Se non ora quando lo dico io. Quando Lidia Ravera e quelle stronzette intellettualmente piatte, culturalmente arroganti, esteticamente noiose, socialmente castali, storicamente tramortite come lei la smetteranno di auto-proclamarsi sindacatesse della femminanza – quella alla quale, loro inconsapevoli, è dato appartenere anche a me? Mi son rotta le palle di sentirmi dire da ste deficienti che non sono libera, solo perché loro, della infinitezza della loro illiberalità, non hanno ricavato che schiavitù. Che anzi sono una quota. Che ho bisogno del protettore di Stato, come una baldracca alle prime armi, e della sorellanza di genere come se il mio genere non si compisse nel genere altro, per alterità e sinergia, ma per comunanza – e con chi, con loro? Quelle idiote che non hanno ritegno a fare una piazzata che manco al bagaglino – tutte femminucce, laureate, emancipate, cornificate, frustrate, antipatiche, respingenti.
Le sindacatesse
Adotta un Polito
di Kuliscioff per theFrontPage
E non ci sarà più il Riformista di una volta. Non c’era già da un po’, a dire il vero. L’esperienza senatoriale ci ha restituito un Polito, e un di lui progetto editoriale, ormai come rassegnato ad un destino di marginalità. Al giornale mancava l’uditorio. A chi parlare? A Bersani, a Casini, a Vendola? E per dire cosa, poi? Che la sinistra non se po’ vede’ e che Berlusconi non se po’ senti’?
Se Fini è responsabile, liberi la Rai dallo Stato
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Esca la politica dalla Rai. Privatizziamo e basta. Privatizziamo ora. Ora più che mai. Ora che la Rai è il palco (e il retropalco) di ego-sinistrismi ed ego-destrismi che saranno pure la nuova Tv ma suonano caricaturali, politicamente sconfortanti.
Il problema non è la governance – non è Masi. È lo Stato. Punto. A meno di credere che una meglio politica faccia anche un meglio servizio pubblico. La Rai era più guardabile nella Prima Repubblica – è vero – ma non era per questo più libera, plurale, finanziariamente responsabile di quanto sia oggi. Era solo questione di dignità professionale – quella di lottizzatori e lottizzati.
Riparte il Berlusconi-Show. Vedrete, andrà pure a Sanremo
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
“I continui attacchi a Berlusconi, e che tendono ad archiviare gli ultimi 15 anni di storia del Paese, hanno un effetto ricostituente e vitaminico sul presidente del Consiglio”. Meglio del Viagra. Ecco il potere che, secondo il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, l’arena elettorale di cui si annuncia l’imminente riapertura esercita sul nostro Capo del Governo – cui, rassicuriamo il Ministro, riconosciamo eccome il monopolio assoluto degli ultimi tre gloriosi lustri di storia patria.
Per il sempre accompagnatissimo uomo solo al comando, le elezioni sono come una specie di rave che, per gli amanti del genere, funzionano come una schizzata di adrenalina, una gratificante fuga dalla realtà – che, in fondo, è sempre la solita gran rottura di palle.
Vendere la Rai, subito
di Kuliscioff per The Front Page
Giovanni Floris è una strana specie di giornalista. Intrattiene settimanalmente per due ore riuscendo ogni volta a lasciare lo spettatore annichilito dal dilemma: ma di che si è parlato?
Di niente, è la risposta. Ed è questo che fa del conduttore di Ballarò l’epifenomeno dell’assenza riempitiva, quella cosa che qualche goliarda si ostina a chiamare “servizio pubblico”. Deorsum numquam, Giovanni!
La tecnica di Floris è semplice: non fare domande sui fatti ma sollecitare opinioni viziose su assunti non fattuali. L’ospite non è indotto ad argomentare, ma a rappresentare la versione cristallizzata di quello che ci si aspetta dica la sua parte. Propaganda, banalità, accuse-contraccuse. E via così fino al salvifico alé.
Il problema non è che sia pagato 400.000 euro. Il problema è che lo paghi lo Stato. Il problema non è che Floris lavori in Rai. Il problema è che la Rai è la Pandora del conflitto d’interessi, quello tra il board di governo e l’azionista-cittadino. Il problema è che la Rai è l’ente pubblico che il Ministro Tremonti avrebbe dovuto mettere in cima alla lista dei carrozzoni da de-statalizzare. Ma non è andata così, neanche questa volta.
Ecco, al Ministro Tremonti, Floris avrebbe potuto chiedere come mai nella sua manovra pseudo taglia-Stato, non abbia pensato proprio ad un’azione di liberalismo virtuoso, come privatizzare la Rai. Avrebbe potuto, il conduttore, sollecitare gli ospiti colleghi a discuterne, sfidare il riformista Morando a prendere posizione e, magari, riuscire a stringere il Ministro all’angolo delle contraddizioni del suo stesso governo che non è liberale, che non è riformatore, che non è nemmeno capace di essere garantista. E a Berlusconi – gravemente addicted ai talk-show Rai, come si evince – avrebbe potuto ben replicare: “Ma perché non ci privatizza, Presidente?”.
Già, Presidente: perché non vendi?
Domanda retorica? Domanda ineveasa, piuttosto. A cominciare dai paladini della libertà d’informazione che a questa contraddittoria mancanza di iniziativa del presidente-tycoon pare non abbiano proprio nulla da obiettare.
Berlusconi che telefona in diretta lezioni di servizio pubblico è una di quelle piccole amenità della vita per cui si gioisce di essere italiani. Probabilmente però in questo momento ci si allieterebbe di più se, invece del solito siparietto, il presidente del Consiglio ci consegnasse qualcosa di più solido. Per esempio, un provvedimento esemplare, all’altezza dell’intenzione – dichiarata al fianco del suo Ministro dell’Economia appena pochi giorni orsono – di “far costare meno lo Stato”. Un provvedimento che riconciliasse l’interesse pubblico, i principi della democrazia liberale, e la fairness di mercato.
La Rai ai privati sarebbe il nostro muro di Berlino: la chiusura di un ciclo, la fine di un incubo, un passo verso la civiltà. Ecco, Presidente, se lo facesse sarebbe un gran cosa. Veramente, una cosa storica.
Ci pensi. Magari però eviti di partecipare lei stesso all’acquisizione.