Non gliel’ha mandato a dire, il leader post New Labour eletto con il supporto dei sindacati: glielo ha proprio detto in faccia, all’annuale appuntamento della Trade Unions Conference. Gli ha detto: ‘scioperare contro gli interventi sulle pensioni del servizio pubblico, è un errore‘. E giù fischi. Ma quelli si sapevano già. E non per questo Miliband il giovane si è lasciato intimorire o magari solo condizionare.
Miliband copia Renzi. Cioé sfancula i sindacati
It’s called democracy
Alfonso Papa mi fa schifo. Si mantiene le mignotte, coi soldi estorti ad imprenditori concussi. Concussi, oltretutto, grazie ad informazioni a lui accessibili in quanto ex magistrato poi parlamentare – ruoli ascrivibili, entrambi, alla categoria dello spirito di ‘servitore delle istituzioni’. Mi fa schifo, poi, perché in Parlamento cita la moglie, i figli: patetico. Ci avesse pensato prima, alla moglie e ai figli, quando tradiva l’una e mortificava gli altri. Meschino.
Meschino pure il marito di Melania Rea: falso, ipocrita, pusillanime, analfabeta. E pure scemo. Mi fa abbastanza schifo pure lui, sì.
Manager, ma quanto costi al taxpayer?
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Fa specie vedere una banca salvata con i soldi del taxpayer riconoscere al suo boss un bonus milionario. Succede in Gran Bretagna.
Bob Diamond è chief executive della Barclays da appena qualche giorno. Promosso al top job per il rimarchevole lavoro
compiuto negli ultimi 14 anni alla guida di Barclays Capital, il ramo investment della banca. Quel lavoro che due annetti orsono ha portato il sistema finanziario britannico, di cui la banca che lo stipendia è parte, alla morte cerebrale, ed il governo, accorso al suo capezzale, a compiere il miracolo del ritorno in vita. Pagano i sudditi, signor bancheire. Si serva pure. Ed il banchiere non si tira certo indietro.
Uk, studenti vs governo. Clegg nei guai
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Non è un nuovo 68, l’onda contestataria dilagata nel Regno Unito. La posta politica in gioco però non è da poco. Studenti e professori non manifestano contro i tagli: dicono no ad una riforma del sistema di finanziamento delle Università che minaccia di colpire non i poveri, ma la più numericamente sostanziosa classe media. Questa almeno è la percezione.
Il progetto allo studio della coalizione Libdem-Tory si fonda su due pilastri: la liberalizzazione delle rette fino ad un tetto massimo di 9000 sterline l’anno (tre volte tanto il limite attuale), ed il finanziamento diretto agli studenti – attraverso il potenziamento delle borse di studio per i più poveri, e condizioni più favorevoli ai giovani laureati con redditi medio-bassi, per la restituzione del debito.
Rette (universitarie) più alte per tutti
di Simona Bonfante per Libertiamo.it
Nel Regno Unito l’Università funziona. Decisamente meglio che da noi, eppure non ancora abbastanza. Non è abbastanza attraente per i ragazzi poveri, non abbastanza aperta alla competizione tra atenei. C’è un tetto alle rette – voluto dal Labour – che ne impedisce la piena autonomia, c’è un sistema di prestiti ideato per favorire gli studenti meno abbienti che tuttavia finisce col gravare più pesantemente su quelli che, una volta entrati nel mondo del lavoro, guadagnano di meno.
Il sistema poi è estremamente oneroso per le casse dello Stato. Il governo Cameron-Clegg ha dunque commissionato ad un panel di esperti – manager ed amministratori dei principali atenei nazionali – un’Independent Review of Higher Education Funding and Student Finance, affidandone la presidenza a Lord John Browne, noto per i trascorsi al vertice di BP.
Dice Browne: “La review propone un piano radicale fondato sulla scelta dello studente. Per la prima volta le università saranno pagate non più per il fatto di esistere, ma per essere state scelte dagli studenti.”
L’obiettivo della riforma delineata dalla commissione è fare degli studenti il motore di un mercato aperto dell’alta formazione nel quale realizzare una competizione tra atenei chiaramente incardinata alla qualità dell’offerta.
La soluzione trovata è la liberalizzazione delle rette. Abrogando il cap, gli studenti che vorranno accedere alle Università più prestigiose dovranno pagare la retta fissata dall’ateneo scelto, dunque di più dei 3290 pound da sborsare oggi per entare nei college più cari. La riforma tuttavia prevede un aumento – non una contrazione – dei sussidi per i meno abbienti ed un meccanismo più equo per la restituzione dei crediti.
Con il regime attuale i laureati devono cominciare a restituire il prestito contratto per i loro studi al raggiungimento del reddito annuo di 15.000 sterline. Con la riforma quella soglia verrà portata a 21.000.
“Ci aspettiamo che quel 20% di laureati che si piazza in fondo alla classifica dei compensi post degree, pagherà meno che nel regime attuale – assicura l’ideatore della riforma – mentre solo il 40% dei top earners dovrà restituire allo stato l’intero ammontare del debito”.
Le stime di Browne sono confortate da quelle dell’Institute for Fiscal Studies, il prestigioso think tank che ha definito la Browne Review “più progressista del sistema in vigore”.
Al governo la linea ‘free tuition‘ piace. C’è però un problema: i Libdem ci avevano fatto contro la campagna elettorale. Appoggiare la riforma significherebbe sostanzialmente tradire un impegno con gli elettori. Lo staff liberal-democratico al governo tuttavia pare davvero essersi convinto che in fondo il ‘tetto’ alle rette universitarie non è affatto il miglior modo per garantire qualità e diffusione dell’alta formazione, soprattutto tra i poor background.
Non sarà facile convincere anche la base. Ma l’arretramento sulla liberalizzazione pare ormai scongiurato. La riforma, quindi, è probabile che si farà.
La strada scelta nel Regno Unito per valorizzare l’asset della formazione e della ricerca è quella di premiare il merito, cioè sacrificare i rami secchi del sistema universitario e liberare risorse da investire nelle realtà più feconde. Non solo Oxbridge ma anche i potenziali nuovi operatori – new entrants in un mercato consolidato nel quale tuttavia, se capaci, potranno puntare a competere. Come? Attraendo allievi, docenti, dunque risorse con cui creare e promuovere attività didattiche e ricerca di qualità. Ecco, tutto questo allo Stato permetterà oltretutto di risparmiare un bel po’, soprattutto sulla spesa improduttiva – nella fattispecie quella impiegata per mantenere in vita università e centri di ricerca di scarso o nullo valore accademico.
Una strada analoga potrebbe essere seguita in Italia. La riforma Gelmini avrebbe dovuto essere il primo passo. Un emendamento presentato da Benedetto Della Vedova in Commissione Cultura alla Camera – dove era appunto in discussione la riforma, prima del ‘colpo di scena’ contabile – proponeva, guarda un po’, proprio la liberalizzazione delle rette.
“L’emendamento di FLI – scriveva Piercamillo Falasca nel darci notizia dell’iniziativa – è come una goccia di benzina: di per sé non serve a far girare il motore, ma un piccolo incendio nel dibattito lo può provocare.”
In fondo in Uk, i Libdem hanno cambiato idea. Sono diventati favorevoli alla liberalizzazione delle rette perché hanno compreso – numeri ed analisi alla mano – che l’hard discount dell’università non è affatto la migliore soluzione per le distorsioni sociali che nascono ‘a monte’. E che anzi l’unica strada per aggredirle davvero quelle distorsioni è lasciare che il mercato, in un quadro di regole chiaro e trasparente, risolva la cosa da sé.