Poi però, sebbene in extremis, Radio Radicale è stata salvata. Ed io tra me e me mi son detta: evidentemente, alla peste italiana ci sono ancora degli sparuti – ma combattivi – anticorpi che camussianamente ci permettono di salvarci. Almeno un po’. E che in gran parte quegli anticorpi siano prodotti dall’organismo radicale credo sia vero e credo anche che facciano bene i radicali a rivendicarlo e ad insistere che la loro è un’alterità di sistema non una semplice possibile “alternativa” elettorale. E fanno bene a ribadirlo, a costo di apparire depositari di una salubrità etica geneticamente predeterminata che agli altri – quelli che nel regime ci stanno bene – può anche suscitare antipatia, sarcasmo. O indifferenza.

E tuttavia è un fatto che la resistenza radicale – isolata, dolorosa, faticosa – neppure questo regime pestilenziale (che a confronto il fascismo era robetta), riesce a farla soccombere. E se questo è, è certamente merito loro – dei radicali. Ma è anche perché evidentemente una soglia – per quanto miserrima – di pudore democratico in questo paese c’è ancora.

Una prova? Emma Bonino, La vice-presidente del Senato di regime è o no protagonista della più promettente, civile, democratica sfida elettorale degli ultimi patetici lustri della nostra storia repubblicana?

E Marco Beltrandi, il parlamentare radicale eletto (grazie alla legge dei nominati) nel Parlamento nazionale in quota Pd, è o no l’artefice della più intelligente operazione anti-regime che abbia mai avuto a oggetto la corporazione degli informatori?

Ecco, per questo – ma non solo – io sono grata ai radicali. E se fossi in Marco Pannella, me ne sentirei non solo fiera ma anche tuttosommato  persino compiaciuta. Perché nella loro alterità, minoritaria e resistenziale, lui e i suoi compagni continuano, nonostante il regime, nonostante l’epidemia pestilenziale, a fare per la civiltà democratica italiota molto più di quanto nessun potente pre-protente riesca a distruggere.

Tuttavia, stamane Marco Pannella è intervenuto in diretta dopo Stampa e Regime a comunicare l’amarezza per la “censura” operata dai media nazionali all’appello rivolto al Presidente Napolitano. La censura insomma di quell’estremo atto di disobbedienza civile volto alla salvezza delle istituzioni democratiche che il leader radicale aveva annunciato ai media, in tempo perché oggi ne dessero notizia.

Il direttore Bordin aveva appena finito una rassegna-stampa – in gran parte dedicata all’ampia, ormai quotidiana, copertura mediatica della campagna elettorale di Emma Bonino – quando nel suo intervento telefonico Pannella oppone al silenzio della stampa sul suo comunicato, il successo di audience della gag trasmessa nel corso della settimana precedente – lui protagonista – dalle Iene.

Le Iene? L’audience?

Pannella, parliamo della peste. Parliamo dello stato comatoso della nostra democrazia. Parliamo di quello che, davanti alla tua minaccia di sputtanare l’Italia a cospetto delle istituzioni democratiche europee, il Presidente della Repubblica può o è auspicabile che faccia, e tu mi vieni a dire che fai audience alle Iene e che dunque i giornali oggi avrebbero dovuto dedicarti un pezzo?

Mah! Comunque, quando avrai individuato lo stato europeo al quale chiedere asilo, ti prego di farmelo sapere. Poiché, probabilmente, ti seguirò.

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