di Kuliscioff per The Front Page
Domenica scorsa la tradizionale conversazione settimanale tra Marco Pannella ed il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin si è aperta con un colpo di scena. Il leader radicale annuncia in diretta di aver appena trasmesso – via comunicato stampa – un appello al Presidente della Repubblica ad intervenire “per rimuovere immediatamente la situazione di patente, totale illegalità della situazione politico-elettorale in Italia”. In caso contrario – annuncia Pannella – “riterrei di dover rinunciare alla cittadinanza italiana e chiedere asilo politico ad altri Stati membri dell’Unione europea”.
La notizia – oggettivamente – c’è. Ed infatti il direttore Bordin ci informa in tempo reale che il comunicato pannelliano è già stato ripreso dalle agenzie. Si preannuncia insomma un po’ di attenzione da parte della stampa nazionale. Magari uno sfottò – “ti diranno che fai come Eco”, si azzarda a profetizzare Bordin. Ma a Pannella se anche la cosa venisse buttata in cazzeggio non frega granché. Purché se ne parli.
Il problema sollevato dal leader radicale è serio, serissimo. Il fatto è che il regime, nei fatti, impedisce ad una forza politica non rappresentata nelle istituzioni, per quanto storicamente fondata nella vita politica nazionale, di ricorrere ai pubblici ufficiali per la certificazione delle firme necessarie alla presentazione delle liste per le elezioni regionali.
È davvero una roba da regime. L’ennesima dimostrazione della pestilenziale illegalità sulla quale si regge la Repubblica Italiana.
Ha ragione allora Pannella a drammatizzare? Ha ragione da vendere.
L’Italia è un paese liberticida, anti-democratico, governato dall’illegalità.
È il paese dei Cucchi e dei Bianzino. Il paese del Parlamento dei nominati, del potere prepotente ed irresponsabile che, con soverchia spavalderia, abusa del denaro e della cosa pubblica per fare un po’ quello che gli pare. E quello che gli pare – raramente – coincide con quello che pare al popolo.
È il paese in cui una minoranza legiferante condiziona la libertà di una maggioranza soccombente. È il paese della burocrazia che asserve il cittadino. Cittadino? Chiamiamolo col suo nome: suddito.
Ebbene quel paese è un regime, quel paese è una peste. E per quanto iperboliche possano suonare quelle definizioni partorite dalla creatività sintattico-concettuale di Marco Pannella, iperboli non lo sono affatto.
Tant’è che pure chi scrive – e non di rado – si sente sovrastata dall’imperativo morale di mandarlo a cagare, questo regime, e chiedere – come Pannella – asilo politico altrove.
L’ultimo episodio risale allo scorso dicembre quando si prospettava la sciagurata eventualità di tagliare i fondi a Radio Radicale, l’unico vero servizio pubblico per cui valga la pena pagare le tasse. Se davvero non avessero rinnovato la convenzione, io non ci avrei pensato un attimo. Me ne sarei andata via a vivere in un paese civile.
Poi però, sebbene in extremis, Radio Radicale è stata salvata. Ed io tra me e me mi son detta: evidentemente, alla peste italiana ci sono ancora degli sparuti – ma combattivi – anticorpi che camussianamente ci permettono di salvarci. Almeno un po’. E che in gran parte quegli anticorpi siano prodotti dall’organismo radicale credo sia vero e credo anche che facciano bene i radicali a rivendicarlo e ad insistere che la loro è un’alterità di sistema non una semplice possibile “alternativa” elettorale. E fanno bene a ribadirlo, a costo di apparire depositari di una salubrità etica geneticamente predeterminata che agli altri – quelli che nel regime ci stanno bene – può anche suscitare antipatia, sarcasmo. O indifferenza.
E tuttavia è un fatto che la resistenza radicale – isolata, dolorosa, faticosa – neppure questo regime pestilenziale (che a confronto il fascismo era robetta), riesce a farla soccombere. E se questo è, è certamente merito loro – dei radicali. Ma è anche perché evidentemente una soglia – per quanto miserrima – di pudore democratico in questo paese c’è ancora.
Una prova? Emma Bonino, La vice-presidente del Senato di regime è o no protagonista della più promettente, civile, democratica sfida elettorale degli ultimi patetici lustri della nostra storia repubblicana?
E Marco Beltrandi, il parlamentare radicale eletto (grazie alla legge dei nominati) nel Parlamento nazionale in quota Pd, è o no l’artefice della più intelligente operazione anti-regime che abbia mai avuto a oggetto la corporazione degli informatori?
Ecco, per questo – ma non solo – io sono grata ai radicali. E se fossi in Marco Pannella, me ne sentirei non solo fiera ma anche tuttosommato persino compiaciuta. Perché nella loro alterità, minoritaria e resistenziale, lui e i suoi compagni continuano, nonostante il regime, nonostante l’epidemia pestilenziale, a fare per la civiltà democratica italiota molto più di quanto nessun potente pre-protente riesca a distruggere.
Tuttavia, stamane Marco Pannella è intervenuto in diretta dopo Stampa e Regime a comunicare l’amarezza per la “censura” operata dai media nazionali all’appello rivolto al Presidente Napolitano. La censura insomma di quell’estremo atto di disobbedienza civile volto alla salvezza delle istituzioni democratiche che il leader radicale aveva annunciato ai media, in tempo perché oggi ne dessero notizia.
Il direttore Bordin aveva appena finito una rassegna-stampa – in gran parte dedicata all’ampia, ormai quotidiana, copertura mediatica della campagna elettorale di Emma Bonino – quando nel suo intervento telefonico Pannella oppone al silenzio della stampa sul suo comunicato, il successo di audience della gag trasmessa nel corso della settimana precedente – lui protagonista – dalle Iene.
Le Iene? L’audience?
Pannella, parliamo della peste. Parliamo dello stato comatoso della nostra democrazia. Parliamo di quello che, davanti alla tua minaccia di sputtanare l’Italia a cospetto delle istituzioni democratiche europee, il Presidente della Repubblica può o è auspicabile che faccia, e tu mi vieni a dire che fai audience alle Iene e che dunque i giornali oggi avrebbero dovuto dedicarti un pezzo?
Mah! Comunque, quando avrai individuato lo stato europeo al quale chiedere asilo, ti prego di farmelo sapere. Poiché, probabilmente, ti seguirò.