di Kuliscioff per The FrontPage
Il debito pubblico che sale, la produttività che scende, la competitività che non ne parliamo, quindi la disuguaglianza – tra territori, enclaves sociali, generazioni: i problemi del paese son quelli. La soluzione – va da sé – le riforme.
Coraggiose e profonde – precisa Walter. Qui, signori, parliamo di innovazione vera e giusta; di ri-definizione dei diritti e dei doveri di ciascuno, in una parola di un nuovo patto di convivenza civile che metta al centro la crescita, il lavoro, il futuro dei giovani.
Tutti d’accordo? Tutti d’accordo. Nello specifico, il manifesto veltroniano si occupa di:
1) Welfare. L’idea è partire dalla riforma del sistema pubblico, occuparsi dei giovani, puntare sulla formazione e promuove il rispetto della dignità e dell’unicità di ogni persona.
2) Lavoro. Quello che serve – spiega il think-tanker democratico – è un nuovo patto tra produttori per la crescita e per l’equità sociale, fondato sulla consapevolezza della comunità di destino che unisce lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e delle partite Iva, imprenditori piccoli e grandi. Sviluppo ambientale e legalità, “disparità positive” per i giovani del sud e “rivoluzione digitale” ne sono il corollario.
3) Giustizia. La politica – dice il nostro – deve assumere il punto di vista dei cittadini in termini di bisogno di legalità e diritto alla giustizia, uscendo finalmente dalla contrapposizione fra giustizialismo e tolleranza dell’illegalità e proponendo a tutte le forze della giustizia un tavolo comune di riforma.
Parole sante!
Si viene poi all’orizzonte politico.
L’alleanza da promuovere – spiega Walter – è tra chi ha bisogno del cambiamento, ma da solo non può realizzarlo perchè non sa, non ha, non può abbastanza e chi vuole il cambiamento, perchè sa progettarlo, ha interesse a promuoverlo, ha le relazioni necessarie per realizzarlo, ha la forza necessaria per piegare le tante resistenze corporative che vi si oppongono.
Ma che serve al Pd per riuscire nell’impresa?
Ce lo dice Lui: Che si voglia e si sappia uscire dal recinto – territoriale, sociale, generazionale – dei consensi tradizionali, per aprirsi alla ricerca di nuovi apporti. Che si facciano risolutamente i conti con le posizioni conservatrici, e cioè che non ci si ostini a difendere le conquiste del passato, ma si punti a cambiare in profondità una realtà che contraddice i nostri valori, punisce il merito e condanna i più deboli.
Dunque NO alla strategia “neo-frontista” e NO “all’ipotesi vetero-centrista”, il limite delle quali consiste nel loro rassegnarsi a vedere la politica ridursi a rappresentare le fratture della società italiana, anziché operare per ricomporle e superarle.
E questa è bellissima, se ne converrà.
Ma veniamo al sodo.
Il Pd – osserva Walter (e come contestare) – deve darsi una strategia di allargamento dell’area dei propri interlocutori e dei propri consensi, che faccia leva su un programma riformista, su un progetto innovativo per il Paese e su una classe dirigente fortemente rinnovata, attingendo a risorse che non siano solo quelle della politica tradizionale.
(Temo ciò significhi una nuova infornata di Madie, Sassoli, Colaninni… Voglia Iddio che ci rifletta su!)
Dopo averci ri-spiegato l’ubi consistam dell’innovazione culturale del Pd – i cattolici con i laici, i liberali con i socialdemocratici, cioè la fusione delle tradizioni e culture politiche del nostro meraviglioso paese – Walter affonda i piedi nel piatto dell’innovazione programmatica. E qui, ehm, ci manteniamo sul vago.
Nello specifico delle riforme istituzionali ed elettorali, ad esempio, si prescrive: rafforzamento dei poteri del premier e di quelli di controllo del Parlamento (cioè, più come la Francia o più come gli Uk?), regolazione del conflitto d’interessi (quale conflitto? quello di Berlusconi, quello dei sindacati, quello delle banche/fondazioni bancarie, o quello di papà Colaninno?), norme contro la concentrazione del potere mediatico e il controllo politico della Rai (dobbiamo leggere: liberalizzazione della Rai?), differenziazione delle Camere, riduzione del numero dei parlamentari e una legge elettorale “di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali”, estendendo e codificando il ricorso alle primarie (cioè, come negli Usa?).
I dubbi (i nostri, non di Walter, evidentemente).
Se il debito pubblico è il problema – ed è il problema – non si può non dire cosa e dove si taglia la spesa. Se la mancanza di competitività e la bassa produttività sono l’ostacolo alla crescita non si può non dire che tra Marchionne e la Cgil, il Pd sta con Marchionne. Se illegalità e conflitti di interessi sono la corda attorno alla quale è impiccato il paese, non si può non dire che il punto numero uno del programma piddino è togliere le mani della politica dalla pasta dell’economia. Quella del sud, quella del nord, quella delle banche, quella delle aziende – pubbliche e private. E via liberalizzando.
Se il problema è la giustizia, l’università, la pubblica amministrazione, una parolina – decisa, radicale, riformista – non la si può proprio non pronunciare contro le corporazioni. Sapete, quei magistrati, quegli accademici, quei grand commis, quegli insegnanti… che quando gli dici ‘valutazione’ scendono in piazza con la Costituzione in mano e che, al solo sospetto di perdere il diritto ed il potere di fare un po’ quel che gli pare alle spalle dei cittadini, tanto è uguale…
Beh, si sarebbe potuto dirlo con più energica chiarezza che i primi nemici della fairness e dell’efficienza, che i nemici di chi vuole, merita ma non può, che i nemici del Pd sono proprio loro. Anche perché tutti quei tanti altri voti mancanti per avere la maggioranza è altrimenti difficile che possano arrivare.