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13 gennaio 2011

Manager, ma quanto costi al taxpayer?

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Fa specie vedere una banca salvata con i soldi del taxpayer riconoscere al suo boss un bonus milionario. Succede in Gran Bretagna.
Bob Diamond è chief executive della Barclays da appena qualche giorno. Promosso al top job per il rimarchevole lavoro compiuto negli ultimi 14 anni alla guida di Barclays Capital, il ramo investment della banca.  Quel lavoro che due annetti orsono ha portato il sistema finanziario britannico, di cui la banca che lo stipendia è parte, alla morte cerebrale, ed il governo, accorso al suo capezzale, a compiere il miracolo del ritorno in vita. Pagano i sudditi, signor bancheire. Si serva pure. Ed il banchiere non si tira certo indietro.

7 ottobre 2010

Tory-taglia-tutto

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Forse non era il momento giusto, i tagli potevano essere meno radicali, si poteva essere meno espliciti. Forse le conseguenze non sono state ponderate con la dovuta accortezza però, nel presentare al partito le misure ‘vittoriane’ con cui il governo ha deciso di cambiare il sistema sociale della Gran Bretagna, il leader tory, David Cameron, ha mostrato di crederci. Di crederci tanto da sfidare l’impopolarità.

Parliamo delle misure ‘toste’ annunciate a raffica nei primi tre giorni della Conservative Party Conference (a Birmingham, questa settimana).
La riforma universale del welfare, opera del Ministro del Lavoro e delle Pensioni, Iain Duncan Smith, acclamatissimo. La riforma prevede la sostituzione dell’attuale sistema di benefit – che si compone di una pluralità di voci diverse: casa, figli, disabilità, disoccupazione… – con un credito unico universale.
Nel disegno tory inoltre ‘semplificazione’ fa rima anche con ‘riduzione’, nel senso che sarà fissato un tetto massimo ai benefit percepibili, perché appunto non risulti più conveniente rimanere a casa, sussidiati, piuttosto che perdere il sussidio e andare a lavurà.
“Il nuovo sistema universale di credito – spiega appunto il Ministro – garantirà che from now on, work will pay.” Standing ovation finale. A queste precise parole: “On May 6, the British people honoured us. Now let us honour the British people.”

Altro Ministro, altra riforma. Il Justice Secretary, Kenneth Clarke, annuncia un piano per far lavorare i detenuti – 40 ore a settimana, salario minimo. Il progetto piace, alla platea ed alla stampa amica. Il Telegraph lo definisce “the best idea to emerge from this year’s conference”. Osserva infatti Mary Riddel, editorialista del quotidiano tory-friendly “L’ingiustizia di avere giovani in buona salute seduti in una cella a non far niente, a spese del contribuente, instilla l’idea che non guadagnarsi da vivere possa effettivamente convenire”.

Ok sul welfare e ok su giustizia, dunque. Poi però alla Conference è il turno del Cancelliere, George Osborne, il quale ha la compiacenza di illustrare, in anteprima per la famiglia conservative, la riforma dei Child Benefit da lui medesimo testé ideata. Beh, riforma! Più che altro, un’accettata di inaudita ferocia inferta – one shot – sulle famiglie del Regno.

Il piano del Cancelliere prevede il taglio dei benefici all’infanzia per i redditi fiscalmente più alti (circa 44.000 sterline). Prevede inoltre che l’assegno venga elargito fino al 16esimo compleanno e non più, come ora, sino al raggiungimento della maggiore età. Prevede infine un tetto massimo di 500 sterline a settimana. Anche i redditi più bassi dunque saranno colpiti.

Misure pesanti. Fair, secondo Osborne. Fair pure secondo Cameron. Secondo i tanti analisti-osservatori-politici-semplici militanti che hanno espresso la propria contrarietà, invece, queste misure di veramente fair hanno poco. Anche perché, nel piano Osborne c’è un bug: una famiglia con due redditi, ciascuno, per dire, di 39.000 pounds – cioè singolarmente aldisotto della soglia massima, anche se al di sopra considerando i due redditi  – risulterebbe titolata ai child benefit, mentre una coppia con figli in cui lavora solo lui, con un reddito però di 41.000 sterline – cioè superiore alla soglia – perderebbe la titolarità al sussidio. E non parliamo di cifre irrisorie.
“I benefits universali – osserva ad esempio un analista del Telegraph – oltre a fornire un assicurazione sociale, sono una parte vitale del budget delle famiglie su cui la spesa per il mantenimento dei figli grava per il 33% delle entrate nette, contro l’11% della Francia ed il 6% della Svezia.”

Osborne capisce di averla fatta grossa, ed il giorno dopo manda ad MPs e delegati una missiva piena di rammarico e rassicurazioni. Il Primo Ministro intanto moltiplica le presenze nei programmi Tv del mattino, quelli guardati appunto dalle famiglie della classe media. Appare prostrato. Si scusa, addirittura, per aver provocato nelle mamme non lavoratrici l’allarmante sospetto di essere state escluse dai sussidi. Sarà tutto equo, assicura. Sarà doloroso – ammette – ma, ahinoi, necessario.

Ora, il motore-paese, è vero, non è ancora su di giri, ma rischia lo stesso di schizzare se il combinato di tagli e recessione dovesse ingrigire il clima riportandolo alla stagione – che Cameron non vuol nemmeno evocare – dei sacrifici thatcheriani. Questa preoccupazione è invero però ormai piuttosto diffusa, tra gli stessi tory.
“Si può cogliere a Birmingham – sussurra un delegato a cospetto dei 7000 manifestanti asserragliati innanzi il main building della Conference – un’anticipazione di quello che potrebbe essere la Gran Bretagna post-Armageddon.
It’s like a re-run of the Eighties. Ma l’atmosfera – rileva – appare più minacciosa.”

Nel suo intervento conclusivo Cameron prova a tirare le fila. Sciorinate le “cose straordinarie fatte in appena cinque mesi”, evocata la catastrofica condizione delle finanze pubbliche, celebrata la responsabilità del Cancelliere, Blu Dave spiega: è questione di fairness.
“Fairness means supporting people out of poverty, not trapping them in dependency” – dice.
“Fairness isn’t just about who gets help from the state” – aggiunge.
Reazione della platea: tiepida.
L’apoteosi arriva solo quando annuncia che l’imminente 85esimo della “greatest peacetime prime minister of the 20th century”, Margaret Thatcher, sarà festeggiato udite udite nel vecchio domicilio della Lady, oggi nuovamente tornato in mano Tory: 10, Downing Street.

Conseguente, la strizzatina d’occhio ai liberisti – “The other part of the equation is who gives that help, through their taxes. Taking more money from the man who goes out to work long hours each day so the family next door can go on living a life on benefits without working – is that fair?”.
E la mano tesa al mondo delle imprese – “It will be the doers and the grafters, the inventors and the entrepreneurs who get this country going”.  Dunque, sì – sintetizza il Premier: “We need to get behind our wealth creators”.

Belle parole, certo. Ma nell’atmosfera pesante del child benefit affair, quelle parole non arrivano, o arrivano ma mancano il bersaglio. Primo Ministro e Cancelliere oltretutto hanno oggettivamente suscitato le perplessità di molti per il modo superficiale, persino irresponsabile, con cui hanno gestito il dossier: senza consultare – pare – neppure gli MPs.
Eppure, secondo un sondaggio pubblicato proprio mercoledì, alla vigilia dello speech del leader, l’83% dei cittadini sarebbe favorevole ai tagli decisi dal Cancelliere Tory mentre addirittura l’86% apprezzerebbe il tetto di 500 sterline a settimana per il sussidio di disoccupazione.

Insomma, forse la linea dura sulla spesa pubblica non è poi così politicamente suicida.

21 settembre 2010

Clegg scommette: tagli oggi, benefici (anche elettorali) domani

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

I Libdem sono al governo per la prima volta in 60 anni. Ce li ha portati Nick Clegg, l’underdog dell’ultima campagna elettorale. Il mood nel partito però non è dei migliori. Non piace l’aggressione frontale del governo lib-con a welfare e servizi pubblici; non piacciono per niente le Free School, contro le quali i delegati riuniti a Liverpool, per la prima Conference del partito dall’arrivo al potere, hanno addirittura approvato una mozione che ne prescrive il boicottaggio. Una cosa analoga, per capirsi, alle manifestazioni di piazza della sinistra ambiental-comunista contro il governo Prodi, del quale la medesima faceva parte. Il motivo di cotanto accanimento nella base libdem sui provvedimenti del governo? Il fatto che, appena tre mesi fa, ci facevano contro la campagna elettorale.

Le cose però dopo il voto prendono una piega diversa. Cameron il liberale sposa Clegg il libertario. Si fa un programma che prende il liberal side dei rispettivi partiti, e nasce un governo di coalizione che neutralizza, da una parte, il conservatorismo sui diritti civili dei tory, e dall’altra il socialdemocraticismo economico dei libdem.
Si approva il primo budget che, a parte due o tre cosette – l’estensione della no tax area per i redditi più bassi, il pupil premium per gli studenti socialmente svantaggiati, l’aumento delle pensioni – è praticamente la summa del manifesto tory. Clegg però lo rivendica come fosse suo, spiegando ai militanti allibiti, che fare politica progressista non significa lasciare alle generazioni future il conto del debito accumulato dalla generazione attuale, e che dunque i tagli non sono una scelta conservatrice, non una scelta liberal-democratica, ma semplicemente una scelta giusta.

I sondaggi tuttavia danno il partito del Vice Premier in calo di dieci punti dal risultato di maggio (dal 23 al 14%) . Non a caso si discute già l’eventualità – smentita – di una lista Lib-Con alle prossime elezioni. La risposta di Clegg? Fedeltà ai principi liberal-democratici (non si deroga alle posizioni storiche del partito, per esempio sul Trident), ma non si cambia idea sull’impianto generale del progetto lib-con. Ed alla sua famiglia politica riunita a congresso prova anche a spiegare perché: «I am incredibly proud that the Lib Dems have taken this really big, brave step. I think we will benefit from it in the end. It requires not only courage; it requires patience.»

Quello del leader libdem –mettiamola così – è un investimento sul futuro. Le politiche anti-spesa, oggi necessarie, saranno solo un lontano ricordo nel 2015, quando si ri-voterà, perché allora ne saranno già manifesti i benefici, in termini di diminuzione delle tasse e ripresa economica. E questa è una bella scommessa perché in realtà nessuno può ancora dire se con la piattaforma economica del governo la ripresa e la riduzione del deficit ci saranno davvero.

Visione prospettica, dunque. Il sottosegretario al Tesoro, il giovanissimo Danny Alexander, prova a darne un saggio: la lotta all’evasione fiscale. Proprio a Liverpool il nostro annuncia infatti lo stanziamento straordinario (quasi un miliardo di sterline) deciso dal governo per stanare i cittadini fiscalmente infedeli, e garantire fresh cash al bilancio dello Stato. Un messaggio a «quelli che credono che pagare le tasse sia una scelta di vita », un messaggio che allo zoccolo duro libdem – in gran parte fatto di dipendenti pubblici – deve essere suonato un sacco fair. E poi c’è l’apertura, annunciata da Clegg nel suo discorso conclusivo, alle tasse di scopo per le amministrazioni locali che, attualmente prive di prerogative fiscali, potrebbero acquisire inedito potere rispetto al governo centrale. Anche questa, musica per le orecchie libdem.

Ecco quindi come differenziarsi dai tory senza accanirsi sulla distruzione del partito rivale: concentrarsi sul cambiamento radicale – negli assetti democratici e nell’economia pubblica – di cui il paese ha bisogno. È così che, secondo Clegg, il partito si assicurerà il futuro elettorale: non enfatizzando le diversità con i partner, ma mostrando coraggio sulle riforme, fermezza sui tagli, attenzione al futuro.

Praticamente, la linea centrista della responsabilità siculo-nazionale! Uguale, salvo il dettaglio che il futuro in questione, nella prospettiva cuffarian-miccicheana, non è quello dell’isola e neppure quello del paese ma, va da sé, quello loro personale e delle rispettive, devastanti costituency. L’assist del Premier, d’altra parte, ha offerto proprio a quei campioni del ‘professionismo politico’, l’opportunità di ballare ancora un po’ sul Titanic che affonda. Che si divertano pure, per carità. Ma, ci chiediamo: e tutto questo a che pro? Ah, già, fargliela pagare ai finiani!

Torniamo in Uk. La linea Clegg è la fairness liberale. Un esempio? L’opposizione del sottosegretario all’economia, Vince Cable, al cap sull’immigrazione imposto dai tory. Fissare per legge un tetto agli ingressi – è sua opinione – può funzionare a sedare gli impulsi di chi, per la sua personale sicurezza o per semplice timore della competizione, vuol vedere in giro meno stranieri, ma non certo per dare una soluzione razionale ai problemi di competitività del tessuto produttivo nazionale. Opporsi al cap per ragioni economiche significa per i libdem capitalizzare consenso tra gli innovatori di destra, cioè nel bacino di Cameron.

Volando ancora più alto, l’ambizione del leader libdem è mostrare al grande pubblico che il suo partito è ormai fit to run the country. O meglio, «che una politica diversa è possibile, che la politica delle coalizioni è possibile. È questo il big prize. »

Il big prize – va da sé – verrà assegnato il prossimo maggio, quando si celebrerà il referendum sulla legge elettorale. Libdem e Tory stavolta giocano sulle opposte metà campo, e sarà quello il momento della verità, anche perché la battaglia per l’Alternative Vote, Clegg può ancora vincerla. L’AV prevede la possibilità di esprimere una doppia scelta sulla scheda elettorale: una first choice ed un second best. Questo modello, attualmente in vigore solo in Australia, non modifica la struttura uninominale dei collegi ma offre più spazio ai partiti terzi. Se l’AV sostituisse il tradizionale First Pass the Post, il modello coalizionale da eccezione diventerebbe la regola. Ed allora sì che per i libdem – e la democrazia bipartitica del Regno Unito – comincerebbe davvero tutta un’altra storia.

8 settembre 2010

Thatcher dunque Blair dunque Cameron

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Il corso politico di Margaret Thatcher ha segnato il paese in maniera più profonda ed irreversibile di quanto il partito conservatore di allora fu in grado di comprendere. L’impietoso opportunismo con cui venne liquidata la Lady di Ferro e dissipata la sua eredità si rivolse contro lo stesso establishment tory auto-inflittosi per i tre lustri successivi l’espiazione della marginalità.

Fu Tony Blair a fiutare l’affare: il capitale riformatore accumulato dal paese durante l’era thatcheriana era pronto ad essere impiegato in un temerario, radicale investimento politico che avrebbe coinvolto la Gran Bretagna in una nuova fase di modernizzazione. Così fu. Fu un cambiamento sostanziale nella cultura politica della sinistra britannica – con l’implacabile archiviazione della retorica socialista – nel rapporto tra la politica e il mondo produttivo, tra la politica e l’opinione pubblica.

Concluso il ciclo blairiano, l’eredità dell’ex premier, ripudiata dal partito laburista, viene riscattata da David Cameron, il quale, come Blair prima di lui, comprende l’elemento essenziale della fortuna politica del suo predecessore: l’irreversibilità ed incisività delle trasformazioni determinate nel vissuto del paese dal ‘racconto’ del neolaburismo al potere.

Nelle sue dibattutissime memorie – A Journey – che dal primo settembre monopolizzano gli affari dei bookshop d’Oltremanica, Blair riserva al neo premier conservatore un tributo rivelatore:
“If governments don’t tackle deficits – scrive il 57enne ex premier neolaburista – the bill is footed by taxpayers, who fear big deficits now mean big taxes in the future, the prospect of which reduces confidence, investment and purchasing power. This then increases the risk of a prolonged slump”.

Blair, in sostanza, sposa la politica economica del governo lib-con, fa sue le ragioni liberali a sostegno del taglio alla spesa pubblica, confuta le tesi keynesiane dominanti nel suo partito, le stesse che, convintamente sostenute dal suo Cancelliere, Gordon Brown, hanno impedito di concludere il ciclo riformatore avviato, sin dal primo mandato, con la progressiva apertura al privato nei servizi pubblici. È su questo nodo di cultura politica che – sostiene l’ex leader laburista nel suo mediatizzatissimo best seller – si è consumato lo scontro con l’eterno antagonista.

Ed è questo il cleavage lungo il quale Cameron ha ancorato la piattaforma della coalizione al governo. Le foundation school e le fondazioni ospedaliere progettate dallo staff liberal-tory non sono infatti altro che la maturazione dell’ispirazione blairiana, lo sviluppo politicamente conseguente del processo avviato, parzialmente realizzato nei due primi mandati, ma definitivamente affossato nell’ultimo governo Labour. È Brown, con il suo ritorno allo ‘stato pesante’, ad avere in effetti fornito ai liberali dei due partiti rivali l’assist cruciale al recupero del blairismo ed alla conseguente riscrittura della piattaforma liberal-conservatrice, come già avevano fatto i tory anti-thatcheriani rispetto alla terza via neolaburista.

Come la Thatcher riconobbe in Blair il suo ‘erede’, così oggi Blair riconosce nel leader del partito conservatore il continuatore dell’esperienza riformatrice che, pur con molte ombre, ha consegnato alla Gran Bretagna un decennio di effervescenza culturale e prosperità economica. Una continuità nella diversità, quella tra i riformismi blariano e cameroniano. Diverso infatti è il contesto economico, diverse le prospettive di sviluppo, diverse le priorità determinate dall’agenda geo-economica internazionale.

I laburisti post-blairiani, con l’eccezione (timida) di David Miliband, stanno commettendo oggi lo stesso errore compiuto allora dai conservatori post thatcheriani: leggere nella sconfitta elettorale il rifiuto dell’esperienza riformatrice.

È vero il contrario. Quando Blair lasciò Downing Street non fu per l’Iraq: fu per l’ormai incolmabile cesura tra lui e il Cancelliere (e la maggioranza del suo partito) sull’identità New Labour, ovvero la direttrice liberale che Blair avrebbe voluto condurre all’estrema conseguenza: liberare il welfare dalla presenza pubblica e le amministrazioni territoriali dalla dipendenza dallo stato centrale.

È su questa direttrice che David Cameron, appresi gli errori di Blair – non ultima la deriva sulle libertà civili – ha restituito ai Tory la bandiera della modernizzazione ed ai liberali della coalizione le chiavi di Downing Street. È così che rinasce la ‘nuova destra’ europea. Ed è su questo orizzonte che la ‘nuova destra’ italiana dovrà fondare le proprie coordinate, se vorrà davvero offrire un contributo alla civilizzazione della politica nazionale.

20 agosto 2010

Uk, come fare la rivoluzione liberale e vivere felici

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Cento giorni fa si insediava il governo Cameron-Clegg, un pacs più che un’alleanza tra soggetti politici, i liberaldemocratici e i conservatori, di cui sino allora non si sospettava nemmeno l’affinità. Ed invece tra il leader tory ed il collega libdem sboccia un’intesa sorprendentemente profonda. Si forma una coalizione – una bizzarria nel bipartitismo britannico – e si definisce un programma di governo che promette di tagliare il deficit, decentralizzare il potere, pensionare lo stato-erogatore e porre le basi di un patto tutto nuovo tra stato e società.

Cento giorni dopo, quel progetto è ampiamente tracciato. Esecutivi i tagli (fino ad un quarto) ai budget dei ministeri (tutti, salvo – a ben donde – Istruzione e Difesa).
Avviato il piano di smantellamento degli organismi governativi di controllo e indirizzo delle policy pubbliche, tracciato il percorso di empowering e decentralizzazione che punta a sottrarre allo stato il monopolio nella gestione dei servizi, primo fra tutti l’onerosissima sanità, quindi la scuola e persino la polizia che il governo progetta di rendere accountable attraverso un sistema di selezione elettiva (come per i procuratori negli States). Silenziata poi – e definitivamente – la retorica liberticida gonfiata sulle istanze securitarie e ricalibrato il focus sulle libertà civili – niente più ID (la carta d’identità introdotta da Blair), e meno carcere per una pluralità di reati ritenuti più efficacemente punibili con pene alternative.

Il governo lib-con punta poi a ridisegnare, con i servizi, anche il sistema di welfare individuando nei privati e nelle associazioni i soggetti adatti ad occuparsi, oltre che di istruzione ed ospedali anche d funzioni eminentemente sociali, come ad esempio il ri-collocamento dei disoccupati ed il recupero dello svantaggio sociale.
Si è quindi cominciato a lavorare anche per conseguire l’obiettivo politicamente più complesso del programma di governo: ridefinire gli assetti del potere democratico – con più sindaci eletti direttamente dai cittadini (con i poteri, dunque, oggi conferiti al solo mayor di Londra), meno parlamentari e più attori sociali nei ruoli primari (indirizzo, gestione e controllo delle risorse pubbliche) e – pure – per il cambiamento del sistema di voto, oltre alle misure, in parte già attive, per la trasparenza del potere pubblico mediante l’accesso ai dati delle amministrazioni.

Nel paese più stato-centrico del mondo sviluppato, tutto questo non è affatto poco.
Nelle intenzioni del governo non si tratta solo di arrivare ad erogare meno servizi. Si tratta – osserva Economist – di ridurne la domanda, arginando il bisogno di uno stato-fornitore del quale il cittadino non è attualmente in grado di fare a meno. Si tratta in definitiva di sovvertire l’approccio culturale rispetto all’idea che debba essere lo stato – e solo lui – a soddisfare bisogni cui in molti casi si è invece in grado di provveder da sé.

Tutto questo, si dirà, è in linea con il più tradizionale sentire tory. Vero, ma – come osserva Tony Travers sul Financial Times – oltre a contenere lo stato e limitare gli interventi top-down, la coalizione di governo ha chiaramente indicato anche la volontà di sperimentare idee eterodosse, sentieri inesplorati di cui non è affatto scontato prevedere l’esito. Una strada perigliosa, certo, ancor più quando nulla può ancora dirsi in merito agli effetti sull’economia reale della manovra dell’austerità. Questa volontà sperimentatrice tuttavia appare quanto mai appropriata ai tempi: la complessità della crisi (economica, sociale) e la sostanziale aleatorietà delle soluzioni proposte (in Europa come negli Usa), suggerisce di ritenere tutt’altro che velleitari i tentativi britannici di formulare un approccio sistemico tutto nuovo.

“Risparmi, riforme, abbandono della politica dei target governativi: questo – osserva su Ft l’analista della London School of Economics – rimanda ad un sostrato filosofico coerentemente orientato al doppio obiettivo di ridurre la dimensione del governo e decretare uno shift sostanziale dal potere centrale.”

L’accento posto in particolare sul ruolo della society (in luogo dello stato) rimanda ad esperienze analoghe già verificate altrove – negli States, in Canada – dove al settore pubblico si è via via affiancato, fino a sostituirlo in circostanze operative concrete, il mondo del volontariato e delle associazioni di imprese a vocazione sociale.

A spingere in questa direzione contribuisce certo l’urgenza di porre un freno alla insostenibilità finanziaria dello stato-prendi-e-dai-tutto: quante tasse si è infatti disposti a pagare per continuare a mantenere il pacchetto full option del provider di stato?

Economist sostiene che per quanto ardimentosa possa apparire, la scommessa sulla quale il governo lib-con ha imbarcato il paese – dare spazio alla società di farsi protagonista in luogo di uno stato irrimediabilmente saturo -  si rivelerà presto la strada obbligata per “many other rich-world countries”.

Curioso: prima di Cameron e Clegg ci aveva già pensato Berlusconi a fare la rivoluzione della libertà (dallo stato): il lungimirante Berlusconi del 1994 che si prefiggeva di vincere in Italia la partita che oggi la Gran Bretagna ha invece deciso di giocare davvero.
Vogliamo chiedere lumi sul perché in Italia non se ne sia fatto nulla?
Berlusconi, come noto, sostiene di avere avuto le mani legate dalla sostanziale limitazione di potere cui lo costringe la vecchia Carta. Ma neppure in Gran Bretagna per realizzare le riforme bastano le prerogative costituzionali assegnate al potentissimo primo ministro, se poi quelle riforme non si ha la volontà politica e la capacità dirigente di condurle in porto.

Il progetto lib-con è troppo radicale e tocca troppi interessi per immaginare che possa esser realizzato senza incontrare resistenze. La base elettorale dei libdem, per dire, è costituita da dipendenti pubblici, medici, insegnanti: le categorie più selvaggiamente colpite dai tagli, le categorie più direttamente investite dalla rivoluzione copernicana che si vuol realizzare nei servizi pubblici. Ciò non toglie che sul piano di governo il liberal-democratico Nick Clegg ci ha messo la firma e non esita a metterci la faccia, a costo di andar contro una parte del suo stesso partito.

E la ragione di tale ostinazione è maledettamente razionale: le riforme provocano sempre l’opposizione delle categorie che se ne sentono in qualche modo bersaglio, minacciando così chi se ne fa carico di vedersi politicamente implodere per deficit di consenso. Se si vuole riformare, allora, tanto vale riformare radicalmente. Incidere in senso sistemico: non limitarsi a sforbiciare le spese ma spingersi a cambiare gli stessi meccanismi che le determinano. Cioè l’intero assetto pubblico.

È certamente presto per dire se la coalizione lib-con reggerà. Se avrà la determinazione e l’accortezza per resistere alle pressioni politiche (le elezioni locali di ‘mid term’ saranno un primo ‘test’) ed alle pressioni economiche  (i mercati hanno reagito bene al primo budget del neo Cancelliere, ma la disoccupazione è ancora alle stelle e i segnali di ripresa tardano ad arrivare).
Una cosa tuttavia sembra potersi dare per acclarata.

La Gran Bretagna ha imboccato una strada che, con meno clamore ma più efficacia di altri paesi a leadership carismatica (Obama, Sarkozy, Berlusconi), punta alla radicalità riformatrice non solo per traghettare il paese, in attesa della ripresa globale, dalla crisi al rilancio ma per farlo trovare pronto a giocare un ruolo attivo nel mondo nuovo. Per immaginare il quale a David Cameron e Nick Clegg non è affatto occorsa una sfera di cristallo e neppure l’incursione nella dimensione della profezia. Né paura né speranza: solo buon senso e la lucidità di registrare la rotta verso la quale si muove il mondo. Per esempio, ad est.

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