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15 novembre 2010

Montezemolo, il remainder degli ex

di Kuliscioff per the Frontpage

Walter Veltroni e Goffredo Bettini sono stati un tempo, rispettivamente, ad e strategist manager del Pd. La loro non era una missione impossibile. Non dovevano a tutti i costi trasformare un out-of-business come il Pd (non un partito nuovo ma un’ammucchiata di roba vecchia) in un leader del mercato politico italiano. Dovevano solo occuparsi di elaborare un’offerta competitiva, innovativa, che spiazzasse la concorrenza, che quanto meno ne minacciasse la tenuta. Si trattava di definire ed implementare una strategia manageriale, neanche particolarmente rivoluzionaria. Questo tipo di operazioni in genere si innescano con tre leve: il brand, il prodotto, il processo.

18 settembre 2010

Walter, le idee e il coraggio

di Kuliscioff per The FrontPage

Il debito pubblico che sale, la produttività che scende, la competitività che non ne parliamo, quindi la disuguaglianza – tra territori, enclaves sociali, generazioni: i problemi del paese son quelli. La soluzione – va da sé – le riforme.

Coraggiose e profonde – precisa Walter. Qui, signori, parliamo di innovazione vera e giusta; di ri-definizione dei diritti e dei doveri di ciascuno, in una parola di un nuovo patto di convivenza civile che metta al centro la crescita, il lavoro, il futuro dei giovani.

Tutti d’accordo? Tutti d’accordo. Nello specifico, il manifesto veltroniano si occupa di:

1) Welfare. L’idea è partire dalla riforma del sistema pubblico, occuparsi dei giovani, puntare sulla formazione e promuove il rispetto della dignità e dell’unicità di ogni persona.

2) Lavoro. Quello che serve – spiega il think-tanker democratico – è un nuovo patto tra produttori per la crescita e per l’equità sociale, fondato sulla consapevolezza della comunità di destino che unisce lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e delle partite Iva, imprenditori piccoli e grandi. Sviluppo ambientale e legalità, “disparità positive” per i giovani del sud e “rivoluzione digitale” ne sono il corollario.

3) Giustizia. La politica – dice il nostro – deve assumere il punto di vista dei cittadini in termini di bisogno di legalità e diritto alla giustizia, uscendo finalmente dalla contrapposizione fra giustizialismo e tolleranza dell’illegalità e proponendo a tutte le forze della giustizia un tavolo comune di riforma.

Parole sante!

Si viene poi all’orizzonte politico.

L’alleanza da promuovere – spiega Walter – è tra chi ha bisogno del cambiamento, ma da solo non può realizzarlo perchè non sa, non ha, non può abbastanza e chi vuole il cambiamento, perchè sa progettarlo, ha interesse a promuoverlo, ha le relazioni necessarie per realizzarlo, ha la forza necessaria per piegare le tante resistenze corporative che vi si oppongono.

Ma che serve al Pd per riuscire nell’impresa?

Ce lo dice Lui: Che si voglia e si sappia uscire dal recinto – territoriale, sociale, generazionale – dei consensi tradizionali, per aprirsi alla ricerca di nuovi apporti. Che si facciano risolutamente i conti con le posizioni conservatrici, e cioè che non ci si ostini a difendere le conquiste del passato, ma si punti a cambiare in profondità una realtà che contraddice i nostri valori, punisce il merito e condanna i più deboli.

Dunque NO alla strategia “neo-frontista” e NO “all’ipotesi vetero-centrista”, il limite delle quali consiste nel loro rassegnarsi a vedere la politica ridursi a rappresentare le fratture della società italiana, anziché operare per ricomporle e superarle.

E questa è bellissima, se ne converrà.

Ma veniamo al sodo.

Il Pd – osserva Walter (e come contestare) – deve darsi una strategia di allargamento dell’area dei propri interlocutori e dei propri consensi, che faccia leva su un programma riformista, su un progetto innovativo per il Paese e su una classe dirigente fortemente rinnovata, attingendo a risorse che non siano solo quelle della politica tradizionale.

(Temo ciò significhi una nuova infornata di Madie, Sassoli, Colaninni… Voglia Iddio che ci rifletta su!)

Dopo averci ri-spiegato l’ubi consistam dell’innovazione culturale del Pd – i cattolici con i laici, i liberali con i socialdemocratici, cioè la fusione delle tradizioni e culture politiche del nostro meraviglioso paese – Walter affonda i piedi nel piatto dell’innovazione programmatica. E qui, ehm, ci manteniamo sul vago.

Nello specifico delle riforme istituzionali ed elettorali, ad esempio, si prescrive: rafforzamento dei poteri del premier e di quelli di controllo del Parlamento (cioè, più come la Francia o più come gli Uk?), regolazione del conflitto d’interessi (quale conflitto? quello di Berlusconi, quello dei sindacati, quello delle banche/fondazioni bancarie, o quello di papà Colaninno?), norme contro la concentrazione del potere mediatico e il controllo politico della Rai (dobbiamo leggere: liberalizzazione della Rai?), differenziazione delle Camere, riduzione del numero dei parlamentari e una legge elettorale “di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali”, estendendo e codificando il ricorso alle primarie (cioè, come negli Usa?).

I dubbi (i nostri, non di Walter, evidentemente).

Se il debito pubblico è il problema – ed è il problema – non si può non dire cosa e dove si taglia la spesa. Se la mancanza di competitività e la bassa produttività sono l’ostacolo alla crescita non si può non dire che tra Marchionne e la Cgil, il Pd sta con Marchionne. Se illegalità e conflitti di interessi sono la corda attorno alla quale è impiccato il paese, non si può non dire che il punto numero uno del programma piddino è togliere le mani della politica dalla pasta dell’economia. Quella del sud, quella del nord, quella delle banche, quella delle aziende – pubbliche e private. E via liberalizzando.

Se il problema è la giustizia, l’università, la pubblica amministrazione, una parolina – decisa, radicale, riformista – non la si può proprio non pronunciare contro le corporazioni. Sapete, quei magistrati, quegli accademici, quei grand commis, quegli insegnanti… che quando gli dici ‘valutazione’ scendono in piazza con la Costituzione in mano e che, al solo sospetto di perdere il diritto ed il potere di fare un po’ quel che gli pare alle spalle dei cittadini, tanto è uguale…

Beh, si sarebbe potuto dirlo con più energica chiarezza che i primi nemici della fairness e dell’efficienza, che i nemici di chi vuole, merita ma non può, che i nemici del Pd sono proprio loro. Anche perché tutti quei tanti altri voti mancanti per avere la maggioranza è altrimenti difficile che possano arrivare.

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17 settembre 2010

Tornare avanti. Retro-avanzamento del Pd anti-liberale

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

C’è stato un momento in cui il PD è stato liberista. Se ne sono accorti in pochi, ma si sa: la distrazione di massa è la vera pandemia della nostra era.
L’importante tuttavia è che la notizia sia venuta alla luce. E, soprattutto, che il pericolo sia rientrato. Anche perché – diciamolo – la sola eventualità di un partito progressista che nell’era globale si lasci contaminare dal veleno liberale – peggio: liberista – beh, è francamente uno di quegli scenari digeribili solo da chi ha un pelo sullo stomaco spesso così!

A scongiurare l’apocalisse, la compagine dei Giovani (forti e vagamente dalemiani) Turchi, gli ormai popolarissimi esponenti della nouvelle vague social-laburista, cui si deve il j’accuse diffuso, appena pochi giorni orsono, con il titolo “Tornare avanti” (un rompicapo sul quale linguisti e politologi avranno di che elucubrare per un po’).

L’agile documento, con le sue 30milaepassa battute, riesce nella perigliosa e niente affatto scontata missione di:
a) smascherare il complotto ordito dall’establishment veltroniano per innescare nel partito il virus della modernità;
b) ricostruire le tappe della perdizione, esimendo con lampante chiarezza le prove del reato, praticamente la pistola fumante che schiaccia i rei liberal-maggioritari sotto il fardello della propria responsabilità;
c) offrire ai democratici il rosario dell’espiazione, per emendare il peccato, annichilire il rischio di ri-cadere in tentazione, riappacificarsi con la coscienza e rientrare sulla retta via, cioè il socialismo.

Il complotto. È stato pianificato – va da sé – due anni fa, al Lingotto, quando la demoniaca strategia veltroniana venne suggellata da un discorso che altro non era se non «un purissimo distillato di quel peculiare liberalismo antidemocratico che negli ultimi venti anni, in diverse forme, ha preso il sopravvento in tutto il mondo, ma in Italia più che altrove. Un’ideologia che nel nostro paese è capace di abbracciare tanto le eleganti dottrine liberiste dei maître à penser della Confindustria, o al limite dei loro discepoli più caritatevoli e più versati nell’arte di riuscir graditi ai salotti progressisti (…). »
Chiaro, no?

La perdizione. Si è consumata con quella malsana «idea di autosufficienza che ha guidato sia l’esperienza del secondo governo Prodi sia la prima fase del Pd».
«Una concezione – si precisa nel documento dei turchi – che nasce dalla suprema diffidenza verso un’idea della politica come attività sovraordinata.»
Invitiamo il lettore a prender nota della minaccia, imperante nel disegno veltroniano, della suggestione maggioritaria: il rifiuto della politica come ‘attività sovraordinata’ – lo capirebbe anche un bambino – espone la causa proletaria ad abominevoli conseguenze. Ecco, solo uno stolto o uno in malafede avrebbe mai potuto credere che dovesse essere la società tutta – e non solo il raggruppamento classista geneticamente codificato nella lungimirante tradizione della gauche – la constituency del partito del progressismo italiano. Solo uno in malafede, appunto. Solo uno come Veltroni che – diciamoci la verità – sta lì da sempre con il solo e precipuo obiettivo di fare le scarpe a D’Alema.

L’espiazione. «Per aprire davvero una stagione di riforme il Pd deve uscire dall’ipnosi indotta da questo circuito autoreferenziale. Se vuole recuperare una propria autonoma visione del paese e del mondo – è l’incoraggiante prospettiva degli estensori di Tornare avanti – [il Pd] deve individuare con chiarezza i propri riferimenti e i propri interlocutori sociali. A cominciare dalle nuove “classi subalterne” (…) escluse o penalizzate dagli attuali equilibri e potenzialmente sensibili a una proposta di cambiamento. Solo così il Pd potrà sottrarsi all’egemonia di quel “ceto medio riflessivo” che minaccia di ridurlo sempre più a una grande ong per la difesa dell’ambiente, dei diritti civili e della pace nel mondo. E dovrà farlo a partire da una solenne petizione di principio: prima della responsabilità verso le generazioni future, viene la responsabilità verso le generazioni presenti.»

La pregnanza del concetto di ‘generazioni presenti’ da contrapporre a quell’indistinto simbolico che sono appunto le ‘generazioni future’ merita di essere sottolineata tre volte, evidenziata in giallo, e possibilmente tatuata su una parte visibile – e non deperibile – del corpo democratico del nostro paese.
Ora, per evitare che quella pericolosa distonia simbolica che è il futuro faccia breccia nei cuori e nelle menti democratiche – ammoniscono i meravigliosi giovani turchi – è necessario per «i riformisti riorganizzarsi su basi sovranazionali per evitare le sciagure del passato.»

Giunge all’uopo Massimo D’Alema. Il D’Alema che, sul fronte ‘sovranazionale’, si muove già da tempo, nel ruolo di guida della Foundation of European Progressive Studies (FEPS), prestigioso organismo dedicato all’elaborazione della cultura politica dei progressisti mondiali.
Orbene, la questione di fondo del progressismo  – ci illumina il salvatore della purezza dottrinaria piddina – «è tutta in un interrogativo. Berlusconi certo non è finito, reagirà e avremo ancora delle fasi aspre: ma perché, di fronte alla evidente crisi della destra, il Pd non riesce a crescere? »
In tutta evidenza, quello posto da D’Alema è un problema non da poco: nonostante la defenestrazione del cancerogeno Veltroni, nonostante la radicale terapia del bersanismo applicato, com’è che il Pd non riesce ancora a tornare in salute? E sì che – sentenzia il teorico Massimo del progressismo contemporaneo – «con l’importante discorso di Torino», l’oncologo Bersani ha affrontato il male «nel modo giusto».

Un bel dilemma davvero. Un problema oltretutto che non investe solo i compagni italiani. In Francia, ad esempio, è tutto un dibattere tra i socialisti su come riallineare la gente alla bussola socialdemocratica (e non il contrario). Per un po’, ad onor del vero, anche les socialistes sono incappati nelle sirene liberal-maggioritarie dell’obamismo veltroniano, cedendo  addirittura al deviazionismo leaderistico sublimato da quella patologia democratica chiamata ‘primarie’. E, a dire il vero, non si è ancora compiuto nel Psf il pieno rinsavimento se è vero che c’è ancora chi – la Royal, Strauss-Kahn, tra gli altri – si ostina a propugnare la ‘contendibilità’ del partito, ponendosi in sprezzante atteggiamento competitivo con la segretaria nazionale, Martine Aubry, l’intransigente custode del conservatorismo gauchiste consacrata neanche due anni orsono dal sacro conclave congressuale. Ma vedrete, anche i francesi, presto o tardi, si dalemizzeranno. Vedrete, la chiamata alle armi dei Giovani turchi si sovranazionalizzerà presto. Insomma lo capiranno prima o poi i compagni du monde entier che il nemico da abbattere, accidenti, è il liberismo!

P.s. Questo articolo non è una difesa del veltronismo. Può apparirlo ma non lo è. Il fatto è che, francamente, non avremmo mai creduto di poter arrivare anche solo a sospettare che sul Pd, per come lo abbiamo seguito in questi anni, fosse mai alitato anche un pur larvato esprit liberale. L’arrivo dei turchi tuttavia ha drasticamente incrinato le nostre certezze. Veltroni che lancia il suo movimento riformatore è lo stesso che esalta la retorica del posto fisso. E questo scoraggerebbe chiunque, anche il più benintenzionato, a vederci un barlume di liberalità. Ma siamo realisti: per la salubrità del nostro sistema politico occorre una forza antagonista capace di contendere al centro-destra l’elettorato in astinenza di innovazione. Su quell’elettorato il progetto conservatore di Bersani ed accoliti non può esercitare il minimo appeal. Un Veltroni meno timido ed ambiguo di quanto non sia stato in passato, più determinato sulle riforme e meno abbagliato dalle formulette retoriche, invece forse sì.

26 agosto 2010

Femministe in tacchi a spillo

di Kuliscioff per the Front Page

L’avvenenza è uno dei parametri – e neppure il più disdicevole – con cui in Italia si seleziona e promuove la classe governante. Berlusconi, con coerenza e trasparenza, fa recruiting sui book, nelle corsie di ospedale, nei gazebo elettorali. E che male c’è? Veltroni fece di peggio: intruppò nel Pd le giovani figlie degli amici di famiglia, negando agli outsider del suo più stretto entourage la chance di acchiappare l’ascensore per i piani alti del palazzo democratico.

Questo succede in politica ma anche altrove, in Italia. I capi si assicurano la tenuta al comando privilegiando la fedeltà e la contiguità familiare. All’università ci mettono i figli, le nuore, le amanti. Nelle aziende fanno dirigente chi garantisce di non offuscarne l’aplomb. È la logica padronale che, da noi, non è mai stata scalfita dalla cultura della leadership, propria delle civiltà evolute. Troppa fatica competere, rischiare…

Le donne del Pdl, come tutte le donne d’Italia, giocano con queste regole. Nel partito del premier funziona esattamente come nelle sue aziende. Cioè come in tutte le aziende e in tutti i partiti del nostro paese, dove i requisiti per il successo sono  funzionalità e compatibilità con l’assetto padronale.
Nel Pdl i suddetti parametri sono soddisfatti dall’adesione all’universo etico-estetico-politico del Cavaliere, cioè ai suoi bisogni personali che, in alcuni casi, sono anche i bisogni della maggioranza degli italiani. Nel Pd funzionalità e compatibilità sono genericamente più aleatori: il noto volto della Rai, ad esempio, è funzionale e compatibile. Il funzionario di partito che non ha mai fatto nella vita altro se non servire la ragion di partito, è funzionale e compatibile pure lui. Criteri arbitrari, appunto. Certo non meritocratici. Certo non ossequiosi di quel principio proprio dei sistemi democratici maturi che è la contendibilità del potere.

Le signore che hanno fatto carriera nel Pdl – le Carfagna-Gelmini-Santanché-Prestigiacomo… – hanno meritato le autorevoli poltrone che oggi hanno l’onere di occupare. Sono espressione e funzione ad un tempo del Berlusconi-volere perché quello è il volere loro, il loro sentire. Volere e sentire della maggioranza degli elettori. Volere e sentire osteggiato, legittimamente, dalle suffragette finiane. Da qui le botte da orbi elargite a mezzo stampa in questi scampoli di esagitazione estiva.

Il problema di Berlusconi è che non ha stile. Non ha classe. Non ha gusto. Ha l’estetica dell’arricchito. Si tinge i capelli. Si fa di botulino. Veste come un pinguino. Gli piacciono le cose che luccicano, le cose appariscenti. Le signore con la mini, i tacchi assassini, la chioma tentatrice e le tette ben su. E questo alla gente fine – che non ha sollevato obiezioni alla consacrazione delle Gruber o delle Madia – semplicemente, repelle.

È l’estetica televisiva che – triviale o no – un suo senso ce l’ha. È un’estetica popolana, volgare – nel senso di cosa del volgo – dunque, a suo modo, democratica. E certo che col bello non ha nulla a che fare. Perché il bello – va da sé – è per pochi. Come per pochi è il ragionamento politico fine, il sofisma filosofico, la rettitudine morale eretta a modello.

Personalmente nutro sincera ammirazione per chi riesce a non farsi gonfiare i piedi dopo una giornata in tacco 12. Oltretutto vedo in giro che di eroine così, svettanti e decomplessate a infierire sulle femminee bassezze di chi oltre la zeppa non va, ce n’è sempre di più. Mi pare in fondo una magistrale esemplificazione delle vette empiree cui può giungere la femminea stoicità. Un po’ come il parto. Un male boia ed una felicità incommensurabile. Perché è questo che dà il tacco altissimo disinvoltamente portato: il senso più profondo di comunione con la propria femminilità. Chissà dunque che non abbiano davvero ragione loro, le pidielline in tacchi-a-spillo, a dire che lo stiletto non è né più né meno che l’apoteosi della libertà femminile.

25 agosto 2010

Il liberismo ha i giorni contati

di Simona Bonfante per Libertiamo.it

Il liberismo ha i giorni contati è uno dei brani politicamente più ispirati dei Baustelle. Più che una profezia, un compendio lirico di anti-mercatismo – “È difficile resistere al mercato, amore mio” – e decadentismo rivoluzionario – “ma ormai la fine, va da sé, è ine-vita-bile”.

Del liberismo, i Baustelle vedono “la fine in metropolitana, nella puttana che gli si siede accanto, nel tizio stanco nella sua borsa di Dior…”. In un altro brano, Colombo,  la indi-band toscana se la prende con la “logica spietata del profitto che sa cosa ci fa”, a noi “figli dell’impero culturale occidentale”. Il messaggio però stavolta è positivo: “meno male che qualcosa, che qualcuno” per tutto ciò ci punirà.

Ecco, mi ci gioco due terzi delle mie invero parche entrate stagionali: per me quel qualcuno è Nichi Vendola.
Nichi, il ‘non-leader’ coerentemente auto-candidatosi alla leadership del centro-sinistra, ha avuto un colloquio con Haaretz, il quotidiano israeliano in lingua inglese ragionevolmente definibile liberal. Dopo aver chiarito che lui-non-è-l’Obama-bianco – «È un paragone esagerato, molto elogiativo, ma troppo grande per le mie piccole spalle» – Nichi illumina l’interlocutore con la sua poetica che ad un lettore superficiale potrebbe apparire – toh – proprio obamiana: «Contro l’ideologia della destra, che sventola sempre il demonio della paura in tutto il mondo, la sinistra non deve dire ‘noi possiamo cacciare meglio questo demonio’. All’industria della paura deve contrapporre – udite udite – l’industria della speranza (hope, in gergo barackiano, ndr), costruire l’immagine di una società solidale e ospitale: è ciò che ho fatto in Puglia – precisa».

Nuova intervista, questa volta al Sole24Ore. «Il racconto che io immagino – esordisce il nostro – rompe le porte blindate dell’economicismo».
Partenza gagliarda, decomplessata. Anche stavolta il messia del Tavoliere non cede alla paraculaggine, ed al giornalista del quotidiano confindustriale impone uno sprint da centometrista dopato nelle empiree sfere del cristiano-comunismo di governo: «Il dibattito dell’economia – dice – è asfittico e criptato, monopolizzato da tecnocrati, lobbysti e moralisti a libro paga. Un dibattito drammaticamente orfano di quell’etica della responsabilità che per me significa confrontarsi con l’inviolabilità della vita e del vivente e porre un argine alla mercificazione del mondo».

Obamianamente audace anche il Nichi-pensiero internazionale: tabula rasa della politica berlusconiana, soprattutto rispetto al «caldo atteggiamento» tenuto dal governo italiano verso lo Stato ebraico.  Cambiamento – change – profetizza Vendola che appunto non ci tiene affatto ad emulare il presidente nero.

Non pago di cotanto ardimento, il nostro prosegue: «Cos’è la crisi? Una calamità naturale o il frutto avvelenato di quel potere soprannazionale della rendita e della speculazione finanziaria che ha umiliato il lavoro ed ucciso milioni di imprese?»
La ricetta di Vendola è esemplare: alle imprese – spiega – è necessario l’intervento pubblico. E che la si smetta di considerarlo una bestemmia! Due righe più giù, tuttavia, a proposito del pubblico, generoso intervento erogato sino all’altro ieri alla Fiat, il contegno di Nichi cede il passo ad un sofferto quanto fermo disappunto, quello del fidanzato tradito (dopo tutto quello che abbiamo fatto per lei…).

Comunque Vendola, al contrario di molti colleghi, soprattutto nel partito che lo stesso ha in animo di scalare, un’idea precisa sul rilancio del paese ce l’ha: «Io penso – spiega – che per far ripartire l’economia bisogna uscire dall’angolo della superstizione liberista in cui si canta il ‘de profundis’ della spesa pubblica e si considera l’abbattimento del debito come una specie di dio pagano a cui sacrificare i poveri, le famiglie, le partite Iva, il welfare e anche un pezzo di civiltà europea.»

E ri-eccoci ai Baustelle. Parola più parola meno.

P.S.

Il Pd, commemorato il Migliore, si predispone all’evangelizzazione porta-a-porta delle anime democratiche che non sanno ancora di esserlo. Il battitore libero Veltroni, da parte sua, indirizza una missiva al paese pensando chissà che magari stavolta il paese lo ascolti.

Berlusconi, detronizzato – ma ignaro di esserlo – dai più fedeli degli amici, padani come lui, sfodera nuove e smaglianti squadre della libertà, visto che di crociate elettorali, in Italia, non se ne fanno mai abbastanza.
Casini, lanciato per la trentesima volta il Partito della Nazione, senza tuttavia aver ancora ammainato la bandiera dell’Udc, piroetta leggiadro tra i costrutti lessicali più arditi che la politologia abbia mai partorito compiacendosi, evidentemente, della inesauribile creatività che ne guida il trentennale peregrinare trans-repubblicano.

Veniamo all’indefesso Bocchino. Lui, il capogruppo di Fli, quest’estate ha rinunciato alle ferie da esternazione. Del resto, si comprende, doveva marcare il Cav. e i teorici del trattamento Boffo nelle telenovelas monegasche e romane. Ma stare così su piazza non è forse stata una buona idea. Il riposo gli avrebbe giovato (lo vogliamo in forma per quando i probiviri del partito dell’amore lo espelleranno per deviazionismo), e ci avrebbe risparmiato scenari architettonico-coalizionali immaginifici, dispensatici con posologia da mass destruction – tre volte al dì, dopo i pasti principali.

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